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L'agonia di Sharon

di Gianluca Bifolchi - 06/01/2006

Fonte: http://anzetteln.splinder.com/

 
Mentre scrivo questo post Ariel Sharon sta lottando con la morte in un'agonia che sembra lasciare poche speranze. Ho sentito che alla sinagoga di Roma la comunità ebraica si riunirà in preghiera per lui. Nei titoli di diversi giornali leggo la parola "ansia" per descrivere l'atteggiamento con cui molte persone dentro e fuori Israele seguono l'evolversi della situazione.

Che al riguardo non vi sia alcun equivoco: questa ansia non si limita a tradurre un sentimento di fratellanza tra gli uomini che porta ad unirsi e a sentirsi solidali al cospetto della morte, resa più drammatica solo per la notorietà dello scomparso o dell'agonizzante. Questo poteva accadere con la morte di lady D. Con Sharon c'è molto di più: l'ansia riguarda il senso di sconforto che molte persone provano all'idea che quest'"uomo di pace" possa lasciarci.

Mi è difficile trovare le parole per esprimere la ripugnanza e l'oltraggio che provo all'idea che la stampa e i circoli politici occidentali abbiano trasformato Ariel Sharon in un uomo di pace, quasi che la notizia della sua imminente morte debba turbare gli animi degli amanti della pace come quella che segui agli attentati di Gandhi, Martin Luther King, o lo stesso Rabin.
Se considerassimo anche solo le colpe del generale Sharon nella campagna del Libano -- di cui la strage di Sabra e Chatila fu solo un episodio -- è del tutto evidente che un qualunque tribunale dei vincitori lo degraderebbe al rango di criminale di guerra, del calibro di quelli che al termine della seconda guerra mondiale le corti di Norimberga o di Tokyo spedivano al plotone d'esecuzione, o addirittura al patibolo, per rendere giustizia all'umanità offesa dai loro crimini.

Ma Sharon combatteva dalla parte giusta, e i tribunali dei vincitori non si occupano mai di quelli come lui. E' potuto così accadere che il criminale di guerra è diventato Primo Ministro del suo paese. E da Primo Ministro il sistema dei media occidentali lo ha promosso ad eroe della pace.
Ma perché poi? Per quali fatti concreti? Volendo dare credito alla possibilità di una redenzione, che segni abbiamo avuto che il tagliagole si è traformato in un uomo di pace?

Al suo attivo esiste un unico atto: il ritiro unilaterale da Gaza. Ma Gaza apparteneva ai Palestinesi e questa restituzione mi fa pensare al grassatore che restituisce al viandante rapinato una parte minima della refurtiva in cambio della promessa di non andare a denunciarlo e dell' epressione di profonda gratitudine per ever avuto salva la vita.
Si dirà: la restituzione di Gaza è solo il principio del processo di pace. Ma il cosiddetto "processo di pace" esiste solo nelle invenzioni della stampa e dei politici occidentali. In Israele nessuno ci crede e la popolarità di Sharon dipende proprio dal fatto che sta compiendo atti che porteranno all'annessione di ampie porzioni della Cisgiordania, in proporzioni molto superiori a quanto Sharon ha restituito, ritirandosi da Gaza.

L'ipotetico stato palestinese che dovrebbe nascere per dar corpo alla chimerica formula "due popoli due stati" avrebbe già infiniti problemi a sorgere se Israele, semplicemente ottemperando ai suoi obblighi di fronte al diritto internazionale, si ritirasse dietro i confini del 1967. Quest'atto reinsedierebbe la sovranità palestinese su  un misero 22% delle terre già arabe prima della nascita dello stato di israele nel 1948. Ma l'aumento della presenza militare e di insediamenti di coloni a Gerusalemme Est, nel perimetro del cosiddetto Muro di Separazione (ma è meglio chiamarlo Muro dell'Apartheid) e nella Valle del Giordano, lascerà ai Palesinesi solo il 42% di quel 22%. Come si fa a chiamarlo stato? Non sarà uno stato. Sarà un'entità priva di ogni sovranità, totalmente asservita ad Israele, destinata a rimanere povera e che potrà essere strangolarla economicamente al semplice capriccio della metropoli coloniale israeliana, che in 38 anni di brutale occupazione ha dimostrato la più totale insensibilità ai diritti e agli interessi della popolazione araba.

Questo è ciò che sta facendo Sharon. E per colmo di ironia la liquidazione storica di ogni ragionevole soluzione di equità che risolva il conflitto tra i due popoli gli ha guadagnato l'aureola di uomo di pace.

Venendo a come in Italia l'opinione pubblica è sistematicamente ingannata su ciò che sta accadendo in Palestina, tralascio di occuparmi della destra perché non ne vale la pena. Parlando invece della sinistra, dirò come in queste settimane sono rimasto colpito dall'apatia e dal disinteresse con cui è stata accolta la notizia della conquista della guida del Labor da parte di Amir Peretz, l'unico uomo politico israeliano in grado di aprire veri negoziati con i Palestinesi. L'unico uomo politico israeliano che ha una credibilità per farlo. Ci si sarebbe aspettati giubilo e una ripresa di iniziative di solidarietà per offrire a Peretz una sponda internazionale, in vista delle elezioni di Marzo. E invece niente! Il silenzio completo, o il varo di ambigue iniziative come quella della "Sinistra per Israele".
La prima spiegazione di questa inerzia è che nel contesto della cosiddetta "guerra al terrore" la Palestina è diventata una patata troppo bollente, e la sinitra europea è troppo vile per occuparsene. Ma vi è un'altra ragione, più profonda e inquietante.

L'opzione Peretz è incompatibile con l'opzione Sharon, e sostenere Peretz troppo apertamente significa mettere in discussione la frode politico-mediatica che è alla base dell'operazione "Sharon uomo di pace". Nessuno vuole questo. Nessuno vuole opporsi al lento e inesorabile strangolamento dei Palestinesi, perché è troppo scomodo politicamente.
Ci si limita a sperare che il dramma avvenga presto ed in silenzio.