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L'interventismo "umanitario" come rimozione storica

di Gabriele Mariani - 12/01/2026

L'interventismo "umanitario" come rimozione storica

Fonte: Gabriele Mariani

Colpisce — e non poco — che uno studioso serio e strutturato come Pejman Abdolmohammadi arrivi a invocare apertamente un intervento statunitense in Iran in chiave “liberatoria”, dopo oltre vent’anni di interventi militari occidentali che hanno prodotto sistematicamente Stati falliti, guerre civili, radicalizzazione e instabilità regionale. Afghanistan, Iraq, Libia e Siria non sono incidenti di percorso: sono precedenti storici concreti, verificabili, che rendono l’argomento dell’“intervento umanitario” non solo fragile, ma storicamente screditato.
Ancora più problematica è l’idea che Reza Pahlavi figlio possa rappresentare una soluzione politica credibile e stabile per l’Iran contemporaneo. L’ipotesi che il principe possa essere insediato sul Trono del Pavone — o guidare una transizione reale — senza una presenza militare permanente statunitense sul territorio, in uno scenario simile all’Iraq del 2003, è semplicemente irrealistica. Tanto irrealistica che non viene presa seriamente in considerazione nemmeno negli ambienti strategici di Washington, dove la consapevolezza dei costi politici, militari e regionali di un simile azzardo è ormai consolidata.
Il racconto proposto nell’intervista si fonda inoltre su una rimozione storica selettiva della dinastia Pahlavi. La monarchia non fu semplicemente “imperfetta” sul piano democratico: fu sostenuta da una delle polizie segrete più brutali del Vicino Oriente, la SAVAK, responsabile di torture sistematiche, repressione politica e annientamento dell’opposizione. Presentare oggi quella stagione come un’epoca di “modernità e progresso” senza affrontarne il carattere autoritario significa riscrivere la storia per esigenze politiche contemporanee.
Ignorare — o peggio rimuovere — questa dimensione storica significa presentare l’Iran come un Paese privo di soggettività politica autonoma, condannato a oscillare eternamente tra autocrazia interna e “salvezza” esterna. È una visione che nega agli iraniani non solo il passato, ma anche il futuro, riducendoli a comparse di un copione scritto altrove.
L’idea che “senza gli Stati Uniti si perde, con gli Stati Uniti si vince” non è realismo politico: è una forma di paternalismo imperiale, che considera intere società incapaci di autodeterminazione senza la tutela armata di Washington. E che, se applicata all’Iran, rischierebbe di trasformare una crisi interna — reale e grave — in una catastrofe irreversibile per l’intero Vicino Oriente.