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La mistica della carne. Intervista a Fabrice Hadjadj

di Rodolfo Casadei - 07/12/2009

Fonte: tempi


Parla il filosofo francese che invoca una nuova Mistica della carne
contro ogni riduzione dei rapporti a “masturbazione assistita”: «Il
tecnicismo e la morale borghese rinchiudono il desiderio sessuale nel
preservativo. È la Chiesa l’unica a non aver paura di liberarlo fino in
fondo»



Conversare con Fabrice Hadjadj, l’autore di Mistica della carne. La
profondità dei sessi, è un’esperienza di grande piacevolezza
intellettuale. Attraverso il suo linguaggio sempre lucido si ha
l’impressione di sentirsi trascinati contemporaneamente nel profondo
degli argomenti e verso l’alto, ben al di sopra del ronzio
pseudo-pansessualista. Trentotto anni, francese, nato da genitori ebrei
di origini tunisine e convinzioni maoiste, ama presentarsi come un
«ebreo di nome arabo e di confessione cattolica». Al cattolicesimo è
approdato dopo una giovinezza trascorsa tra l’ammirazione degli ideali
rivoluzionari della Comune di Parigi e l’immersione nella lettura dei
grandi nichilisti del Novecento. Ha scelto di battezzarsi e diventare
cattolico alla soglia dei trent’anni e se gli domandi perché l’ha fatto
replica divertito: «Sono io che mi chiedo: perché non l’ho fatto prima?
». Fabrice Hadjadj insegna in un liceo e nel seminario diocesano di
Tolone, ma è soprattutto un filosofo, una specie di Nietzsche cattolico,
autore di una decina di libri in forma di saggi e drammi teatrali. Ecco
una sintesi della conversazione.


«La nozione di educazione sessuale è problematica, perché la sessualità
implica l’esperienza del desiderio e del suo eccesso. Il desiderio
sessuale non si educa così come ci si educherebbe alla matematica: non è
una semplice forma di istruzione. Si tratta di un desiderio che ci fa
sentire non più padroni di noi stessi. Questa esperienza di
spossessamento chiede di essere vissuta pienamente, e qui si innesta
l’esigenza dell’educazione nel senso di un “accompagnamento” del
desiderio. Ma non per contenerlo, spezzarlo, diminuirlo, anzi: per
andare fino in fondo. Invece oggi ci sono due modalità di praticare
l’educazione sessuale fra loro opposte, ma entrambe sbagliate.
 La prima
è la presentazione della sessualità secondo una modalità tecnica,
centrata sui temi del rischio per la salute e della pianificazione
familiare, per cui nei licei si dice: “Guardate che attraverso il sesso
si trasmettono malattie e si possono verificare gravidanze”. La
gravidanza è messa da subito sullo stesso piano delle malattie a
trasmissione sessuale, e perciò si consiglia il preservativo. Il dono
della vita è messo sullo stesso piano di una minaccia di morte, è visto
come una malattia. Di conseguenza l’educazione sessuale consiste nello
spiegare come si applica un preservativo, come si prende la pillola
anticoncezionale o la pillola del giorno dopo, eccetera. Ma questa non
più è sessualità, è qualcosa dell’ordine di una masturbazione con
partner, di una masturbazione assistita.
L’uomo è intrappolato dentro al
suo stesso piacere, non incontra nessuno, non è in una relazione
sessuale che presuppone l’apertura dell’uomo a una donna che desidera a
tal punto che gli pare di vedere in lei la strada della sua vita. 
La
sessualità è ridotta a un atto consumistico che deve essere gestito
secondo una modalità tecnica. Dicendo ai ragazzi: “Fate quel che volete,
però proteggetevi”, si trasmette l’idea che il cuore della sessualità
non è l’incontro, l’unione, la comunione, ma la preservazione. Infatti
la parola ultima è: preservativo. Ciò significa che l’amore viene
pensato in termini di preservazione, che la sessualità viene pensata in
termini di protezione di sé. Tutto è centrato su di sé, sul proprio
piccolo piacere: ci si serve dell’altro come di una cosa. Pasolini ha
ben compreso e denunciato questa distruzione della sessualità da parte
del consumismo. Dall’altra parte c’è un’educazione sessuale concepita
secondo una modalità morale estrinseca. Cioè da una parte si colloca il
desiderio sessuale, dall’altrala morale che viene a fare ostruzione. La
morale borghese taglia la strada alla sessualità perché la considera
come qualcosa di pericoloso in sé. E quindi cerca di controllarla. Dice
che ci vuole il sentimento, il rispetto dell’altro, eccetera. Come se,
appunto, la sessualità fosse pericolosa in sé e bisognasse aggiungervi
qualcosa che in essa non è già presente. La morale non è pensata a
partire da ciò che il desiderio sessuale in quanto tale esige per essere
se stesso, ma a partire da qualcosa di esterno che viene a contenere
tale desiderio. Dunque da una parte abbiamo il tecnicismo, dall’altra il
moralismo, ed entrambi sono inefficaci nell’educare i giovani. I quali,
quando gli si dice: “Facendo sesso proteggetevi”, tendono a rispondere:
“Sì, ma se tanto devo morire e dopo non c’è nulla, perché devo
proteggermi? Che cos’è questo aggeggio da buon piccolo borghese, per
preservarsi? Dobbiamo morire! Che ci importa dell’avvenire? Tanto vale
andare al massimo, bere, ubriacarsi, farsi tante donne. Mi dite che
l’Aids uccide, ma io sono comunque destinato a perire, e allora perché
dovrei stare nei ranghi?”. Quando gli adolescenti reagiscono al
tecnicismo e al moralismo in questo modo, sono in realtà più profondi
degli adulti. Dietro una rivolta come questa, anche quando non è
esplicitata, ci sono una profondità e un’esigenza di senso che né il
tecnicismo né il moralismo possono dare».


Il contrario della repressione


«Lo scopo di una vera educazione sessuale, a mio parere, deve essere
l’affermazione del desiderio sessuale fino in fondo. E del resto è
quello che dice anche la Chiesa. La Chiesa non proibisce certo il sesso,
non è repressiva, al contrario: è favorevole al sesso fino alle estreme
conseguenze, non con un piccolo preservativo che mi protegge, o con un
lieve sfregamento che mi procura un lieve piacere e poi me ne vado di
corsa. No: fate pure, ma portate l’esperienza alle sue estreme
conseguenze. La morale della Chiesa non è contro il sesso, è la
liberazione sessuale che è contro il sesso, perché lo riduce a un atto
di consumo. La Chiesa è per la pienezza della sessualità».



Il dualismo dell’omosessualità


«Quando dico sessualità penso alla sessuazione: l’uomo e la donna, il
maschile e il femminile. La Chiesa rigetta l’omosessualità semplicemente
perché non si tratta di vera sessualità. Dire omosessualità è come dire
“cerchio quadrato”: se i due hanno lo stesso sesso, viene meno
l’ordinazione reciproca dei due sessi. Se la vostra sessualità non è
aperta alla fecondità, di cosa state parlando? Prendete in mano il primo
manuale di zoologia che trovate, e scoprirete che la sessualità è legata
alla questione della fecondità, della procreazione. Attenzione, quando
dico che l’omosessualità non è una sessualità io non discrimino: non sto
proponendo giudizi di valore, il mio intento non è prescrittivo, ma
descrittivo. Anche i greci ritenevano che la pederastia non era
sessualità, e proprio per questo la consideravano superiore. Per loro
era una realtà spirituale, qualcosa che aveva a che fare con
l’emulazione virile ed era legata alla loro visione dualista del
rapporto fra anima e corpo. 
Chiamare sessualità qualcosa che non lo è
sarebbe una contraffazione. E questo è importante anche per coloro che
vengono definiti omosessuali, chiamati a prendere coscienza che il loro
desiderio non è propriamente sessuale. Essi in realtà fanno un uso non
sessuale delle loro parti sessuali. Non è perché le parti sessuali
entrano in gioco che si è obbligati a definire ciò sessualità: io posso,
se voglio, ficcare il mio pene in una porta, ma quel che faccio non è
sessualità. Non sono necessariamente atti sessuali tutti gli atti che io
posso fare con le mie parti sessuali. Se vivo l’amore e la comunione in
opposizione al dato fisico del mio corpo, vivo una situazione
schizofrenica, dualista. La Chiesa insiste sull’unità di carne e
spirito, di anima e corpo. Nessuna posizione al mondo è più unitaria di
quella della Chiesa. Essa dice: siete liberi di fare quel che volete, ma
vi ricordiamo soltanto che se andate in quella direzione, vi sarà una
rottura della vostra unità personale, questa rottura noi la chiamiamo
peccato».



L’esperto che uccide l’incontro


«La questione centrale della sessualità è la comunione feconda entro la
quale i corpi esprimono quel che le anime vivono. Di fronte a un tema
del genere, come può la posizione dell’“esperto” non essere quella di
uno che impone una riduzione tecnica? L’incontro umano contiene qualcosa
che mi sfugge. L’idea stessa che si possano fare previsioni in materia
di incontro ci immette in una logica di calcolo del rischio estranea
all’essenza dell’incontro. Non ci sono più l’uomo e la donna che si
incontrano per vivere qualcosa di unico. È esattamente quello che
troviamo in 1984 di Orwell: anche lì ci sono gli esperti che organizzano
tutto. E poi c’è un momento in cui l’eroe del racconto sfugge alla presa
dello Stato totalitario: è quando si trova da solo con una donna nella
foresta, e lei si spoglia davanti a lui. In quel momento è fuori dalla
logica degli esperti, non c’è nessuno che gli dia indicazioni e gli
ingiunga come deve comportarsi. 
Bisogna accettare che nell’ambito della
sessualità non esistono gli esperti. Altrimenti si finisce nel
tecnicismo e nell’ingiunzione sociale. La seconda cosa da dire riguardo
agli “esperti” che entrano nelle scuole, è che questo fatto pone un
altro problema: rende impossibile agli adolescenti la sessualità come
scoperta. Quello che predomina è un massiccio discorso entro il quale i
gesti del desiderio sono ridotti a delle pratiche. E perciò a delle
tecniche: c’è la fellatio, c’è la sodomia, c’è il rischio dell’Aids. E
questo è veramente terribile, perché all’essere in un incontro e nei
gesti del desiderio all’interno di un incontro, si sostituisce
l’induzione di comportamenti. E anziché essere con l’altro e vivere con
l’altro, si cerca di conformarsi a una normatività fatta di norme
sessuali, o meglio pseudo sessuali, che vengono imposte alla persona:
voi dovete fare così e cosà, se non fate così sbagliate. Questo è
pericoloso perché non si è più nella scoperta dell’altro e nel movimento
del desiderio, si è in qualcosa che è intrusione: l’intrusione di una
serie di norme e inoltre l’intrusione dell’industria del lattice,
dell’industria farmaceutica, eccetera. Per cui è vietato inquinare i
fiumi, ma è lecito inquinare le giovani donne con prodotti chimici:
devono prendere pillole, pastiglie, eccetera. La tecnica interviene in
tutti i rapporti, e questo distrugge completamente il desiderio. Alla
fine si fa sesso ugualmente, per divertirsi un po’, ma faticosamente,
con infinite reticenze, in modo meschino, cercando di rubacchiare
qualche nuovo trucco dal Kamasutra. Che infelicità! Il cattolico,
invece, è il vero edonista. Ha la sua donna e va fino in fondo. Non
passa tutto il tempo a chiedersi: “Oh, cosa succederà adesso? Che
rischio sto correndo?”. E se il seme che ha immesso nella donna gli
torna indietro sotto forma del viso di un figlio, la gioia è ancora più
grande. Il piacere sessuale non sta solo nell’atto carnale, è anche la
gioia di vedere il volto del proprio figlio: è piacere sessuale anche
quello. L’atto carnale ha un’intensità di piacere molto forte e molto
breve, poi c’è una caduta, tutta l’esperienza lo dice. Ma la gioia per
l’arrivo di un figlio è un piacere che non si spegne». 



Il femminismo non è femmina


«Oggi la sessualità è sempre concepita in modo fallico. La dimensione
femminile della sessualità tende a scomparire. Anche il femminismo, in
gran parte, si è dispiegato come rivendicazione di valori maschili da
parte delle donne. Non si è ancora visto un femminismo che affermi i
valori femminili contro il machismo. C’è stata piuttosto
un’interiorizzazione del machismo da parte delle donne, attraverso
l’idea che l’uguaglianza è tutto. Ma nell’atto carnale il tempo e lo
spazio maschili non sono gli stessi del tempo e dello spazio femminili.
L’uomo è in uno spazio che è quello dell’esteriorità: l’uomo penetra,
genera ma fuori di sé, compie un atto all’esterno di sé. La donna,
invece, è nello spazio dell’interiorità: riceve l’uomo, lo accoglie in
sé ed è in grado di accogliere un essere umano intero dentro di sé. La
donna è abitabile, cosa che non vale per l’uomo. Perciò il femminile
implica l’affermazione che nella sessualità non c’è solo la vagina, c’è
anche l’utero. Nei settimanali patinati c’è tantissimo sul sesso della
donna, ma non c’è niente sull’utero. La cosa interessante è questa:
quando domina la concezione fallica e anche il femminismo è fallico, la
donna è percepita come ridotta alla vagina o al clitoride, ma l’utero
scompare. Questo è molto interessante: l’isterectomia è la condizione,
per così dire, del femminismo odierno.


Per quanto riguarda il tempo, l’uomo si colloca in un tempo corto dentro
all’atto carnale. Il suo desiderio sorge immediato, mentre nella donna,
si sa, ci vuole più tempo. In seguito, il tempo dell’uomo è quello
dell’eiaculazione, dell’orgasmo. Mentre per quanto riguarda il tempo
della donna, c’è un tempo femminile lungo, che è quello della
gestazione. Nella donna c’è un seguito all’atto sessuale. Che consiste
nel portare in sé un figlio, cosa che l’uomo non può fare. Oggi questo
spazio dell’interiorità, questo tempo della gestazione, è stato spezzato
e anche la donna vuole essere nell’esteriorità, col suo clitoride fra le
gambe che tiene il posto del fallo, e nel tempo breve, che coincide con
l’ossessione dell’orgasmo. Ma l’orgasmo non è essenziale per l’atto
sessuale! Può esserci comunione fra i due anche senza orgasmo. Al
limite, un fallimento rispetto all’orgasmo, addirittura rispetto alla
penetrazione, può essere un momento di comunione più profonda fra gli
sposi all’interno del dramma di quel fallimento. 
Si tratta di
richiamare l’autentica sessualità femminile per ritrovare un equilibrio.
Occorre ritrovare il vero maschile e il vero femminile: il maschile che
è rivolto al femminile, il femminile che è rivolto al maschile. In modo
che la donna orienti anche l’uomo verso il tempo lungo e l’interiorità.
Questo femminismo della femminilità è una necessità. Quel che viene
chiamato educazione sessuale in realtà è l’affermazione massiccia del
fallico. Non solo è distruttivo, non solo fa della donna una preda
dell’uomo, ma ne fa un sotto-maschio. Una specie di maschio difettoso
che squilibra tutta la società». 



Maternità, l’immagine dell’etica


«C’è stata un’epoca in cui la maternità è stata concepita come qualcosa
che non atteneva alla libertà della donna. Ella era colei che portava in
sé l’erede dell’uomo, ovvero i futuri cittadini: Marianna madre in
affitto, incubatrice dei cittadini. La Francia ha conosciuto un intenso
natalismo dopo la sconfitta di Sedan nel 1870. Si diceva: “I tedeschi
sono più numerosi di noi, fate più figli per la Francia”. Che è come
dire: producete carne da cannone, fate figli per lo Stato, per la gloria
della nazione. Questo non è riconoscere la maternità come l’avvenimento
radicale di un’accoglienza nei confronti di una nuova persona che entra
nel mondo, da accogliere per se stessa. Il natalismo ha confiscatola
maternità, dunque per reazione la donna ha voluto emanciparsi. Ma
bisognava emanciparsi dalla confisca della maternità da parte dell’uomo
e dello Stato, non dalla maternità come tale, come è invece avvenuto.
Poiché la maternità è una possibilità propriamente femminile, pensare il
femminile in opposizione alla maternità come fanno certe femministe è
arrivare alla distruzione della donna. E di conseguenza alla distruzione
dell’uomo. Perché appunto noi uomini abbiamo bisogno della donna per
aprirci al mistero dell’interiorità, della gestazione, della pazienza,
del portare l’altro per metterlo al mondo. Quando cerca di definire che
cos’è la responsabilità verso l’altro, Emmanuel Levinas propone
un’espressione e un’immagine: portare l’altro. E dice: è il femminile
che manifesta questo. L’etica ha la sua immagine più forte nella
maternità, che è il luogo concreto della responsabilità.
L’accoglienza
del figlio per se stesso equivale all’espressione “fare dei figli per
Dio”. Perché la sessualità in ultima analisi mira a questo: aumentare il
numero degli Eletti; e il desiderio sessuale che ci trascina fuori da
noi stessi è ultimamente un’astuzia di Dio. È Dio che chiama, questo è
il senso profondo della sessualità. Non si fanno figli per lo Stato, o
per noi stessi, o per l’autorealizzazione della donna. Si fanno figli
per la vita eterna».