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Mercato e mercati*

di Serge Latouche - 18/12/2005

Fonte: ecologiapolitica.it

Lo scambio e il dono

Lo scambio è un fenomeno attestato in tutte le società umane. Esso collega i beni, le persone e i segni in cicli più o meno ampi. Ogni mercato presuppone uno scambio, ma non ogni scambio passa per il mercato (nemmeno per un mercato fittizio). Lo scambio "normale" è strutturato dalla logica del dono, così come ha messo in evidenza Marcel Mauss: obbligo di dare, obbligo di ricevere, obbligo di restitui­re. (cfr. M. Mauss, Essai  sur le don, 1923-24; trad. it.,  Saggio sul dono, in  Teoria generale della magia e altri saggi, Einaudi, Torino 1965, pp. 155 e seg.). Questa logica non ha nulla della logica mercantile, anche se il ciclo del dono dà luogo nei partners a speculazioni talvol­ta sordide e a frustrazioni che possono degenerare in conflitto. Il do­no non è un baratto "primitivo", né per il suo spirito né per il modo in cui si svolge, né per il contenuto cui si riferisce.

 

Non è l'assenza di denaro, o di mercanti, che differenzia il dono dal mercato, ma l'obiettivo fondamentale dell'atto. Si tratta di far na­scere e di nutrire con lo scambio un rapporto sociale, che rafforza i debiti di ciascuno nei confronti di tutti, e non di soddisfare bisogni o accumulare valore materializzato, senza lasciare traccia personale nei rapporti tra gli attori dello scambio. La logica del dono esiste sempre nelle nostre società; occupa anzi un posto considerevole, benché oc­cultato, come hanno dimostrato in particolare i lavori di Lewis Hyde (The Gift, New York Vintage Books 1979) e di Jacques T. Godbout (L'Esprit du don, Paris, La Découverte 1992; trad. it., Lo spirito del dono, Bollati Boringhieri, Torino 1993). Il fantasma del mercato genera­lizzato impedisce di vedere che, senza il ciclo del dono, le nostre so­cietà semplicemente non potrebbero esistere. Non ci sarebbero né fa­miglia, né impresa, né ricerca scientifica, né creazione letteraria, né arte: tutto ciò che fa appello al dono (del genio o dell'artista) o al de­bito (di generazione, di sangue) non funziona (o funziona molto ma­le) nell'ordine mercantile. Gli intellettuali che scrivono a favore del mercato totale, nella maggior parte dei casi non obbediscono a una motivazione mercantile!

 

 

Mercati, contrattazioni e mercanti

Se certe culture non sembrano lasciare alcun posto allo scambio mercantile e al mercato, la maggior parte delle società - anche le più primitive - hanno, accanto al dono e allo scambio sociale, una forma di scambio più "neutra", più utilitaria, più individuale. A differenza di quegli indiani della Colombia britannica a proposito dei quali Mauss dice: "Non ho trovato tracce di scambio", ci sono i melanesia­ni delle isole Trobriand che, oltre alla kula, forma cerimoniale di cir­colazione dei beni nobili, praticano il gimwali, "semplice scambio  economico di merci utili". Questa forma di scambio "neutro" può ef­fettuarsi tra stranieri o tra persone non legate da rapporti di parentela­ o di appartenenza clanica. In certe circostanze, per certi beni, in certi luoghi, questo rapporto può effettuarsi anche tra parenti, facen­do astrazione da questi legami. Queste "piazze del mercato" fanno apparire un rapporto "economico", in una certa misura, ma niente affatto "naturale" (cfr. K. Polanyi e altri, Trade and Market in  the Early Empires, The Free Press, Glencoe, IlI. 1957, trad. il. Traffici e mercati negli antichi imperi, Einaudi, Torino 1978). Questi scambi tradizionali assumono due forme molto diverse, il commercio a lun­ga distanza e il piccolo mercato locale. Il primo è più vicino all'av­ventura, alla pirateria, che non al calcolo mercantile. Il secondo ri­guarda derrate i cui prezzi sono in generale fissati dalla consuetudine o dalla legge. Quasi sempre sono la domanda e l'offerta ad adat­tarsi ai prezzi e non viceversa.

 

Come che sia, avviene che, direttamente o indirettamente, a breve o medio termine, la domanda e l'offerta, e la concorrenza, svolgano un certo ruolo nella determinazione dei rapporti di scambio.  Tuttavia, anche se la spersonalizzazione ha un certo spazio, il mercato resta un incontro tra persone e non tra due funzioni. La contrattazione è un rapporto sociale che tenta un compromesso tra le parti in campo, al fine di evitare che la spersonalizzazione totale elimini uno dei due partecipanti. La giustizia commutativa che rego­la i rapporti con gli stranieri si basa sul libero contratto tra le parti, ma per Aristotele e ancora per la scolastica queste parti sono degli uomini. La giustizia non è mai l'applicazione di un meccanismo astratto. Bisognerà attendere il secolo XVIII perché si affermi  l'idea che i rapporti di scambio possono essere completamente sper­sonalizzati e basarsi su un ordine definito abusivamente "naturale". E per mercato si intendeva ancora una piazza pubblica dove in certi periodi dell'anno erano messi in vendita ogni sorta di generi alimen­tari e altri prodotti. Questi mercati tradizionali restano pur tuttavia "circoscritti".

 

Numerosi prodotti o beni sono esclusi dagli scambi per diverse ra­gioni. Alcuni beni sono connotati dal genere, e possono circolare sol­tanto tra gli uomini, o tra le donne. Certe persone sono escluse dagli scambi. Non tutti i beni scambiabili sono intercambiabili. Soprattutto, come sostiene Polanyi in La grande trasformazione, la terra e il la­voro non vi si presentano come merci. Tali restrizioni non sono però contro natura e non impediscono l'affermarsi di quella che gli econo­misti chiamano 'legge eterna del mercato. Derivano in modo natura­le dalle diverse definizioni culturali delle popolazioni interessate, dalla necessaria mediazione tra attività individuale e vincoli collettivi. Nondimeno, quei mercati presuppongono che chi vi partecipa pensi anche al proprio interesse personale. Essi permettono infatti di pro­curarsi da mangiare senza fare appello né alla costrizione né alla ge­nerosità. Sono portatori di una certa libertà e di informazioni, a un prezzo conveniente per tutti i soggetti, senza dare luogo a disoccupa­zione o esclusione. La "mano invisibile" che sembra presiedere questo compromesso dipende da una serie di circostanze storiche, in cui si intrecciano le regole, il caso e gli interessi. Nonostante l'imma­ginario mercantile e i vincoli istituzionali della modernità, questa for­ma di mercato-incontro è ancora molto presente nelle nostre società. Resta centrale sui mercati del lavoro, e ricerche accurate la trovereb­bero senza dubbio presente in numerosi altri settori della vita econo­mica. Neanche nel secolo XX la vita è un gigantesco supermercato. L'insieme dei mercati non forma ancora il mercato. Tuttavia, la con­vinzione che tutto si compri e si venda produce gli effetti di una pro­fezia autorealizzatrice.

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Il crollo dei sistemi economici pianificati e la deregolazione nei paesi capitalistici hanno comportato una mondializzazione dei merca­ti senza precedenti. Sta forse emergendo il mercato totale e integrale? Questo mercato planetario è il mercato autoregolato? Il riferimento a questa realtà incontestabile del mercato mondiale è soltanto descritti­va, o non si ha a che fare invece con un enunciato intrinsecamente e insidiosamente predittivo?

 

 

Mercato mondiale, mercato totale

La planetarizzazione del mercato è nuova soltanto per quel che ri­guarda l'estensione del fenomeno. Sebbene ciò sia significativo, si è senza dubbio lontani dalla mercatizzazione integrale. Braudel, Waller­stein (sulle tracce di Marx), Weber, Schumpeter e molti altri, hanno di­mostrato che l'idea e una certa realtà del mercato mondiale erano consustanziali al capitalismo e che embrioni di tutto ciò sono attestati dal secolo XII.

 

Il trionfo recente del mercato comprende di fatto tre fenomeni le­gati tra loro che sono, in ordine d'importanza. la transnazionalizzazione delle imprese, la riduzione della regolamentazione statale in Occi­dente e il crollo della pianificazione ad Est. Due parole a questo pro­posito, per cogliere la posta in gioco: anche le imprese transnazionali esistono sin dalla fine del  Medioevo. Jacques Coeur, i Fugger. la Ban­ca dei Medici, le grandi Compagnie delle Indie, per citare solo i casi più celebri, sono delle società commerciali impiantate in più conti­nenti, i cui traffici hanno come orizzonte il mondo intero. A partire dagli anni settanta del nostro secolo è nuovo non solo il fatto che il capitale commerciale e bancario si mondializza sistematicamente, ma così pure il capitale industriale. L'insieme interconnesso dei tre provo­ca il sorgere di piazze deteritorializzate (off-shore). Un sistema eco­nomico universale completamente sradicato, che non ha più legami privilegiati in un luogo particolare ma che allunga le sue antenne ovunque, è già più o meno realizzato. Questa sfera economico-finan­ziaria staccata dal territorio, messa in rapporto permanente via cavo con le Borse, e con le banche dati, più o meno regolata dal Fondo monetario internazionale, dall'Organizzazione del commercio interna­zionale e dalla Camera del commercio internazionale, in grado di in­fluire - attraverso tali istituzioni - sugli stati e sulla imprese, è senza dubbio quel che meglio corrisponde al mercato astratto degli econo­misti il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo.

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La riduzione della regolamentazione nazionale-statale è al tempo stesso causa ed effetto di questa transnazionalizzazione. Il compromesso tra lo stato e il mercato, che si è consolidato con il fenomeno delle economie nazionali quali complessi interdipendenti di settori in­dustriali e commerciali, ha conosciuto il massimo splendore con i "trent'anni gloriosi" 1945-75.

 

La dinamica del mercato, che fa sbocciare le economie locali e regionali, non si arresta in eterno alle frontiere del territorio nazionale: la mondializzazione è l’estensione geografica ineluttabile di una eco­nomia, sistematicamente resa autonoma dal sociale a partire dal seco­lo XVIII. In sostanza, il ruolo storico della pianificazione ad Est è stato quello di uniformare lo spazio e distruggere tutte le specifìcità cultura­li, che avrebbero potuto ostacolare il libero gioco delle "forze del mercato". Gli scambi c'erano ma non era possibile un calcolo econo­mico capace di mettere in rapporto le risorse naturali di un immenso territorio. e milioni di uomini, in tutti i settori e per tutti i prodotti. Il socialismo reale significava la penuria, la mediocrità e la tristezza. L'economia di mercato sembrava sinonimo di abbondanza e di effi­cienza. Ma ciò deve essere ancora dimostrato in concreto...

 

 

 

La mercatizzazione integrale

Questa mondializzazione inaudita dei mercati ha realizzato forse il mercato integrale? Si disegna così il grande meccanismo autoregolato­re, che si fa carico di tutti i legami sociali, dalla nascita alla morte, de­gli atomi individuali. ''Tutto quel che è oggetto di desiderio umano, è candidato allo scambio. In altri termini la teoria economica in quanto tale non fissa alcun limite all'impero del mercato" (Le Monde, 1988).

 

In altri termini, la mercatizzazione è penetrata in tutti gli angoli del­la vita e ha realizzato l'utopia dei liberisti? Il trionfo della libertà, il li­bero accordo tra individui che obbediscono al loro calcolo di ottimiz­zazione, trasformando tutti in imprenditori e mercanti, sono diventati la legge, la sola legge di un anarco-capitalismo totale e ideale?

 

Bisogna constatare che il mercato integrale, il solo che in­dubbiamente giustifica i sacrifici che si fanno per andare nella sua di­rezione, a causa dei vantaggi che si suppone esso generi, è lungi dall'essere realizzato. Si hanno in realtà buone ragioni di pensare che esso non sia realizzabile e che comunque non procurerebbe i benefici che i suoi adoratori se ne aspettano. Il mercato mondiale attuale, a differenza delle piazze del mercato, realizza una interdipendenza tra i vari mercati. Mette in comunicazione più o meno stretta i mercati dei beni, i mercati dei servizi produttivi e i mercati dei capitali. In questo si avvicina molto al mercato così come lo concepiva Léon Walras. I mercati antichi erano molto più separati e parziali, riguardavano solo alcuni beni (compresi gli schiavi). Né gli strumenti di produzione né i servizi di produzione erano oggetto dello scambio organizzato. I lega­mi tra la locazione di servizio (locatio operae) e il prezzo delle merci si manifestavano solo eccezionalmente ad Atene o a Roma. Là si tro­vano schiavi specializzati che danno in locazione il loro lavoro alla giornata per conto del padrone. Si stabilisce incontestabilmente un rapporto tra il prezzo della locazione, il prezzo dello schiavo come (capitale e il prezzo del prodotto fabbricato. È lo stesso per il prezzo delle derrate agricole, il prezzo della terra, il prezzo del lavoro e quel­lo degli schiavi. In questo senso si può parlare con Max Weber, di "germi" del mercato.

 

Tuttavia, queste realtà restano marginali. Per riprendere il criterio di Weber, la parte dei bisogni coperti dal mercato resta limitata, a diffe­renza della società moderna, mentre oggi "immaginando la scompar­sa di questa parte, noi otterremmo semplicemente l'azzeramento nella copertura dei bisogni". (M. Weber, Wirtschaftsgeschichte, 1923; trad. it., Storia economica, Donzelli, Roma 1993). Nonostante la distruzio­ne del sociale provocata dall'aggressione delle "forze del mercato" utilizzate deliberatamente dagli interessi mercantili. bisogna prendere atto dei limiti attuali della mercatizzazione. Questi limiti sono impor­tanti e attestano una resistenza: la notevole ripugnanza da parte del tessuto sociale, a lasciarsi disgregare dalla logica mercantile. Walras stesso faceva entrare nel mercato soltanto quella parte dell'attività umana che rientrava nella sfera economica. Restava una parte privata imprecisa ma enorme al di fuori delle speculazioni mercantili. Gary Becker è senza dubbio colui che ha forzato al massimo l'''imperiali­smo" dell'economico sul sociale. "Sono giunto alla conclusione - egli scrive - che l'approccio economico è il solo metodo globale applica­bile al comportamento umano" (introduzione a The Economic Ap­proach to Human Behaviour,  1976). Tutta l'attività umana rientra al­lora nel calcolo economico. Certo, non esistono mercati (almeno non ancora) per tutto, ma sarebbe come se, per questi campi non mercan­tili, dei mercati fittizi entrassero in rapporto con i mercati reali per co­stituire il mercato. L'insistenza deplorevole e spesso ipocrita, per que­sti utilitaristi radicali di "Borse", dove tutto può essere messo all'asta, nuoce alla realizzazione dell'optimum ma non distrugge il gioco delle forze naturali nel senso dell'armonia degli interessi.

 

 

 I limiti della mercatizzazione totale

Anche se i saggi dell'Accademia reale di Stoccolma hanno creduto bene di coronare la sua opera, la maggior parte degli economisti esita a seguire Becker nel suo radicalismo. I limiti alla mercatizzazione so­no generalmente ammessi, ovvero addirittura considerati legittimi. Questi limiti sono evidenti nei rapporti affettivi e intimi nella produ­zione di forza-lavoro, nel funzionamento delle aziende, nel campo politico e nella sfera dell'arte. Per dirla semplicemente, l'essenziale degli scambi affettivi tra gli sposi e tra gli amanti o anche tra gli amici, sfugge non solo alla logica mercantile e alla monetarizzazione ma a ogni calcolo quantificato (il che non esclude la presenza, nel caso, di pensieri interessati...). Ciò è ancora più vero nei rapporti tra genitori e figli.

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La cellula domestica è una piccola impresa che produce beni e ser­vizi innumerevoli. importando ed esportando soltanto una piccola parte dei suoi imputs e dei suoi outputs. Solo questa parte interessa l'economia mercantile. Così è della produzione della forza-lavoro. Non si fanno ancora figli per trame un profitto. Questa "produzione" non obbedisce sempre alla logica costi-benefici. I rapporti di lavoro sono negoziati e rinegoziati di tanto in tanto, ma non sono oggetto di contrattazione permanente e di ottimizzazione del calcolo economi­co.

 

In nessun esercito al mondo, nemmeno nelle milizie, nelle mafie o nelle coorti di mercenari, si mercanteggia in permanenza la propria obbedienza o il prezzo del rischio. L"'irrazionalità" del culto della for­za bruta, dell'ammirazione o della dedizione patriottica tiene insieme l'impresa collettiva sul fronte militare, come sul fronte economico: l'invasione delle metafore militari o familiari nell'impresa è rivelatrice dei limiti del suo funzionamento puramente mercantile.

 

 Il gioco politico non esclude la "contrattazione": tuttavia, la "vendi­ta" dei luoghi e l'''acquisto'' delle voci non funzionano affatto come un vasto mercato. La cittadinanza segue altri calcoli e altre parole d'ordine rispetto a quelle della ottimizzazione monetaria. Le strategie dei politici corrispondono ad appetiti di potere e di prestigio che non si lasciano omologare ai valori mercantili. Il mondo dell'arte, infine, implica il dono negli artisti. che segue un'altra logica, Per quanto svi­luppato sia il mercato dell'arte, i processi di creazione e di seduzione sfuggono alla logica mercantile. L'attuale passione degli attori econo­mici per l’arte, come riserva di valore, attesta il desiderio di trovare al di fuori della lotteria economica un vero valore rifugio, che trascenda il mercato (cfr, J. J. Goux, L'art et l’argent, in Art-Press, n. 165, gen­naio 1992).

 

La maggior parte degli economisti concorda che il mercato non può esistere (e non può determinare i vantaggi che gli si attribuisco­no) senza l'esistenza di un minimo d'istituzioni. L'economia delle riu­nioni e delle varie organizzazioni si sforza di renderne conto, talvolta con il desiderio segreto di ricondurre le istituzioni in ultima istanza a contratti sociali liberamente sottoscritti, che obbediscano al calcolo ra­zionale anche al di fuori del mercato.

 

Quale che sia la raffinatezza intellettuale dei sofismi che si costrui­scono con il dilemma del prigioniero, per dare un fondamento ra­zionale alla cooperazione, tutti questi tentativi attestano la straordi­naria carica normativa del concetto di mercato. Come sottoli­nea R. Puerto Martinez in "La république des gens de Bien", in Revue du Mauss, 1984, n. 10, il mercato non può giustificare il suo presup­posto: non si sceglie il “grande mercato”, rispetto ad  un mercato che fa parte del mercato.

 

Il mercato come ordine naturale

A partire dall'esperienza giù citata del mercato-incontro, dove la "concorrenza" tra più venditori e più acquirenti esercita una pressione al rialzo o al ribasso dei rapporti di scambio, è stato costruito lo sche­ma ideale di un meccanismo generalizzato di funzionamento della produzione sociale interamente determinata dalla concorrenza. Que­sta macchina "ideale" è stata considerata tale perché permette la "più" grande felicità possibile per il maggior numero di persone e perché sembrava "naturale" agli occhi dei suoi apologeti. Peccato che non si sia dispiegata altrettanta energia per chiedersi se questa macchina funziona, né che cosa fosse la maggiore felicità che essa produce, né chi è disposto  a  crederci. Sono i "mercanti" che hanno interesse a far credere che si tratta di un meccanismo naturale e buono. Tuttavia, questo interesse dei mercanti non è forse l'interesse generale, dal mo­mento che siamo tutti dei mercanti, almeno nell'ambito di questa macchina? Sì, certo: ma alcuni lo sono più di altri. Classe universale, i mercanti hanno interessi molto specifici da difendere mentre il cittadi­no comune - che ha da vendere solo la sua forza-lavoro, il suo affet­to, la sua lealtà, ovvero i suoi figli e magari i suoi organi - forse non trae grande vantaggio dalla partita e non ha necessariamente voglia di giocare quel gioco.

 

Per quel che riguarda la "più" grande felicità, abbiamo già sottoli­neato nella conclusione di Il pianeta dei naufraghi che se la felicità può essere messa in discussione (in quanto riducibile al ben-essere definito come ben-avere), quel "più" pone un problema. I cittadini co­muni si accontenterebbero volentieri di una piccola felicità. La "più" grande felicità è una espressione antinomica. Non ci può essere feli­cità, se ce ne vuole sempre di più. Il fine si degrada a mezzo. Si entra nel processo di accumulazione illimitata. Se il mercato funziona come macchina produttiva, è proprio per produrre sempre di più, per pro­durre ancora di più, e non per produrre abbastanza. Certo, molti mer­cati concreti hanno funzionato e funzionano senz'altra ambizione che quella di far circolare i beni con soddisfazione  di tutti, lasciando agli attori dello scambio la responsabilità e della loro grande o piccola feli­cità. Tuttavia, il meccanismo dell'aggiustamento comporta questa for­za di espansione, che gli economisti attribuiscono alla sua "essenza" per la nostra felicità o per la nostra infelicità...

 

Infine, quella macchina funziona davvero? Se l'efficacia della con­correnza è incontestabile per uniformare i rapporti di scambio e livel­lare i margini abusivi, la possibilità di un funzionamento totale della macchina integrale è molto dubbia. Non svilupperemo qui le critiche che gli specialisti le hanno rivolto su questo punto, oltre ai limiti già visti. In quanto macchina 'naturale" il mercato sembra minato da una contraddizione centrale: ci vorrebbe un dittatore implacabile e onni­sciente, per vegliare al buon funzionamento "automatico" di tutti questi ingranaggi...

 

Poiché è impossibile concepire una macchina sociale chiamata mercato, sulla base di una riduzione dell'uomo a un meccanismo di calcolo, si è concluso frettolosamente che il mercato appartiene ad un ordine naturale, basato su quella che sarebbe la vera natura dell’uomo. Sono queste schematizzazioni abusive che funzionano nell'immaginario dei nostri contemporanei e che rendono difficile qualsiasi di­battito sereno sui vantaggi e sugli inconvenienti della mercatizzazione di questo o quel frammento della vita, come la vendita di un organo, l’affitto dell'utero o i diritti ad inquinare...

 

Conclusione

Il funzionamento del mercato mondiale concreto che ha sin d'ora generato prodigi al confronto dei quali impallidiscono le piramidi d'Egitto, per parafrasare il Marx del Manifesto, ha ottenuto anche il ri­sultato meraviglioso per cui due terzi dell'umanità sono stati da esso stritolati e respinti, come inutilizzabili. Questi naufraghi dello svilup­po, rifugiati nelle immense bidonvilles delle metropoli del Sud (ma anche sempre più anche del Nord e dell’ Ovest) sopravvivono, contrariamente a tutte le attese, grazie alla loro capacità di sbrogliarsela e alla solida­rietà. Quella realtà massiccia, scoperta negli anni settanta, che va sotto il nome di economia informale non è al riparo dell'imperialismo del mercato. La si è letta come un secondo mercato, ai margini del grande mercato mondiale, come un mercato selvaggio al di fuori dello stato e delle sue regole, dove il gioco della concorrenza - la legge della do­manda e dell'offerta - sarebbe libero e selvaggio tanto quanto la legge della giungla. La droga, la prostituzione. addirittura il crimine sareb­bero oggetto di liberi contratti per la più grande felicità degli attori. Questa interpretazione ultraliberale di Hernando de Soto o di Guy Sorman non è priva di forza né di base empirica. Questo utilitarismo radicale si rivela in fin dei conti come una forma di darwinismo socia­le. Il mercato selvaggio è il luogo della selezione naturale. La più grande felicità del maggior numero si riduce alla sopravvivenza dei superstiti di questa concorrenza spietata. L'etica minima del rispetto dei diritti dell'uomo e delle regole del gioco risulta in pratica ridotta alla sua più semplice espressione, nel mondo dei vincitori.

 

Una interpretazione del genere ci sembra nondimeno non cogliere taluni aspetti essenziali del significato storico dell'informale. Nelle pe­riferie delle grandi agglomerazioni africane, la maggior parte di quel­la che gli economisti occidentali hanno definito economia informale, è largamente immersa in una socialità complessa ed esuberante, fatta di reti neoclaniche e di innovazioni molteplici. Ciascuno "investe" nel­le sue reti nel cui ambito gli scambi incessanti obbediscono molto di più alla logica del dono che a quella del mercato selvaggio. Gli obbli­ghi di dare. di ricevere,  e di restituire riguardano tutto e qualsiasi cosa: affettività. denaro, feste, visite, prestiti, viveri, figli, tenerezza, feticci, aiuti e coltellate... Questo flusso di scambi reinseriscono quasi com­pletamente l'economico nel sociale. Ciò non significa che questa for­ma di "sopravvivenza" sia ideale e nemmeno superiore all'emancipa­zione dell'individualismo liberale. La logica del dono comprende an­che le pratiche vendicative e sacrificali, con il loro corteo di violenze, obblighi e ingiustizie. Ci si trova di fronte a un tragico dilemma: la pe­santezza del legame sociale con le forme olistiche, o la liberazione dalle costrizioni simboliche al prezzo della distruzione mercantile del sociale. Il guaio, con l'interpretazione ultraliberale dell'informale, è che essa favorisce le politiche a sostegno della Banca mondiale, le cui conseguenze rischiano di cumulare gli inconvenienti dei due sistemi. La convivialità dell'artigianato popolare è compromessa dalla logica mercantile, quando la nicchia endogena si trasforma in officina appal­tatrice per il mercato mondiale.

 

Come si vede, noi non proponiamo un modello di sostituzione del mercato, né un insieme di ricette per ovviare i suoi pericoli. Tali solu­zioni, se esistono, non saranno tanto il risultato di decisioni consape­voli degli attori quanto scoperte casuali della storia. Tutt'al più le poli­tiche di questo o quell'attore possono orientare il senso delle evolu­zioni e delle reazioni come nel caso dell'informale.

 

Questa interpretazione storica mostra semplicemente che la dina­mica imperialistica del mercato e le credenze autorealizzatrici nelle sue "virtù", suscitando massicciamente l'esclusione, possono provoca­re reazioni portatrici di scoperte e, con molto ottimismo, di speranze. Le contrattazioni e le merci di cui vivono i poveri, nelle loro culture, non sono mercati e non obbediscono al mercato.

 

*Questo articolo, pubblicato su CNS n.2, 1995 (anno V, fascicolo 14), è la traduzione ridotta di un saggio uscito su Cahiers des Sciences humaines, XXX, 1994, nn. 1-2.