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Una carta d'identità per l'eurasiatismo italiano

di Federico Roberti - 06/01/2006

Fonte: Federico Roberti

 

Con l’inizio del nuovo anno il Coordinamento Progetto Eurasia (CPE), esponente nazionale del filone culturale eurasiatista e rappresentante italiano del Movimento Internazionale Eurasiatista, ha reso noto il proprio testo programmatico destinato a fungere quale bussola nell’intrapresa di qualsiasi futura iniziativa.

Il documento, consultabile in versione integrale sul sito www.terradegliavi.org , è suddiviso in quattro agili capitoli, dedicati rispettivamente agli intenti del movimento, agli obiettivi prefissati, al Comunitarismo quale principio ispiratore di carattere economico-politico, ed infine ai mezzi di cui il CPE intende valersi per il raggiungimento dei propri scopi.

Presupposto di partenza è la denuncia chiara e netta della globalizzazione capitalistica e del suo braccio armato statunitense, alle cui volontà egemoniche di portata mondiale si vuole opporre l’idea di un assetto multipolare del globo terracqueo. Tale visione geopolitica prevede una forte intesa dell’Europa unita – sperabilmente non sotto i crismi della burocrazia di Bruxelles – con la Federazione Russa e tutte le altre entità statuali ex sovietiche, ora riunite nella Comunità degli Stati Indipendenti (CSI). Se da un lato è imprescindibile ripristinare la sovranità politica ed economico-monetaria dei popoli eurasiatici nel proprio “grande spazio” schmittianamente inteso, dall’altro si auspica una non meno strategica cooperazione con quelli che sono gli altri grandi poli geopolitici del presente in Eurasia, ossia India, Cina e Iran.

Altrettanto importanti sono i rapporti che l’Europa unita dovrebbe edificare sulla base del mutuo rispetto e collaborazione con i paesi che si affacciano sulle altre sponde del Mare Mediterraneo, non confine ma spazio comune di integrazione con popolazioni che da secoli interagiscono con quelle europee. E sia chiaro che se alcuni poco disinteressati rilevano ossessivamente i momenti critici di tale interazione, volendo forzatamente configurare uno scontro di civiltà, l’eurasiatismo afferma risolutamente che il vero confine con l’Africa è rappresentato dal deserto sahariano e che i popoli stanziati a Nord del Sahel, come quelli del Vicino e Medio Oriente, sono da considerarsi amici e fratelli, non ostili né esotici.

Affinché venga ad esistenza un mondo caratterizzato da aree geopolitiche che godano di prosperità, autonomia ed autosufficienza vanno ulteriormente sostenuti gli sforzi di autoaffermazione del rinascente movimento antimperialista delle Americhe del Sud, dove Simon Bolivar sembra aver trovato persone decise a raccoglierne l’importante eredità, e del disastrato continente africano, che oggi finalmente risponde alle fallimentari politiche neoliberiste delle agenzie internazionali con l’adozione di accordi bilaterali fruttuosi e promettenti, specialmente con il gigante cinese alla disperata ricerca di fonti di approvvigionamento, soprattutto energetico, distanti dalla longa manus del gendarme a stelle e strisce.

Se l’arroganza globale anglo-americana trova un argine nelle tradizioni culturali e religiose, da salvaguardare e ripristinare ove possibile, nondimeno vanno tolte di mezzo tutte quelle strutture parassitarie che spaziando dal campo economico a quello degli armamenti non convenzionali, dalla finanza al commercio, sempre più platealmente si adoperano con l’unico fine di ridurre ai minimi termini la varietà di assetti politico-istituzionali scelti dai popoli. Mondializzando il concetto e la prassi di una democrazia ormai estranea ai cittadini e viceversa governata da oligarchie aliene a qualsiasi forma di condivisione, l’unilateralismo imperante ostruisce la riflessione sulle possibili alternative ad uno stile di vita freneticamente consumista e desolantemente nichilista. Decrescita e sobrietà devono assumere il ruolo di nuove bussole, parole d’ordine di comunità chiamate a prendere coscienza di quanto sia fondamentale la difesa della biodiversità naturale all’interno della quale sono calate.

Il Comunitarismo eurasiatista si sostanzia quindi nella promozione di forme di partecipazione popolare alle scelte delle realtà di appartenenza, favorendo l’autonomia amministrativa e le modalità di decentramento e sussidiarietà. Un nuovo assetto economico, di ispirazione socialista, riuscirà a realizzare obiettivi di giustizia sociale solo ove abbatta le crescenti ed inaccettabili disuguaglianze che permangono fra le diverse regioni del pianeta e che al contempo si fanno strada, sempre più drammaticamente, all’interno delle stesse aree ricche.

Quanto siano ambiziosi i propositi del movimento eurasiatista appare in tutta evidenza. Nel quadro delle norme del diritto ordinario, i suoi membri mirano a sensibilizzare alle tematiche qui sollevate la classe politica, il mondo economico, le forze armate, la collettività scientifica, personalità della cultura e delle diverse confessioni religiose. I classici strumenti dell’industria editoriale, nelle sue plurime declinazioni e sostenuti da appositi momenti di incontro e confronto, hanno l’onere di fungere da cuneo all’immaginario eurasiatista nelle menti e nei cuori dei possibili interlocutori, fra i quali si inseriscono a buon diritto le presenze allogene sul suolo italiano, perché siano inequivocabili le finalità di inclusione associativa.

Il fine ultimo essendo la costituzione di un organismo a livello europeo che persegua gli obiettivi descritti in piena sinergia d’intenti.