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"Il Nuovo Secolo Americano" di Massimo Mazzucco

di Alessandro Lucchi - 21/01/2008




"Il Nuovo Secolo Americano" di Massimo Mazzucco costituisce uno spartiacque nell'ormai vasta filmografia sugli attentati dell'11 settembre.
Come suggerisce il titolo, infatti, il film non si focalizza sugli aspetti tecnico-fattuali di quella fatale giornata, ma si prefigge di presentare allo spettatore lo scenario storico-politico che ha reso possibile il manifestarsi di questo evento capitale, concentrandosi in particolare sui disegni di dominio globali coltivati, da più di trent'anni, dall'ideologia neoconservatrice e riservandosi di chiarire alcuni episodi chiave della storia americana.
Condividiamo pienamente la svolta intrapresa di Mazzucco, il quale peraltro è l'autore dell'ormai classico documentario-indagine “Inganno globale”, poiché riteniamo che sia giunto il momento per il movimento per la verità sull'11/9 di svicolarsi dalle ormai stucchevoli e interminabili diatribe sulle dimensioni effettive del buco del Pentagono o sull'esplosivo impiegato per la supposta demolizione controllata delle Twin Towers. Ostinandosi su questa strada, infatti, si correva il concreto e letale rischio di confinare questi argomenti nel novero delle leggende metropolitane e di far passare i loro propugnatori per degli internauti mitomani.

Non che si voglia, per carità, sminuire o addirittura denigrare il lavoro di migliaia di ricercatori indipendenti che in tutto il mondo hanno denunciato le falle e le contraddizioni della versione ufficiale: senza il loro impagabile lavoro, ovviamente, il movimento non sarebbe neppure sorto; Mazzucco stesso d'altronde continua ad aggiornare quasi quotidianamente il suo celebre sito, riportando gli ultimi contributi sulla materia provenienti da studiosi di tutto il mondo.
Per di più siamo convinti che la tanto agognata “smoking gun” non vada cercata nelle macerie del Wtc o del Pentagono, ma nel modus operandi dell’amministrazione Bush.
Questo nuovo approccio ha, rispetto al precedente, il notevole vantaggio di essere praticamente inconfutabile.
Mentre la discussione sui molti punti critici di quella giornata (sull'effettiva presenza di acciaio fuso nei sotterranei delle torri, ecc.) a causa della scarsità di prove documentarie presta il fianco ad estenuanti discussioni e ad ininterrotte obiezioni, formulare dei rilievi critici all'analisi dell'ideologia neoconservatrice o alle sequenze sulle torture praticate dai soldati Usa in Iraq diventa un'impresa disperata anche per il più ostinato debunker.

Mazzucco sembra aver accolto il suggerimento di Webster Griffin Tarpley, che nella sua opera capitale sul 11/9, “La fabbrica del terrore” (Arianna editrice), denunciava i pericoli insiti nell’analisi empiricista, che esamina ogni elemento fattuale isolatamente senza valutare l’insieme dei dati alla luce della realtà storico-politica di cui questi costituiscono il risultato.
Il movimento non poteva esimersi dallo scendere nell'agone politico, per cimentarsi nel quale occorrono certamente meno conoscenze fisico-matematiche, ma sono necessarie una scaltrezza ed una pazienza infinite, considerata la preclara malafede e la ferina ignoranza degli editorialisti dei media mainstream: dai loro editoriali si evince chiaramente che non sanno praticamente nulla dei fatti di quel giorno: quasi nessuno, ad esempio era conoscenza del crollo del WTC 7!
Non occorre sottolineare che solamente lottando su questo terreno il movimento potrà sperare di conseguire qualche obiettivo concreto.

Il film, come la più classica delle indagini, parte dall’interrogativo preliminare: “cui prodest?”
Si passa quindi all'analisi dei moventi dei due principali imputati della tragedia: la fantomatica Al-Qaeda e la “cricca” dei neo-con, personificata da Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz e Perle, rappresentante degli interessi del complesso militare industriale. Mentre l'ormai leggendaria “Al-Qaeda”, che una martellante propaganda ha dipinto come “feroce e inafferrabile”, avrebbe compiuto l'attacco in un nome di un indefinito sentimento anti-occidentale, i neo-cons sarebbero stati spinti da ben altre, e ben più definite, motivazioni che loro stessi (!) in un paio di fondamentali documenti, il “Piano per la difesa” di Wolfowitz e il famigerato “Progetto per un nuovo secolo americano”, ci dichiarano senza mezzi termini. Gli obiettivi perseguiti dai neo-cons, raggiungibili solo attraverso lo shock provocato da una nuova Pearl Harbor, erano in sintesi: l’aumento esponenziale del budget militare e la dislocazione di grandi basi americane in Medio Oriente e nel sud-est europeo. Conquiste che, come dice un sibillino Bill Clinton ai microfoni della Cnn, i neo-cons hanno conseguito proprio grazie ai fatti dell’11/9.
Anzi Mazzucco avvalla la tesi, avanzata da Tarpley in primis, che l'attacco sia stato pianificato all'insaputa di Bush, che come afferma un mefistofelico Leeden, solo quel giorno ha compreso il motivo reale per cui era assurto alla presidenza.

Qualcuno potrebbe ritenere eccessiva la presenza di filmati propagandistici d'epoca, emblematico quello che apre film, una sorta di vadecum sul comportamento da tenere in caso di un eventuale attacco nucleare sovietico. Al contrario, si tratta di un materiale fondamentale per comprendere come, parallelamente all'industria petrolifera ed a quella militare, ne sia cresciuta un'altra, quella delle pubbliche relazioni, che ha plasmato a suo piacimento la forma mentis del cittadino-consumatore americano ed ha assicurato all'impero un suddito apatico e stolido. Non si può che restare stupefatti nel constatare che milioni di individui abbiano creduto, e continuino a farlo, ad una forma di comunicazione così palesemente artificiale, falsa, innaturale, ridondante, caratterizzata da una comicità involontaria irresistibile.

Magistrali i capitoli finali del documentario completamente dedicati alla campagna irachena, dalla ossessiva propaganda anti-Saddam, all'assegnazione senza gara di miliardari appalti “cost-plus” (una sorta di “più spendi e più guadagni”) alla Halliburton, dalla conquista delle strategiche aree petrolifere fino alla disumana barbarie a cui si abbandonano i contractors.
A questo proposito, il soldato americano, pubblico o privato che sia, è l'autentico protagonista della parte conclusiva del documentario.
Abbandonato a se stesso nell'inferno iracheno, dove, a causa della mancata depurazione dell'acqua contaminata, anche un bagno potrebbe essergli letale, invece di sfogare la sua frustrazione contro chi continua a guadagnare miliardi anche sulla sua pelle, non trova niente di meglio che sfogare selvaggiamente la sua rabbia e la sua vigliaccheria contro i poveri occupati, meglio se inermi.
Ancor più che dalla ferocia, lo spettatore è impressionato dalla loro ferina ignoranza, dalla loro gestualità e dal loro linguaggio meccanici e osceni, dal loro debordante razzismo, tanto più intollerabile dal momento che pure un neandertaliano potrebbe vantare nei loro confronti una posizione di preminenza nella scala evolutiva.
Nel suo ruolo di vittima sacrificale di un brutale lavaggio del cervello, assurge a paradigma dello stato di miseria intellettuale e morale in cui versa l'uomo occidentale, il quale, invece di ribellarsi allo status ignominioso di consumatore e cercare di ricostruire la sua società, sbraita luoghi comuni insensati alla volta di un qualsiasi nordafricano disperato e squattrinato. Situazione tanto più paradossale se si pensa che il nostro consumatore prima dell'11/9 con ogni probabilità pensava che il chador fosse un gelato al cioccolato e il nome Osama gli ricordava soltanto una marca di pennarelli.

E' incredibile, e deprimente, come osserva il professore di Harvard Stanley Hoffman, constatare gli incredibili risultati raggiunti da una propaganda martellante anche se sconclusionata, illogica e assurda.


Il documentario può essere scaricato qui:
http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Search&testo=nuovo+secolo+americano&tipo=testo