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Guerra all'Iran: come gli angloamericani premono sulla Turchia

di Aldo Braccio - 27/06/2008



I preparativi di guerra americani all’Iran – o la minaccia di guerra all’Iran, secondo una strategia di guerra fredda che di tale possibilità fa un’arma di ricatto e di terrorismo psicologico – diffondono i loro effetti sui Paesi terzi, in particolare su quelli vicino – medio orientali.
In questo senso la pressione esercitata su tali Paesi, la richiesta loro rivolta di prendere posizione, esplicitamente o implicitamente, nella controversia iraniana (ma dovrebbe essere chiaro che non di questione iraniana si tratta, bensì di questione americana, alla sua ennesima rappresentazione) costituiscono un tentativo di ricompattamento “occidentale” in nome dell’asserita emergenza.

La Turchia sembra particolarmente esposta a questa strategia di penetrazione e di annientamento di ogni sussulto di sovranità, e la vicenda – ancora in corso fino almeno a tutto settembre – del procedimento per la messa al bando del partito di governo AKP, il partito di gran lunga più popolare in Turchia, non può essere estranea a questo contesto.

Un’importante avvisaglia è stata la cancellazione – da parte della Corte costituzionale turca – della legge che ristabiliva il diritto di tutti, a prescindere anche dal vestiario, ad accedere agli istituti universitari; un emendamento alla Costituzione approvato dal Parlamento sanciva che “nessuno può essere privato del suo diritto all’educazione per nessuna ragione”. Per nessuna ragione : nemmeno – questa la pietra dello scandalo – per il fatto di portare il velo tradizionale.

Negli ambienti “democratici” e “liberali” la pronuncia liberticida della Corte è stata tutt’altro che contestata : per restare a casa nostra Margherita Boniver ha trovato, ad esempio, che “non sorprende la decisione della Corte turca che ha cancellato l’emendamento costituzionale che aboliva il divieto di indossare il velo nelle università. Da tempo la società civile è spaccata sul tentativo di riportare le donne turche sotto una specie di tutela collegabile alla tradizione islamica. Mi auguro che questa decisione diventi operativa.”(1) Parole che fanno da sponda, nel piccolo scenario italiano, a prese di posizione di maggiore rilievo internazionale e a carattere più generale : Michael Rubin dell’American Enterprise Institute considera Erdoğan come “un protetto del primo ministro russo Putin, che ha allargato la frattura fra Islam e Occidente,incoraggiando le più virulente, antiamericane e antisemite teorie del complotto (…) Il successo elettorale non dovrebbe mai porre i politici al di sopra della legge. Il fatto che il signor Erdoğan abbia ottenuto il 47% alle ultime elezioni aggrava la tragedia, ma non dovrebbe conferirgli l’immunità (corsivo nostro).”(2)

Parallelamente alle procedure giudiziarie, peraltro sostenute dall’altra branca dell’apparato “kemalista”, ossia dagli alti ufficiali delle Forze Armate (3), e in concomitanza colla recrudescenza del terrorismo del PKK - altra pistola puntata alla testa di Ankara - si è sviluppata una pressante azione di “richiamo all’ordine” contro la “minaccia iraniana “ da parte delle potenze angloamericane.
Prima la visita – marzo 2008 – del vice presidente Cheney, che sembra non abbia prodotto un apprezzabile sostegno turco a un’altra campagna militare per la Democrazia, quella in Afghanistan, né che abbia ottenuto cambiali in bianco contro l’Iran. Pochi giorni dopo quella visita, infatti, la società americana Rand Corporation in un rapporto sulle relazioni turco – americane stimava che “tenuto conto dei suoi interessi in Medio Oriente e delle tensioni esistenti con gli americani, ci si deve attendere che la Turchia d’ora in avanti non intenda permettere agli Stati Uniti di utilizzare le sue basi militari in territorio turco, in particolare di quella di Incirlik, per compiere azioni si guerra … E’ poco probabile che la Turchia sostenga la politica americana di isolamento dell’Iran e della Siria, o di rovesciamento di quei regimi.” (4)
Ecco allora l’ambasciatore di Washington presso l’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA), Gregory Schulte, fare riferimento alla capacità dei missili iraniani Shahab-3 di colpire la Turchia, accompagnato per la verità dalle espressioni preoccupate dell’ambasciatore turco negli Stati Uniti, Naby Sensoy : “l’Iran ha elaborato programmi (nucleari) clandestini che rappresentano una minaccia tanto per la Turchia che per gli Stati Uniti” (5)
Per quanto riguarda la Gran Bretagna, in aprile il ministro degli Esteri David Miliband, ricevendo il collega turco Babacan, ha posto l’accento “sul ruolo essenziale della Turchia nella questione del programma nucleare iraniano”; e il mese successivo – recandosi a sua volta in Turchia, in compagnia addirittura della Regina Elisabetta, quasi a sottolineare l’importanza delle relazioni turco – britanniche - Miliband è tornato sull’argomento, mentre Sua Maestà in persona ha voluto sottolineare “la posizione unica della Turchia, in un momento cruciale per la promozione della pace”, e al cospetto di Paesi vicini “molto instabili”.(6)
Il 5 giugno la Casa Bianca ha nominato il suo nuovo ambasciatore ad Ankara, ed è stata una scelta significativa : si tratta di James Jeffrey Franklin, già sottosegretario di Stato aggiunto agli Affari mediorientali e vice consigliere alla Sicurezza nazionale ma soprattutto co-presidente dell’ISOG, Iran – Syrie Policy and Operation Group, un organismo sorto all’inizio del 2006, comprendente responsabili dalla Casa Bianca, del Dipartimento di Stato, della CIA e del Ministero del Tesoro e destinato a “favorire un cambio di regime” in Iran e in Siria. (7)
Anche il vecchio ambasciatore, Ross Wilson, si sta dando comunque da fare : riferisce Hurriyet del 17 giugno che si è personalmente recato dal ministro dell’Energia turco per chiedergli di revocare tutti gli accordi energetici presi con gli iraniani : richiesta rigettata dal ministro Güler
Da parte sua, il generale Büyükanıt, capo di stato maggiore delle Forze Armate, esponente di quel fronte militare – giudiziario che vuole mettere fine all’esperienza dell’AKP, concorda pienamente con le parole d’ordine “occidentali”; al recentissimo simposio di Istanbul su “Medio Oriente : avvenire incerto e problemi di sicurezza” le ha rilanciate con chiarezza : “ Fino a metà del 2003 l’Iran ha costruito installazioni nucleari e si è impegnato nel progetto di arricchimento dell’uranio, di nascosto all’AIEA… L’adozione di politiche sensate da parte dell’Iran sarà molto importante per ristabilire la pace e la stabilità in Medio Oriente.”

Noi concordiamo con quanto sinteticamente rappresentato da Valeria Talbot a proposito di Turchia e cosiddetto Medio oriente (ISPI, Istituto per gli studi di politica internazionale, Policy Brief n. 83, maggio 2008) : “Negli ultimi anni le relazioni della Turchia con i suoi vicini mediorientali si sono notevolmente intensificate, determinando un significativo cambiamento nella politica di “disimpegno” che il moderno Stato turco ha per lungo tempo adottato nei confronti della regione. La Turchia ha oggi sviluppato una propria politica mediorientale – dettata da motivazioni politico-strategiche, economiche ed energetiche – che non soltanto spesso diverge da quella degli Stati Uniti, ma in alcuni casi è addirittura in contrasto con gli interessi americani nell’area”.
La minaccia di messa al bando dell’AKP, il partito che ha stravinto le elezioni, e – nel caso la minaccia non bastasse – l’effettiva messa al bando dell’AKP sono dunque funzionali al riallineamento della Turchia nel sistema egemonico americano, e al consolidamento del fronte aggressivo antiiraniano.


*Aldo Braccio, redattore di Eurasia. Rivista di studi geopolitici, è esperto di questioni turche.

Note

(1) dal sito www.votaberlusconi.it del 6 giugno 2008
(2) citato da M. K. Bhadrakumar “Si diffonde l’allarme per i problemi della Turchia”, articolo reperibile nel sito www.arabnews.it
(3) il capo di stato maggiore, generale Büyükanıt, ha recentemente sottolineato che “la repubblica turca è l’unico paese del mondo islamico con una struttura laica. Vi è chi vuole distruggere tale struttura, o aggiungere attributi al nome del Paese. La magistratura non permetterà mai che ciò accada.”
(4) “Turkey as a US Security Partner”, di F. Stephen Larrabee, Rand Corporation, aprile 2008
(5) cfr al proposito Andrew Cochran, www.counterterrorismblog.org , 19 maggio 2008
(6) www.royal.gov.uk/output/Page6254.asp
(7) cfr Michel Chossudovsky, 31 maggio 2008su www.globalresearch.ca