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L’Italia sta perdendo le mamme

di Raffaello Masci - 25/01/2011

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Che eravamo un Paese di vecchi si sapeva da tempo. La novità è che siamo un Paese di vecchissimi, con gli ultracentenari triplicati in 10 anni. E siamo anche un Paese sempre più popolato (60 milioni e 600 mila abitanti) da stranieri (più 328 mila rispetto all’anno scorso) che da italiani ( meno 67 mila). Insomma, gli immigrati regolari (e poi ci sono tutti gli altri) sono 4 milioni e mezzo, di questi solo i romeni sono un milione e gli albanesi un ulteriore mezzo milione, seguiti da marocchini, filippini, cinesi e via elencando. Sempre di più e sempre più prolifici. Che ci piaccia o no, beninteso.
La rilevazione Istat degli indicatori demografici 2010 questo dice. Quanto al futuro (anche qui, che ci piaccia o meno) i cittadini tricolore saranno sempre meno e quelli di altre provenienze sempre di più. E questo per due fattori precisi e concomitanti: il primo è che le donne italiane continuano a fare pochissimi figli, in media 1,4 a donna (nel 2009 eravamo a 1,41, nel 2008 1,42), mentre quelle straniere ne fanno 2,3. Il secondo fattore è l’aumento dei vecchi che postula una domanda sempre crescente di badanti. Gli ultrasessantacinquenni sono oltre un quinto della popolazione (20,3%) e negli ultimi 10 anni sono aumentati di 180 mila unità l’anno (1,8 milioni in totale).
Nello stesso periodo - tanto per fare un paragone - gli under 14 sono cresciuti di appena 348 mila unità in totale portando la quota al 14,3%. Non solo: si vive molto, ma molto di più. L’aspettativa di vita per un uomo è oltre i 79 anni, e per una donna di oltre 84, con una presenza sempre crescente di ultracentenari, che hanno sfondato quota 16 mila e sono triplicati in 10 anni.
Questa è l’Italia della demografia. Ma con differenze enormi da un’area all’altra del Paese che inducono ad una lettura anche politica di queste rilevazioni statistiche. Per esempio: è vero che di figli se ne fanno pochi, ma le grandi madri mediterranee non sono più le Filumene Marturano di Napoli e del Sud, quanto, semmai, le signore dabbene del Nord. Se il tasso di fecondità è - si diceva - dell’1,4, a superare questa soglia ci sono le donne del Trentino con l’1,58, quelle della Val d’Aosta con l’1,54, della Lombardia con l’1,48, dell’Emilia con l’1,46 e del Friuli con l’1,43. In sostanza: i figli si fanno non dove c’è - retoricamente - «una maggiore apertura alla vita», ma dove i servizi sociali sono più efficienti e le donne si sentono più sostenute e dove si aprono maggiori possibilità di lavoro.
Nel 2010 sono nati 557 mila bambini, 12.200 in meno rispetto all’anno precedente. Una tendenza che fa dire all’Istat che «sembra essersi conclusa per le italiane la fase di recupero cui si era assistito nello scorso decennio». Per avere un numero di nascite inferiore a quello del 2010 occorre tornare al 2005, quando furono 554 mila. La riduzione nel 2010 rispetto al 2009 (-2,1%) risulta generalizzata su scala territoriale e in questo quadro si fa sempre più importante il contributo alla natalità delle straniere: si stima, infatti, che quest’anno oltre 104 mila nascite (18,8% del totale) siano attribuibili a madri straniere (erano 35 mila nel 2000, pari al 6,4% e 103 mila nel 2008 pari al 18,1%), di cui il 4,8% con partner italiano.
Non solo. Le regioni più sviluppate sono anche quelle che riescono a garantire migliori condizioni di vita per gli anziani, tant’è che tra quelle in cui si è più longevi continuano ad apparire il Trentino, la Toscana, il Veneto, la Lombardia.
L’Istat rileva anche un altro fattore di disagio nel Mezzogiorno, semmai ce ne fosse bisogno: è ricominciata la migrazione interna verso il Nord, con un travaso di quasi il 2 per mille della popolazione da Sud verso il Centro e il Nord. Ancora una volta ad esercitare una particolare attrazione sono il Trentino - che si configura come una California d’Italia - e l’Emilia, insieme al Veneto che ha la fama di essere la regione più ostile nei confronti di chi viene da fuori, ma che risulta - invece - tra le aree dove l’integrazione è più riuscita.