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Civiltà

di Alberto Giovanni Biuso - 12/01/2026

Civiltà

Fonte: GRECE Italia

«…lernen zu können schon ein hoher Ruhm und eine auszeichnende Seltenheit ist, von den Griechen
…dai Greci, imparare dai quali è in genere già un’alta gloria e una rarità che distingue»
(Nietzsche, La nascita della tragedia, in «Opere», Adelphi, vol. III/1; § 19, p. 133)

 Lo sappiamo tutti: è stata la Grecia, proprio la «letteratura e civiltà della Grecia antica», ad aver generato l’identità dell’Europa e ad avere «ovunque dato forma al mondo civile» (Giulio Guidorizzi, Letteratura e civiltà della Grecia antica, p. 1070). Percorrere in un lungo ma limpido itinerario la vicenda di pensiero e di poesia che da Omero arriva a Nonno di Panopoli – i millecinquecento anni che vanno dal IX secolo a.e.v al V secolo dell’e.v – conferma pienamente questo dato. Nei Greci c’è davvero tutto. E c’è molto di ciò che le culture a essi successive hanno perduto, sino a dare a volte l’impressione di una completa estraneità del mondo greco al nostro, nonostante tutto l’interesse e  l’ammirazione che possiamo nutrire.

La Differenza e la molteplicità come elementi fondanti del mondo greco cominciarono a tramontare già con la prospettiva stoica e soprattutto con quella neoplatonica, rivolta all’Identità dell’Uno e troppo vicina ai monoteismi. La distruzione non venne comunque dall’interno ma da un mondo del tutto estraneo e che tale era sempre rimasto, qual è il mondo giudaico e poi cristiano. Nel capitolo dedicato al Nuovo Testamento – testo sacro redatto anch’esso nella lingua dei Greci – Guidorizzi osserva correttamente che

 il messaggio dei Vangeli non fa riferimento alla cultura e alla civiltà greche, così come la solidarietà universalistica del cristianesimo non ha nulla a che vedere con il cosmopolitismo ellenistico. Anzi, la svalutazione del mondo – sebbene non estraneo a certe correnti del pensiero greco – è in contrasto con le basi stesse della civiltà greca; massime come ‘ama i tuoi nemici’ o ‘gli ultimi saranno i primi’ delineano un radicale capovolgimento dell’etica tradizionale; e il concetto di ‘amore di Dio’ è assolutamente alieno dall’esperienza religiosa greca (1206).

Tutto il libro è una chiara dimostrazione della verità di queste parole.

Il pensare e la poesia dei Greci, epica, lirica o tragica che fosse, fu (almeno nell’età arcaica e classica) una letteratura insieme di massa e di eccelso livello estetico e teoretico. Gli iniziatori Omero ed Esiodo plasmarono la percezione del mondo e della vita di intere comunità e dei loro membri che non sapevano leggere ma che trasmettevano da una generazione all’altra le opere di Omero e di Esiodo attraverso la memoria e la voce.

Epica, lirica, commedia, tragedia sono intessute di racconti dall’origine indefinita e antichissima, i μῦθοι sempre molteplici, che si articolano, espandono, riassumono in un vero e proprio «labirinto di varianti che danno forme differenti allo stesso racconto» (36). Questi miti parlano di ogni cosa che conta: degli dèi, dell’amore, del potere, della morte, del cosmo e del tempo.

Di fronte a tali potenze e strutture la condizione umana mostra il proprio limite, miseria e insignificanza. Non è casuale che uno scrittore capace di difendere in modo molto efficace l’esistenza pagana rispetto alle calunnie dei nazareni, Celso, abbia stigmatizzato «la pretesa della cultura giudaico-cristiana di concepire il mondo in modo antropocentrico; al contrario Celso riteneva, secondo la lezione della filosofia greca, che il cosmo fosse un organismo passato attraverso grandiosi cicli di dissolvimento e di rinascita, in cui l’uomo è solo un ospite e non padrone» (Discorso vero, 1225).

L’evidenza dell’antropodecentrismo è palese già a partire da una fondante metafora omerica, poi ripresa da molti (sino ad esempio a Ungaretti), per la quale la condizione umana è «come stirpi di foglie, così le stirpi degli uomini; / le foglie, alcune ne getta il vento a terra, altre la selva / fiorente le nutre al tempo di primavera» (Iliade IV, 145-147; qui a p. 51). Già Simonide medita sul fatto che «degli uomini scarso è il potere, / sono gli affanni vani; / dolore su dolore è la breve vita. / Su tutti uguale pende l’inevitabile morte» (fr. 520, II; p. 279). Una inevitabilità e necessità nei confronti delle quali l’atteggiamento più saggio consiste nel tentare di comprenderne struttura e forme, in modo da subirne il meno possibile il dolore. Il Prometeo di Eschilo sa bene che «con pazienza infinita deve sopportare la sorte che gli è destinata colui che conosce l’invincibile forza del Fato» (Prometeo incatenato, vv. 103-105; p. 391).

Il Fato, la Necessità, Ἀνάγκη, sono l’altro nome della morte e del tempo. Κρόνος / χρόνος è il vero signore dei mortali. È questa una verità semplice e fondamentale che percorre per intero la vicenda dei Greci.
Le Muse che dettano a Esiodo i suoi versi sono le entità capaci di sapere e di dire «ciò che è, ciò che sarà, ciò che fu» (Teogonia, 38; p. 131); per Sofocle «è il sentimento del tempo che travolge tutte le cose umane» (419); un personaggio di Euripide afferma che «il tempo ti consolerà: non è più niente chi muore» (Alcesti, p. 477); per l’imperatore filoellenico Marco Aurelio «la Terra è una ‘capocchia di spillo nell’eternità dello spazio’, l’attività dell’uomo è ‘una capocchia di spillo nell’immensità del tempo’» (1181).

La filosofia greca è una articolata e costante riflessione sulla potenza del tempo. Tutta la filosofia greca, e in particolare quella di Eraclito e di Aristocle, che il suo maestro di ginnastica chiamò Πλατύς, Platone, vale a dire ‘il possente’. Del dramma del tempo e della sua finitudine è parte ed espressione il dramma politico, le vicende degli umani e delle loro comunità, un dramma che intrama il pensiero platonico dall’inizio alla fine, sino al disincantato bilancio che nella Lettera VII gli fa dire che «osservando questa e altre cose simili, altrettanto gravi, mi ritrassi con ribrezzo da tutte queste miserie» (325, 32-34; p. 825).

Anche ἔρως è espressione della stessa potenza che crea e che dissolve, che genera e che annienta; Eros «che rompe le membra, e di tutti gli dèi e di tutti gli uomini / doma nel petto il cuore e il saggio consiglio» (Teogonia, 121-122; p. 134), Eros che è tanto cercato dai viventi per la semplice ragione che esso è piacere, il piacere più intenso che un animale possa provare: «E la carezzavo dolcemente fra le natiche, / proprio là dove mostrava la sua pelle fresca, incanto di giovinezza; / e tutto il bel corpo palpando, / emisi la bianca potenza, toccando il biondo pelo» (Archiloco, fr. 196A, vv. 32-35; p. 173).

La saggezza prima e ultima di questa civiltà consiste quindi nel rispetto di un principio di realtà che fa certo i conti con il bisogno umano di conoscere, di controllare, di prevalere e che tuttavia ammette sempre il limite, in una saggia e costante antropologia negativa la quale dalla progressiva decadenza di cui parla Esiodo rispetto all’età dell’oro perviene a Pallada, scrittore del IV-V sec. e.v.: «Nudo sono salito dalla terra, / e scenderò dentro la terra nudo. / Perché soffrire, se poi nudo è il fine?» (Antologia Palatina, X, 58; p. 1013), passando per Mimnermo: «non esiste alcuno / fra gli uomini, cui Zeus non dia molti mali» (fr. 2, vv. 15-16; p. 176); per Stesicoro, il quale è ben consapevole del fatto di vivere «tra gli uomini effimeri, / lontano dagli dèi beati» (III, vv. 14-15; p. 265); per il coro dell’Edipo re, che chiude la tragedia affermando che «mai nessuno giudichi felice un uomo / prima del giorno della morte, / prima che la sua vita sia trascorsa priva di dolore» (p. 461).

C’è una sintesi della letteratura e civiltà dei Greci formulata da uno degli inventori della Grecità, Friedrich Nietzsche, il quale nella Nascita della tragedia così sintetizza l’incontro tra il re Mida e Sileno:

Es geht die alte Sage, dass König Midas lange Zeit nach dem weisen Silen, dem Begleiter des Dionysus, im Walde gejagt habe, ohne ihn zu fangen. Als er ihm endlich in die Hände gefallen ist, fragt der König, was für den Menschen das Allerbeste und Allervorzüglichste sei. Starr und unbeweglich schweigt der Dämon; bis er, durch den König gezwungen, endlich unter gellem Lachen in diese Worte ausbricht: `Elendes Eintagsgeschlecht, des Zufalls Kinder und der Mühsal, was zwingst du mich dir zu sagen, was nicht zu hören für dich das Erspriesslichste ist? Das Allerbeste ist für dich gänzlich unerreichbar: nicht geboren zu sein, nicht zu sein, nichts zu sein. Das Zweitbeste aber ist für dich – bald zu sterben’.

L’antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine fra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: “Stirpe miserabile ed effimera, figlia del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te (Das Allerbeste ist für dich) assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è – morire presto”»

(Trad. di Sossio Giametta, in Opere di Friedrich Nietzsche, Adelphi, vol. III/1; § 3, pp. 31-32).

La voce dei Greci è anche e soprattutto questa voce, che lo splendido libro di Guidorizzi fa sentire con profondità al lettore. Anche in questa mia nota ho cercato quanto più possibile di far parlare loro, i Greci nostri padri, i Greci nostri maestri.

Il libro uscì nel 1998 come manuale di letteratura greca per i Licei. Un libro sobrio, con pochissime immagini e con molti testi. Oggi in tale forma non esiste più. Da quello che vedo e che so, i manuali per le scuole sono infatti nel frattempo diventati simili a dei monitor, con sempre meno testi e sempre più immagini, per la più parte esornative, inutili o distraenti.

I Greci dunque sempre più lontani. Ma senza di loro non saremmo ciò che siamo.