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Passeggiata in boschi celtici

di Laura Brignoli - 25/05/2011

Fonte: nemetonmagazine



brignoli

«… pilastri vivi mormorano a tratti indistinte parole…»

È un errore credere che nessun romanzo possa prescindere dalla presenza della natura. Esistono innumerevoli esempi che, soprattutto dall’industrializzazione in poi, fanno tranquillamente a meno di citare boschi, foreste, prati. Accade persino che non vi sia neppure un albero in certe narrazioni intimiste. Più frequente è però il contrario, e dall’inizio della storia del romanzo occidentale la natura, gli alberi, hanno svolto un ruolo essenziale e trasversale, al punto che non è possibile relegare la presenza della natura a un genere o a un sottogenere letterario preciso.Il primo esempio che mi viene in mente appartiene in pieno all’epoca barocca, è un romanzo ormai dimenticato, come quasi tutti i romanzi epici di quell’epoca, dalla trama complicata, piena di colpi di scena e di storie secondarie. L’Astrée di Honoré d’Urfé, però, è stato ripreso in tempi non lontani da Eric Rohmer, che ne ha tratto un film bizzarro, dalla trama e dai dialoghi discutibili, ma dalla fotografia impeccabile. Di fatto il film (Les amours d’Astrée et Celadon, 2006) si salva solo grazie all’ambientazione naturalistica. L’autore secentesco aveva rappresentato e descritto con sguardo nostalgico di esule la sua regione natale, Forêt, un luogo idilliaco nel quale bucolici personaggi vestiti da pastori intessevano raffinatezze amorose al riparo dagli sconvolgimenti della storia. D’Urfé indica il V secolo d.C. quale ambientazione storica del romanzo. Ma nulla delle vicende del periodo, le terribili invasioni barbariche per esempio, entrano in qualche misura nelle 5000 pagine del romanzo. La natura incontaminata della regione descritta preserva i protagonisti dai rivolgimenti storici.

Dal romanzo pastorale al conte philosophique, il passo è amplissimo. Centocinquant’anni separano Astrée dal Candide di Voltaire, e con essi tutta una concezione della storia e della letteratura. L’utopia beatamente vissuta nella piena inconsapevolezza dell’uno lascia il posto alla scelta conscia di una morale dell’azione come unica possibile salvezza. Eppure, qual è la conclusione dell’ormai (mi si conceda l’ossimoro) saggio Candido? Interrompendo le stolide elucubrazioni di un filosofo, Pangloss, che non rinuncia a voler dimostrare che viviamo nel migliore dei mondi possibili, Candide taglia corto: «oui, mais il faut cultiver notre jardin» (sì, ma bisogna coltivare il proprio giardino). L’ invito all’azione al di fuori di vane elucubrazioni teoriche sottende anche un ritorno alla terra, all’elementare, all’essenziale.

Non passa tutto un secolo da quando Chateaubriand, al ritorno dai suoi viaggi americani, costruisce il proprio rifugio alla periferia di Parigi. Il giardino della sua residenza della Vallée aux Loups ospiterà piante rare ed è proprio questo che evoca all’inizio delle celeberrime Memorie d’oltre-tomba:

«Gli alberi che vi ho piantato prosperano, sono ancora così piccoli che faccio loro ombra quando mi pongo fra essi e il sole. Un giorno mi restituiranno questa ombra, proteggendo i miei anni come io ho protetto la loro giovinezza. Li ho scelti per quanto possibili dai diversi climi in cui ho viaggiato, ricordano i miei viaggi e nutrono altre illusioni in fondo al mio cuore.»

Da questi alberi curati «come bambini» all’uso della simbologia dell’albero a fini politici, il passo è breve: sarà compiuto meno di mezzo secolo dopo, da un romanziere che avrà in comune con Chateaubriand il destino di icona nazionale, senza tuttavia condividerne il successo postumo: Barrès. L’ormai dimenticato celebratore del conservatorismo politico stile Terza Repubblica inserisce in un suo romanzo una delle immagini destinate ad aver lungo corso. Il romanzo è Les Déracinés (Gli sradicati, 1897) e racconta di sette giovani liceali che, dopo aver conseguito il diploma di maturità nella loro città natale, Nancy, si “sradicano” dal proprio territorio per recarsi a Parigi. La capitale rappresenta ai loro occhi l’ambiente più favorevole per poter attuare il proprio sogno di gloria, che consiste in un progetto di riuscita personale e sociale nel mondo del lavoro. Il motivo conduttore di tutto il romanzo è l’analisi delle cause del destino di ognuno, il fallimento o il successo di ogni protagonista è determinato dall’interazione tra l’istituzione sociale e politica del regime esistente, quello della Terza Repubblica, e le caratteristiche individuali delle singole personalità. Un giorno il giovane Roemerspacher che ha appena scritto un articolo sull’opera di Hippolyte Taine, ha l’onore di ricevere una visita del grande studioso. Questi lo conduce alla spianata degli Invalides e gli indica un platano che costituisce per lui un amico, un consigliere e un modello: quello di una vita che, traendo la propria energia dalle profondità della terra che l’ha visto nascere, sa obbedire alle leggi del suo sviluppo naturale e trarre la sua armonia interiore dall’accettazione delle leggi della necessità. La scelta del simbolo dell’albero suggerisce l’esaltazione della bellezza dell’esistenza e insieme il superamento della finitezza individuale nell’immortalità della specie. Ma lo studente non fa fatica ad attribuire al simbolo una valenza nazionalistica:

« ciò che intravvede improvvisamente, è la posizione umile e dipendente dell’individuo nel tempo e nello spazio, nella collettività e nel susseguirsi degli individui. Ciascuno si sforza di svolgere il proprio ruolo e si agita come freme ogni foglia del platano; ma sarebbe gradevole e nobile […] che le foglie comprendessero la loro dipendenza dal platano e come il di lui destino favorisca e limiti, produca ed inglobi i loro destini particolari»

Roemerspacher viene invitato a comprendere che una vita autentica deve trovare il proprio senso in se stessa, come il platano, e nel proprio suolo natale. Non si poteva esprimere con maggiore chiarezza la necessità di immobilismo sociale e politico.

La forza dell’immagine non manca di colpire André Gide, che, in una severa recensione dei Déracinés, scatena la cosiddetta «Querelle du peuplier» (Disputa del pioppo): gli alberi trapiantati, lungi dal soffrire per il cambio di dimora, crescono più rigogliosi. A buon intenditor…