La prostituta fa discutere. È accaduto spesso nella storia umana. L’occasione, oggi, è il dibattito sulla sicurezza, in corso con toni anche molto accesi nei paesi europei. Diversi studi hanno accertato che nella zone dove si esercita la prostituzione si commettono più reati, il traffico e uso di droga è più frequente, e si intensificano altri comportamenti devianti: pornografia, gioco d’azzardo, sfruttamento minorile. Che fare allora, ci si chiede nuovamente, di chi si prostituisce?
Si tratta di un dibattito difficile, perché mette in moto fin dall’inizio aspetti profondi dell’inconscio personale e collettivo. Anche se i politici ne discutono con toni apparentemente razionali, il dibattito si carica subito di pre/giudizi di valore, di paure e di desideri difficili da riconoscere.
La persona che esercita la prostituzione, infatti, quella che vende il proprio corpo, è una figura limite delle fantasie, ma anche dei costumi delle donne e degli uomini fin da tempi antichissimi. È trasgressiva in quanto vìola con la sua attività una serie di norme funzionali al mantenimento di una società ordinata. La prima di questa norme è quella che cerca di contenere la sessualità all’interno di una struttura sociale, affettiva e patrimoniale, dotata di una certa stabilità: quella nella nostra società rappresentata dalla famiglia. Chi si prostituisce viene percepito come minaccia e sfida permanente alla famiglia. Inoltre, la vendita della propria attività sessuale, anziché di quella manuale, o intellettuale (com’è regola nel mondo del lavoro), tende a equiparare senza infingimenti le competenze (e le disponibilità) sessuali a quelle degli altri ambiti; ma ciò è fonte di grande inquietudine sociale, come tutto ciò che avvicina la sfera del piacere a quella del guadagno economico (limitato preferibilmente alle categorie dell’utilità, o della sopravvivenza).
Vivere facendo divertire gli altri è da sempre considerato inquietante: il disprezzo che toccava al buffone non ha certo risparmiato l’assai più intima (e quindi pericolosa) prostituta. Questi, ed altri, timori, hanno circondato di sospetti la vendita dell’attività sessuale.
In epoche come la nostra, di correnti migratorie più o meno spontanee, alle altre considerazioni si è aggiunto il timore del commercio di schiavi sessuali. Timore fondato e grave, ma numericamente secondario rispetto ai fatti sui quali la prostituzione da sempre si basa: la disponibilità (che in molti casi è un desiderio) di alcune persone a prostituirsi, e l’interesse (che spesso copre un vero desiderio) di altre persone a frequentarle.
Nessuna società, compreso quelle a base religiosa, è mai riuscita a estirpare la prostituzione: chi si è avvicinato di più a questo scopo sono stati i totalitarismi del Novecento, colpevoli di ben più terribili delitti contro l’umanità.
Il radicamento nel tempo di quest’attività è fondato sull’incontro tra due bisogni umani, che spesso corrispondono a dei desideri: quelli appunto di darsi, e di incontrare sessualmente un’altra persona, al di fuori di organizzazioni affettive o istituzionali, in cambio di denaro. Appare difficile che la società postmoderna, con le sue dichiarazioni di apertura verso la sessualità, possa cancellare un campo di attività ed esperienze che appartiene da sempre all’umano, sia pur sul versante del limen, del confine tra lecito, e proibito.
Un patto di legalità, che impegni chi si prostituisce ad assumersene la responsabilità, rispettando le leggi vigenti, ed evitando i criminali e le loro organizzazioni, è il massimo che si può ottenere.