La vita non è democratica
di Susanna Tamaro - 12/01/2026

Fonte: Susanna Tamaro
I piccoli prigionieri nella casa-famiglia di Vasto, gli ex bambini felici nel bosco, hanno cominciato a compiere atti di autolesionismo, e anche la madre inizia a dare segni di squilibrio nervoso.
Ecco, ci sono riusciti, ho pensato: finalmente i bambini Trevillion sono diventati come tutti gli altri: gli atti di autolesionismo, infatti, sono un flagello che colpisce ormai adolescenti e bambini in età sempre più precoce. Finalmente anche loro sono diventati infelici, finalmente sono disperati, finalmente avranno bisogno della stampella di uno psicologo per andare avanti e magari anche di qualche psicofarmaco. Da che cosa nasce l’autolesionismo se non da una sofferenza difficilmente esprimibile che porta a trovare sollievo soltanto nel procurarsi dolore fisico? E qual è il dolore dei dolori? Quello di non essere amati, di non essere visti nella realtà più profonda, quello di non vedere davanti a sé più alcuna ragione per vivere.
Che fiaba sarebbe quella della Casa del Bosco? Non certo una di Andersen, ma piuttosto una fiaba partorita dalla cupa memoria antropologica dell’Europa e recuperata da Perrault e dai fratelli Grimm. Hansel e Gretel, Cappuccetto rosso, Pollicino.
Solo che, in questa storia, non c’è nessun cacciatore che spara al lupo, liberando la nonna e la nipote; nessuna parola magica viene pronunciata per riuscire a rompere il maleficio in cui sono incorsi i protagonisti. Al loro posto c’è un mastodontico apparato giudiziario, composto da un variegato numero di persone competenti, che agisce con lentezza esasperante e il cui giudizio sarà determinante per il destino delle piccole vittime di questa favola nera. Usciamo però dal mondo delle fiabe e torniamo alla realtà.
Una coppia, arrivata da un Paese lontano e innamorata dell’Italia, si stabilisce con i loro bambini e i loro animali in una quieta zona di campagna. Sono persone colte, laureate, economicamente autosufficienti e, dalle foto che abbiamo potuto vedere — senza il bisogno di alcuno psichiatra ma solo dalla luce dei loro sguardi — capiamo che si tratta di una coppia che si vuole bene; se avessimo potuto vedere anche gli occhi dei bambini, avremmo visto la stessa luce perché l’amore, quando è sano, è un’energia circolare e illumina tutto il vivente.
Certo, fanno parte di un gruppo di neorurali che, pur avendo il tablet e il telefonino, hanno scelto di vivere in maniera arcaica, ma non è una novità: già dagli anni Settanta le campagne qui intorno erano piene di casolari e comuni in cui spesso, in un’allegra confusione, venivano tirati su i bambini in modo spartano. E come se in America avessero deciso di arrestare tutti gli Amish.
Quali sono stati i crimini per cui è stata sequestrata e distrutta una famiglia? Non avere un bagno in casa? Negli anni Settanta in Friuli, dove vivevo, quasi nessuno dei miei compagni di scuola che viveva in campagna aveva il bagno in casa.
La bambina di sei anni non sa leggere? Si tratta di bambini bilingui che hanno naturalmente una difficoltà ad apprendere una lingua sconosciuta. Non c’è riscaldamento in casa, ma solo una stufa? Devo confessare che anch’io, mentre sto scrivendo, sono seduta accanto alla stufa mentre il resto della casa non è riscaldato perché in campagna, da sempre, si scalda solo la stanza dove si sta più spesso.
La vita campestre impone delle scomodità sconosciute a chi vive nel confort degli appartamenti moderni, ma la scomodità fa bene ai corpi e alle menti perché li rende capaci di adattarsi.
Per quanto riguarda lavarsi e cambiarsi una volta alla settimana, anche questa è la norma d’inverno per tanti campagnoli: non si suda, non ci sono inquinanti, non c’è nessuna ragione per farlo. Se il problema poi è la scuola parentale, vorrei segnalare che perfino nel mio paese, negli anni post Covid, ne è nata una.
Ormai in Italia sono sedicimila, e questo dovrebbe far riflettere non poco, perché vuol dire che sempre più genitori non vogliono mandare i figli alla scuola pubblica, considerata un luogo non di apprendimento ma di indottrinamento.
Si poteva risolvere il problema per via pacifica e col dialogo. E nonostante le soluzioni siano state messe sul tappeto immediatamente, la parola magica non è stata pronunciata da nessuno: «Tornate pure a casa, alla vostra vita serena e ai vostri cari animali». Invece sono stati messi in salvo in una casa-famiglia...
E adesso, per di più, leggo che i Trevillion devono aspettare 120 giorni a partire dal 23 gennaio per la perizia psichiatrica, per sapere cioè se possono riavere la responsabilità genitoriale, attualmente sospesa. Quattro mesi in più per i loro figli in un ambiente che certo non è la scuola Montessori e che finirà per devastare definitivamente il loro già fragile equilibro. Perché? A che scopo? Con che criterio? Quante lacune, leggerezze e superficialità hanno portato alla morte del piccolo Giovanni e alla figlia di Alessia Pifferi. A quelle madri sì sarebbe stato utile fare una perizia psichiatrica, ma imporla a delle persone come i Trevillion è una palese violazione dei diritti dell’uomo. Perché nessuno interviene per sospenderla? Perché gli assistenti sociali e i giudici godono di un’immunità che nessuno riesce a scalfire, nonostante gli evidenti danni che continuamente il sistema provoca nei bambini che vivono in situazioni potenzialmente pericolose? Simonetta Matone, il sostituto procuratore generale presso la Corte di Appello di Roma, che si è occupata molto di minori, riferendosi a questo caso ha dichiarato: «Si tratta di provvedimenti nei quali la forma vale più della sostanza. Non tengono in alcun conto del tempo dei bambini, del tempo degli affetti, del tempo della genitorialità».
Non nego la necessità di questi provvedimenti in casi davvero gravi che devono essere rapidi e proporzionati alla situazione, ma la sensazione è che in questo specifico provvedimento si sia messo in moto un mostruoso e spesso opaco apparato capace di triturare la vita dei bambini e dei genitori con un sistema in cui di umano non c’è più niente.
Come può una democrazia liberale sequestrare impunemente una famiglia straniera che non ha fatto nulla di male a nome di una difformità di comportamento che fa parte della varietà delle scelte della natura umana? Nascere è un venir gettati nel mondo, crescere vuol dire imparare a relazionarsi con le complessità e le difficoltà che la vita ci ha messo davanti. La vita non è democratica. A qualcuno dà tanto, a qualcuno poco, a qualcuno niente. Ma spesso è proprio chi deve costantemente lottare che è in grado di crescere interiormente, facendo tesoro delle sofferenze patite.
