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Maledetta primavera

di Carlo Bertani - 08/05/2006

Fonte: Carlo Bertani

   
 
   


Maledetta primavera, verrebbe da dire: dal lontano 2003 – dall’attentato di Nassirya – non c’erano più stati attacchi specificatamente diretti contro i militari italiani, anche se in zona di guerra, purtroppo, ogni tanto “ci scappa il morto”, è inevitabile.
Questa sarebbe già una riflessione “pesante” da proporre a chi inviò i nostri soldati in una missione “di pace”, in un territorio che dire sconvolto dalla guerra significa usare il più edulcorato degli eufemismi.
Nassirya fu l’attentato principe, l’attacco con il quale la guerriglia irachena volle indicare l’uguaglianza delle forze italiane alle altre che avevano condotto le operazioni belliche: in sostanza – comunicarono gli attentatori – chiunque occupa il suolo iracheno è da considerare un invasore.
La natura bellica della missione italiana è stata chiara sin dall’inizio, giacché il comando americano sapeva che il controllo militare dell’Iraq sarebbe stato lungo, sanguinoso e, oggi, aggiungiamo anche incerto.

Lo spiegamento delle forze italiane a Nassirya è importante – nel quadro generale del controllo del territorio – per controllare dal sud la penetrazione verso le aree centrali (Baghdad) e viceversa, mentre gli inglesi a Bassora devono soprattutto porre attenzione ai contatti con il vicinissimo Iran, distante poche decine di chilometri.
Questo spiegamento tattico doveva lasciare “mani libere” agli americani per controllare il centro dell’Iraq, poiché essi immaginavano che le forze curde sarebbero state in grado da sole di controllare le aree settentrionali.

La natura militare dell’intervento italiano risulta chiara addirittura dall’analisi dei documenti approvati dal Parlamento per il finanziamento della missione: costata circa un miliardo di euro l’anno,
la ripartizione dei fondi assegna agli interventi di ricostruzione il 6% dei finanziamenti ed il 94% alla parte essenzialmente militare. E poi raccontano siamo andati ad “aiutare” gli iracheni.
Molto strano fu anche l’atteggiamento della guerriglia dopo la cosiddetta “battaglia dei ponti”, nella quale perse la vita un nostro lagunare: fu un episodio cruento, nel quale gli italiani spararono indistintamente su guerriglieri, dimostranti e popolazione civile. Molto probabilmente la guerriglia si servì dei civili come “scudo”, ma fu comunque un errore cadere in quella provocazione. Dopo la “battaglia dei ponti” – risolta con l’intervento di un C-130 Spectre, una “cannoniera” volante americana in grado di sparare dall’aria colpi da 105 mm – le regole d’ingaggio dei militari italiani divennero più prudenti: in pratica, gli italiani abbandonarono Nassirya e si trincerarono nel più sicuro Camp Mittica, distante qualche chilometro dalla città. Dal campo trincerato uscivano ed escono in convogli di mezzi blindati per controllare le principali vie d’accesso alla città, protetti dall’alto dagli elicotteri, ma è del tutto evidente che il controllo del territorio è loro sfuggito da tempo. D’altro canto, un maggior impegno nel controllo capillare del territorio (sul quale premevano i comandi USA) si sarebbe inevitabilmente trasformato in un maggior tributo di sangue che il governo italiano non poteva sopportare: anche se l’elettorato italiano è diviso a metà, le statistiche ci dicono che più dei 2/3 degli italiani sono favorevoli al ritiro delle truppe.
Ciò che avvenne dopo la “battaglia dei ponti” fu una sorta d’armistizio – o meglio, quasi un protocollo d’intesa – fra le forze italiane e le autorità locali che – come tutti sanno o possono facilmente immaginare – sono quelle che hanno contatti con la guerriglia. Da quasi un paio d’anni la situazione nella provincia di Nassirya era tranquilla: i caduti italiani che ci sono stati in questo lasso di tempo sono da addebitare all’inevitabile pericolo che corre chi opera in zona di guerra, così come è capitato a giornalisti e civili.

Improvvisamente, nel maggio del 2006 la situazione muta; non più sporadici colpi d’arma da fuoco, bombe di “avvertimento” o qualche isolato colpo di mortaio: l’attacco nel quale hanno perso la vita i nostri militari era una trappola accuratamente preparata per uccidere, per uccidere degli italiani. Pochi giorni dopo ed un nuovo attacco – fotocopia di quello iracheno – colpisce in nostri soldati in Afghanistan: fatalità? Si noti che in entrambi i casi sono state usate vere e proprie mine anticarro, che non lasciano scampo agli occupanti dei mezzi.
In una comunicazione dei servizi italiani – resa pubblica il 6 maggio 2006 – si afferma che gli attentati sono da mettere in relazione con il “cambio di governo” che sta per avvenire. Perché la guerriglia islamica dovrebbe colpire le forze armate di una nazione pur sapendo benissimo (almeno per l’Iraq) che il nuovo governo ritirerà le truppe?
Una forma di pressione per accelerare il ritiro delle truppe? Difficile da dimostrare: anzi, una recrudescenza del conflitto contro gli italiani avvantaggia chi quelle truppe vorrebbe lasciarle in Iraq, che potrà così accusare il prossimo governo d’essere fuggito “con la coda fra le gambe” senza onorare con l’impegno per la “democrazia irachena” il sangue versato.
Se l’Iraq è comunque un terreno sul quale è difficile imbastire queste speculazioni – vista la decisione d’entrambi gli schieramenti di terminare la missione – per l’Afghanistan le cose si presentano diverse, giacché le forze italiane fanno parte di una coalizione con compiti di sorveglianza che ha avuto l’imprimatur dell’ONU.

Spesso sentiamo affermare la “sostanziale” differenza fra le due missioni proprio per l’avallo che le Nazioni Unite diedero dopo la cacciata dei Taliban da Kabul e l’insediamento di Karzai come presidente, in un paese che si riteneva “pacificato”.
Il nesso che lega le due situazioni e che le rende entrambe pericolose per chi vi partecipa risiede proprio nel significato del termine “pacificazione”, che è vago, troppo vago.
I due paesi saranno “pacificati” quando lo stato funzionerà su un modello di tipo occidentale – ossia Parlamento, Governo, elezioni democratiche, ecc. – oppure ci si accontenterà della tregua delle armi? E come si pensa di giungere alla soluzione?
L’impressione che i media hanno cercato di fornire in occidente della situazione è fuorviante: se per l’Iraq era impossibile sostenere qualsiasi tipo di ritorno alla “normalità”, per l’Afghanistan si è lasciato credere per molto tempo che la situazione fosse tranquilla – come in Bosnia, ad esempio – e che si trattasse oramai solo di definire i “dettagli” della “normalizzazione”.

L’inganno nasce dalla scarsa conoscenza che l’opinione pubblica occidentale ha di quel lontano paese: per certi versi, è più pericolosa la situazione afgana di quella irachena poiché l’Afghanistan è un’entità statuale assai incerta – a differenza dell’Iraq e del suo nazionalismo, che nacque già prima della seconda guerra mondiale – dove l’unico paragone che in qualche modo regge per comprendere la situazione è quello dei Balcani. Il che, ad un osservatore attento, dovrebbe far correre un brivido lungo la schiena.
Anche in Afghanistan incontriamo il solito pudding di lingue, etnie e confessioni religiose interne all’Islam: i pashtun di lingua urdu sono la maggioranza, ma una consistente parte di quell’etnia risiede oltre confine, in Pakistan. All’est vivono popolazioni semi-nomadi di fede sciita, che dunque si sentono più vicine agli ayatollah iraniani che al governo di Kabul. Ci sono poi le popolazioni del nord, tagiki ed uzbeki, che hanno combattuto a lungo i sovietici per poi riaprire il sipario contro i Taliban, questa volta sorretti dai russi, gli ex sovietici.
I Taliban, a loro volta, furono finanziati dagli USA fino alla fatidica data del settembre 2001, per poi essere definitivamente abbandonati in favore del nuovo “alleato” – il Pakistan – sul cui programma nucleare, a differenza dell’Iran, nessuno trova niente da ridire.
Noi italiani usiamo per comodità il termine “casino” per definire simili situazioni: il problema è che, se non riusciamo a penetrare meglio nelle pieghe di questo “gran casino”, non sapremo mai se è meglio lasciare i nostri soldati a Kabul oppure ritirarli.

Lo strano appoggio ai Taliban da parte degli USA coincideva con un nome: UNOCAL, ossia una società che avrebbe dovuto costruire un oleodotto che, partendo dalle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, sarebbe proseguito in Afghanistan da Herat e Kandahar – tagliando il paese da nord a sud – per poi entrare in Pakistan nella zona di Quetta e terminare nel porto di Karachi. Sono le stesse aree dove oggi si muore apparentemente senza ragione, per conquistare aree desertiche senza nessun valore intrinseco. Ufficialmente, UNOCAL sosteneva che la costruzione del grande oleodotto fosse funzionale allo sviluppo delle economie asiatiche: il lontano 12 febbraio del 1998 un dirigente della UNOCAL – John J. Maresca – si presenta di fronte al sottocomitato del Congresso USA per l’Asia ed il Pacifico ed espone le sue tesi. In sostanza – afferma Maresca – dato che l’incremento economico di Cina ed India crescerà in modo esponenziale e condurrà – in assenza di un aumento dell’offerta – ad una levitazione dei prezzi dell’energia (cosa, poi, puntualmente avvenuta), sarebbe meglio pensarci anzitempo, creando un terminal petrolifero nei pressi di Karachi ed alimentandolo, mediante l’oleodotto afgano, con il petrolio del Caspio e delle ex repubbliche sovietiche.
Non dimentichiamo che a quel tempo al Cremlino regnava un “appassionato” della vodka che portava il nome di Yeltsin, al quale era facile far “digerire” qualsiasi accordo, anche se fosse stato un accordo-capestro: nessuno immaginava, allora, il prorompente ingresso in scena di Vladimir Putin.
Passano appena due anni e gli USA cambiano amministrazione: guarda a caso, i nuovi dirigenti americani provengono quasi tutti dal mondo del petrolio, da Condoleeza Rice (Chevron) a Cheney (Halliburton) fino allo stesso presidente Bush.
La nuova amministrazione si mostra subito molto attenta al progetto della UNOCAL, al punto d’incontrare il rappresentante del Mullah Omar – Sayed Rahamatullah Hascimi – più volte: l’ultimo incontro avviene il 2 agosto 2001 ad Islamabad, dove gli afgani rifiutano di partecipare al progetto americano (che richiede, in cambio, di liberarsi dell’ingombrante presenza di Bin Laden) e dicono di no al 15% degli utili dell’impresa. E’ la guerra.
Perché si giunge a tanto?

Per capire il “mutar del vento” bisogna per prima cosa capire da dove spira: mentre UNOCAL progetta di costruire il suo oleodotto in Afghanistan, i cinesi prolungano importanti tratti ferroviari che, partendo dalle aree centrali cinesi, dovranno varcare i confini occidentali in vari punti, in Tagikistan, Kirghizistan e forse anche Afghanistan. Insomma, mentre gli americani progettano un oleodotto con direzione nord-sud, i cinesi costruiscono i primi tratti di un collegamento est-ovest che chiamano – senza alcuna remora – “Pechino-Parigi”.

In sintesi, la guerra afgana avviene sullo sfondo (abilmente celato) di una contesa per il controllo delle vie d’accesso all’Asia centrale: siano oleodotti, strade o ferrovie, il nesso della situazione è stabilire chi controllerà quelle aree, ossia le potenze occidentali, la Russia o la nuova, rampante Cina. La guerra per liberarsi degli ingombranti Taliban, però, non viene condotta dagli occidentali in prima persona: con sotterranee trattative si riescono a mettere d’accordo i resti della componente tagika (che aveva come leader l’unico, vero uomo politico afgano, Ahmad Shah Massud, ucciso da Al-Qaeda il 9 settembre 2001) con gli uzbeki del “generale” Dostum: nasce la cosiddetta “Alleanza del Nord” che, sorretta dagli americani e dai russi, libera l’Afghanistan dagli studenti col mitra. Il primo, evidente errore strategico sta proprio nell’illusione che una lotta interna afgana possa sfociare in una “liberazione” dalla quale potrà nascere una entità statuale super partes, ossia non condizionata dalle fazioni interne.
Per tentare una normalizzazione del paese gli USA inviano un manager petrolifero dei Bush, Ahmid Karzai, che cerca – terminate le ostilità – di mediare fra le varie “anime” afgane convocando la Loya Girga, l’assemblea dei capitribù – l’equivalente del Consiglio degli Ulema iracheno – forse più noto in occidente. La partita interna afgana si gioca su più fronti: da un lato bisogna accontentare le esigenze dei clan – la Loya Girga – dall’altro i “signori della guerra” – specie di feudatari che si vendono senza alcuna remora al miglior offerente – poi ci sono gli americani ed i loro interessi petroliferi, i cinesi, i russi che osservano dalle repubbliche ex sovietiche: infine, bisogna far quadrare il tutto con elezioni che siano il più possibile simili ad un reale processo democratico. Nemmeno Dio sceso in Terra potrebbe riuscirci.

In realtà la lunga lista non terminerebbe nemmeno qui, giacché anche il Pakistan e l’Iran fanno parte della contesa, ma il problema più evidente e tragico riguarda i cosiddetti “signori della guerra”. Chi sono costoro? L’uzbeko Abdul Rashid Dostum è un ex paracadutista sovietico, del quale non si sa nemmeno con certezza il grado che rivestiva nell’Armata Rossa: taluni affermano che fosse generale, altri optano per un più umile “sergente”. Dostum, terminate le ostilità, si ritira a Shebergan, nel nord del paese, e da lì inizia ad esigere i dazi doganali con il vicino Uzbekistan (circa 200.000 dollari l’anno) ma non invia un centesimo a Kabul ed a nulla servono le blandizie e le minacce di un impotente Karzai per convincerlo a scucire la borsa. Come nel più tradizionale Medio Evo, Dostum destina metà della cifra ai suoi vassalli delle milizie di Jamiat e di Hezb i Wahad ma non può lamentarsi, perché controlla anche il traffico d’oppio (16.000 dollari ad ettaro coltivato) e le risorse di gas naturale.

Un altro “sostenitore” del governo di Karzai sarebbe dovuto essere Gulbuddin Hekmatyar, signore delle aree meridionali, grande amico dei Taliban e dei wahabiti sauditi che li finanziavano. Questo “brav’uomo”, nel 1990 bombardò per settimane Kabul per spianare la strada ai Taliban, provocando la morte di 25.000 persone ed il ferimento di altre 100.000. Quando i Taliban entrarono in Kabul conquistarono una città spettrale, completamente abbandonata dagli abitanti, nella quale si dedicarono alla ricerca degli ex sostenitori dei sovietici, che impiccarono ai ganci dei carri-attrezzi dopo aver tagliato loro i testicoli ed averglieli ficcati in bocca. Hekmatyar, in quel panorama, si vantava di girare per le vie di Kabul con una bottiglietta di acido solforico in tasca, per spruzzarlo sulle donne che non avevano il viso completamente coperto. Oggi, questo signore ha “giurato” fedeltà ad Osama Bin Laden: ma sarebbe questa una notizia? Al-Zawahiri ed Hekmatyar si conoscono da almeno trent’anni, ossia da quando entrambi erano adepti della Fratellanza Musulmana: sa mai, bisognerebbe domandare agli americani come pensavano di governare il nuovo Afghanistan con simili tipacci in giro, che riconobbero ufficialmente come “leader regionali”. Forse, nella loro visione del nuovo Afghanistan, sarebbero dovuti diventare delle specie di “governatori”: a nulla valsero gli avvertimenti della Loya Girga e dell’ex sovrano Zahir Shah (che consigliavano di “disfarsi” dei “signori della guerra”), perché gli americani non li ascoltarono.

La lista dei feudatari è lunga e potremmo continuare con altri nomi, presenti e passati nella storia afgana – Ismail Khan, Abdul Rasul Sayyaf, Haji Kadeer, Mohammed Fahim, Mohammed Daud, Ustad Atta Mohammad ed altri ancora – chi legato all’Iran, chi ai tagiki, chi al Pakistan…ma la sostanza non cambia: feudatari medievali che, per giunta, non riconoscono nemmeno l’autorità dell’imperatore-Karzai. Questa situazione implica gravi problemi economici giacché, se nessuno versa le tasse al governo centrale, non si comprende come lo stesso possa sopravvivere. Finora Karzai ha “tirato avanti” con gli aiuti internazionali, ma anche questo doloroso tasto rivela più un fallimento che rosee prospettive. Già nel lontano 2002, alla conferenza di Tokyio, i fondi destinati dai paesi occidentali per la ricostruzione dell’Afghanistan furono scarsi: circa 5 miliardi di dollari, mentre ne sarebbero serviti almeno il doppio, ma – ad oggi (2006) – non è giunto a Kabul nemmeno il 30% di quei fondi. La successiva guerra irachena – dove la fragile unità raggiunta per l’Afghanistan andò in frantumi – finì per riflettersi anche su Kabul: gli USA iniziarono a lamentarsi dell’alto costo della missione per le loro forze (1 miliardo di dollari l’anno) ed a chiedere sempre di più agli altri paesi i quali, memori dello scontro in Consiglio di Sicurezza dell’ONU, strinsero i cordoni della borsa.

In Afghanistan, tutto ciò ha condotto al quasi totale fallimento delle opere di modernizzazione del paese: la costruzione della grande strada che doveva congiungere Herat a Kandahar (guarda a caso, lo stesso percorso dell’oleodotto UNOCAL) è ferma e ne è stato costruito poco più del 2%. Se si esclude l’area di Kabul, il resto del paese è completamente abbandonato alle milizie locali: siccome sta risorgendo con forza la coltivazione del papavero da oppio, l’Afghanistan si sta trasformando in uno stato di narcotrafficanti come la Colombia, guarda a caso entrambe nazioni “infarcite” di truppe USA. Le operazioni militari contro i Taliban sono condotte con scarsi mezzi: non ci sono sufficienti soldati per imbastire vere e proprie campagne militari, ed allora si ricorre al solito controllo dall’aria, sparando nel mucchio su tutto quello che si muove.
Quel “tutto quello che si muove” possono essere oggi guerriglieri di Al-Qaeda e domani semplici contadini che girano armati, perché in Afghanistan non è possibile permettersi il lusso di girare disarmati: la povera giornalista italiana Cutuli non fu uccisa da un gruppo di terroristi, ma da una banda di comuni tagliagole per rapina, per pochi dollari e per rivendere le attrezzature sui banchi di qualche mercato locale. Le forze d’occupazione – dopo tanti “tragici errori” – sono oramai guardate con sospetto: chi può fidarsi di questi soldati, gli stessi che sparano con le mitragliatrici dagli elicotteri?

Come ricordavamo, la campagna afgana nacque con un grave difetto d’origine, ossia l’assurda teoria che uno scontro fra fazioni interne avrebbe condotto ad uno stato pacificato, ed oggi ne scontiamo le conseguenze.
Per risolvere la situazione bisognerebbe sconfiggere ad una ad una le varie milizie ed occupare l’intero territorio con contingenti che non permettessero il riformarsi delle stesse: inoltre, bisognerebbe per anni sostenere economicamente l’Afghanistan con consistenti finanziamenti internazionali. Questa strategia militare potrebbe avvenire soltanto con un consistente aumento dei contingenti occidentali, che dovrebbero passare dalle poche decine di migliaia alle centinaia: ricordiamo che Westmoreland, in Vietnam, ebbe al suo comando 530.000 soldati americani.
La conseguenza sarebbe però una lunga guerra che provocherebbe molte migliaia di morti fra le forze occidentali e che nessuno oggi – nel panorama politico interno occidentale – può permettersi. Inoltre, ci vorrebbe un corrispondente aumento dei fondi destinati alla ricostruzione: ricordiamo che la Nazioni Unite spendono annualmente per il Kossovo 250 dollari pro capite, per l’Afghanistan 42.

La risposta ai molti dubbi sull’avventura afgana non spetta dunque a chi ne ha sempre sostenuto la sostanziale inutilità – perché è inutile garantire i diritti minimi della popolazione nella sola area della capitale, soprattutto se non sai per quanto tempo potrai ancora farlo – ma a coloro che sostengono la missione: sono coloro che decisero d’aprire il vaso di Pandora a dover trovare soluzioni, non coloro che mettevano in guardia dallo scoperchiarlo.
Altrimenti – di là della dolorosa pietà per i nostri soldati morti così tragicamente e dall’empatia per chi oggi rimane nel paese – cosa racconteremo ai soldati che restano in Afghanistan? Che nessuno caccia un soldo e che la situazione non potrà che incancrenirsi ancor più? Con gli attuali, altissimi prezzi del petrolio, quanti soldi giungeranno nelle casse dei wahabiti e, da lì, in quelle di Al-Qaeda?

Nel silenzio assordante di chi promosse la missione, e di chi ne tesse ancora oggi gli elogi con una retorica che non ha nessi con la realtà, non possiamo far altro che ricordare ciò che affermarono gli inglesi dopo la loro spedizione nel paese alla fine dell’Ottocento: «Non è difficile entrare in Afghanistan: il problema è uscirne.» Un secolo dopo i sovietici fecero loro eco: e domani?