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Yukio Mishima, il mio amico C. ed io

di Claudio Asciuti - 25/01/2011

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Nel novembre del 1970 i quotidiani italiani diedero perplessi la notizia della morte di Yukio Mishima, scrittore famoso in patria ma sconosciuto in Europa (in realtà in Italia già cinque dei suoi romanzi erano stati tradotti, ed era stato in quota al Nobel), comandante di un’associazione variamente definita neofascista o neonazista, la “Società degli scudi”, si suicida facendo “karakiri” (ci vollero degli anni perchè i giornalisti imparassero che non si scriveva così, e che comunque la dizione giusta era suppuku) di fronte alle telecamere che lo riprendevano dopo l’occupazione armata di una caserma a Tokio. Per noi ragazzi la notizia era strabiliante: abituati agli autori italiani, per la maggiore resistenziali o post resistenziali, coccolati e vezzeggiati dagli adulti, l’idea del suicidio era sconcertante: sì che lo aveva fatto Cesare Pavese, come si diceva a mezza voce, e Ernst Hemingway, ma erano considerati entrambi un po’ strani; e questo Mishima che addirittura sembrava un fascista, con il suo esercito privato, un vero samurai, uno che aveva arringato i soldati in nome del Tenno?
Con il nostro gruppetto di amici ne discutemmo un po’; e per alcuni fu l’inizio di una lunga fedeltà. Il mio amico C. acquistò il poster che lo raffigurava, e che mise fra un Mussolini in piazza Venezia e il senatore Wallace, caduto vittima di un attentato. Con il tempo ci comprammo Morte di mezza estate (Bompiani, 1971), con la farneticante introduzione di Moravia, leggendolo con molta attenzione; raccoglieva testi scritti negli anni Sessanta, che ci riportavano a un Giappone conosciuto solo attraverso le pellicole di Kurosawa e i racconti fatti dai genitori a proposito degli alleati nipponici che avevano combattuto al nostro fianco contro gli yankee (e ancor oggi basterebbe leggersi Patriottismo per sentire la tempra della scrittura di chi avrebbe voluto trovarsi in mezzo al fuoco, e non ci si trovò); e ci procurammo La voce delle onde (1956), il primo libro pubblicato in Italia nel 1961 da Feltrinelli, la tenera storia d’amore fra il giovane pescatore Shinjii e la bellissima Hatsuo, scoprendo così una delle variazioni dello scrittore, il poeta dell’amore, etero e omosessuale, legato a una visione platonica del bello e della giovinezza che ancora oggi suscita più di un brivido per l’erotismo velato e per la delicatezza con cui ne tratta.
Ma quel che leggemmo non era che una goccia in quelli che lui definì i “quattro grandi fiumi” della sua esistenza: teatro, prosa, corpo, azione. Man mano che gli anni passavano, il quadro si andava a completare, i testi su e di Mishima cominciarono a venir fuori. Negli Ottanta, superato il veto ideologico allo scrittore “fascista” ne era disponibile al lettore una grande massa: segno di una consunzione ontologica del grande scrittore nipponico, debita come tutti i successi letterari (ed in modo specifico quelli postumi: basti pensare all’italiano Guido Morselli), oppure di una acquisita sensibilità della faciloneria italiana, che in quella decade aperta dalla strage di Bologna divideva il suo gusto volgare fra i “nuovi scrittori” italiani e l’antico samurai?
Teatro, allora, come Il mio amico Hitler (1968; Guanda, 1983) un’amarissima commedia che andava a indagare nella storia di Strasser e Rohm, destra e sinistra del partito nazista, eliminati dalle SS; e che recava una quarta di copertina che riletta ora fa ridere (si parlava di saturazione del mercato, di rifiuto ideologico, si corroboravano queste asserzioni con la citazione di un lettore della famigerata rivista Frigidaire, manco fosse stata l’Accademia della Crusca); prosa, e la lista potrebbe essere infinita, toccando tutti i campi della letteratura nipponica tradizionale quanto della modernità: dai racconti ai romanzi, dalle storie d’amore come Una virtù vacillante (1957; Einaudi, 2010), in cui si ricostruisce nel Giappone degli anni Cinquanta la storia di Emma Bovary alla fantascienza ufologica come Stella meravigliosa (1957; Guanda, 2010); dal bellissimo Il padiglione d’oro (1959; Feltrinelli, 1983), considerato uno dei capolavori di Mishima, che raccontando di come il monaco Mizoguchi dia fuoco al tempio zen di Kyoto per distruggere ogni traccia di bellezza, giocando sull’impermanenza e sul vuoto della forma, disegna una lunghissima trattazione che varrebbe una lezione di estetica; per finire con la tetralogia de Il mare della fertilità, uscita fra il 1969 e il 1970, con i titoli di Neve di primavera, Cavalli in fuga, Il tempio dell’alba, Lo specchio degli inganni (Bompiani, varie ed; in Romanzi e racconti, vol. II, Mondadori, 2006), uno straodinario affresco del Giappone che va dal 1912 al 1970 (concluso quindi prima del suppuku) per terminare nel 1975, in cui si muovono e si incontrano, nelle successive reincarnazioni, Shigekuni Honda e Kyioaki Matsugae, in un complesso gioco di agnizioni e perdite, falsi riconoscimenti, raffigurazioni a tutto tondo di straordinari personaggi.
E poi il corpo: karate, kendo, le esercitazioni con il Tate-no-Kai, la Società degli Scudi, Sole e acciaio (Ciarrapico, 1981) con l’introduzione di Marcello Veneziani e di Pierre Pascal, che dileggiavano Moravia; un testamento spirituale, di chi seguendo un’idea culturale del corpo e della giovinezza, trasformò perfino il culturismo (allora si chiamava così) in una metafisica, stabilendo che corpo e parole erano più unite di quanto la letteratura non credesse; e infine azione, disegnata e preraffigurata e auspicata mille volte, da La via del samurai (Bompiani, 1983)), commento a un testo settecentesco, l’Hagakure di Jocho Yamamoto, samurai e poi monaco; Lezioni spirituali per giovani samurai (SE, 1988), una raccolta postuma di articoli e brani che terminano con il Proclama letto prima del suppuku; la costituzione del Tate-No-Kai, le esercitazioni con i militanti; fino appunto a quel giorno del novembre 1970.  Nel frattempo la critica aveva cominciato a dare i suoi frutti. Leggemmo Mishima e la cultura integrale (Sannokai, 1980) di Giuseppe Fino, che riportava il senso dell’avventura mishimiana al suo vero essere, di co-appartenza a un mondo oramai mitico che dopo Hiroshima e Nagasaki aveva smesso di esistere; Vita e morte di Yukio Mishima (1974; Feltrinelli, 1985) di Henry Scott Stokes un’articolata biografia “semiufficiale” di chi gli era stato abbastanza vicino da cercare di comprenderlo, tuttavia senza riuscirci perchè viziato da un’occidentalità di fondo, e Mishima o la visione del vuoto (1980; Feltrinelli, 1982) di Marguerite Yourcenar che invece indulgeva all’idea di un “vuoto metafisico” incolmabile, ma che leggendo Mishima non da occidentali ma (per così dire) da orientalisti, era difficile scoprire, laddove il vuoto non è quel che noi chiamiamo nulla o niente. Leggemmo gli atti del convegno, Mishima: la spada, la penna, il sangue (Raido, 2001) che riproponevano la saldatura fra vita spirituale e materiale, parole e corpo, arte e politica, e L’angelo ferito (Liguori, 2007) di Emanuele Ciccarella, una profonda analisi, sopratutto letteraria, di uno dei traduttori e maggior conoscitori dell’opera di Mishima, a tutt’oggi il testo che offre una più vasta ricognizione sulla sua opera; e non mancarono il film diretto da Paul Schrader, Mishima (1985), sceneggiato assieme al fratello Leonard, che assommava biografia e frammenti delle sue opere, una pellicola molto poco hollywoodiana e molto “sentita”.
Sono passati quarant’anni da allora, da quei giorni del 1970. In sordina negli anni Settanta, Mishima ha avuto un’impennata negli Ottanta, e nei Novanta sono continuati a uscire suoi testi inediti e ristampe. Anche nei momenti in cui mi trovavo, dal punto di vista politico, nelle posizioni più lontane dal tradizionalismo mishimiano (ma forse anche quello era un modo per ricercare una tradizione), non potevo fare a meno di andarmi a leggere ogni tanto qualcosa di quel che aveva scritto. Fosse qualche pagina di un romanzo, di saggio, di articolo; come si rilegge ogni tanto un frammento di Platone, del Bhagavad Gita, di Nietzsche o di Omero, in cerca di un’ispirazione che tarda.
Quarant’anni, ma i mass media pare non se ne siano accorti; quasi nessuno ha parlato di Mishima, non sono stati editati nuovi libri di critica. Paradossalmente, è uscito un romanzo di fantascienza, Lazarus (Urania Mondadori) di Alberto Cola, in cui lo scrittore viene riportato in vita nel Giappone del futuro, quel Giappone post cyberpunk che l’immaginario ha disegnato da anni, segno di un’americanizzazione temuta e avverata; romanzo interessante, ma che distruggerebbe definitivamente un mito, se certi miti fossero distruggibili. Quarant’anni e il mio amico C. ed io non siamo più due studenti ginnasiali ma due attempati signori, però ci interroghiamo ancora su Mishima, che mi guarda tutti i giorni da un autoadesivo recante la scritta “... e fra gli uomini il samurai” e da alcune vecchie fotografie ingiallite dal tempo; e sulla domanda del giovane postulante al grande Maestro: quando vi ucciderete, sensei?