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Il libro della settimana: Hannah Arendt, Pensiero, azione e critica nell'epoca dei totalitarismi

di Carlo Gambescia - 18/10/2006

 

Il libro della settimana: Hannah Arendt, Pensiero, azione e critica nell'epoca dei totalitarismi, cura di P. Costa, Feltrinelli 2006, pp. 243.

L'opera filosofica di Hannah Arendt, della quale proprio alcuni giorni fa è ricorso ricorso il centenario dalla nascita (14 ottobre 1906 - 14 ottobre 2006) è probabilmente fra le più intriganti del XX secolo. Come la sua persona del resto: ebrea tedesca, allieva di Heidegger e Jaspers, teologa di formazione ma lettrice onnivora, soprattutto di filosofia politica, classici antichi, romanzi e poesia tedesca. Nonché dotata di un timido sorriso, tra i più teneri dell’intera storia della filosofia. Sorriso che nel 1924 fece addirittura perdere la testa a Heidegger, allora giovane e promettente docente …
Ma il vero destino della Arendt, è figlio del terremoto nazionalsocialista. Dopo l’ascesa di Hitler, si rifugia prima in Francia e poi negli Stati Uniti, sua seconda patria. Ma anche dell’altro sisma novecentesco, quello comunista. Due cataclismi che la spingono ad occuparsi di teoria politica.
E così la Arendt, per sfuggire alla morsa totalitaria, abbraccia un liberalismo "malinconico", molto particolare: per un verso mestamente consapevole dei suoi limiti all’interno della società di massa, e per l'altro cosciente di essere la sola alternativa al totalitarismo moderno. E dunque testimone della necessità, non propriamente liberale, di aprirsi alla partecipazione collettiva. In questo ridotto spazio interstiziale, segnato anche dalla smisurata ammirazione per la democrazia degli antichi, si sviluppa la filosofia politica arendtiana.
Secondo la pensatrice, dal momento che l’uomo è un animale politico, il fardello dei filosofi è quello di indicare i confini tra politica ed etica, tra essere e dover essere, senza però sperare di individuarne di definitivi, altrimenti si rischia di ricadere nell’ideologia, in una specie di sapere cristallizzato. Secondo la Arendt, per evitare ogni deriva utopistica sono necessari realismo e immaginazione: una forma di pensiero concreto che illumini la prassi, pensando il mondo non separatamente (come certa filosofia elitaria), ma rapportandosi a esso. Tradotto: il vero politico prima di parlare al mondo, deve capirlo e conoscerlo, con quella cura che si deve avere per le “cose buone” del mondo. E soprattutto accettare, che come tutte le cose, anche quelle “buone”, vanno e vengono. Insomma, non durano per sempre: il paradiso non è sulla Terra.
Pertanto una pensatrice profonda e, tutto sommato, imprevedibile. Come scrive la sua biografa, Elisabeth Young-Bruehl, la “Arendt era e sarebbe rimasta sempre conservatrice e insieme rivoluzionaria” (Hannah Arendt. Per amore del mondo 1906-1975, Bollati Boringhieri 1994, p. 249). Il che ha un suo fascino…
A chi voglia avvicinarsi al suo pensiero, può perciò essere utile la lettura dell’ antologia curata da Paolo Costa ( Hannah Arendt, Pensiero, azione e critica nell’epoca di totalitarismi, Feltrinelli 2006, pp. XXXVIII-243, euro 9,50). Una raccolta che riprende alcuni testi inclusi nei due precedenti volumi dell’Archivio Arendt (eccetto quello su Lessing, L’umanità in tempi bui), pubblicati sempre da Feltrinelli.
La selezione di Costa è ottima. Basta scorrere l’indice per scoprire che affronta tutti i nodi principali del suo pensiero, trattati in libri, ormai classici, come Le origini del totalitarismo (1951), Vita activa. La condizione umana (1959), Tra passato e futuro (1961), La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Sulla violenza (1970), Politica e menzogna (1972).
Due i punti sui quali soffermarsi.
In primo luogo, la sua polemica con Voegelin, altro importante studioso del totalitarismo (si vedano Religione e politica e Una replica a Eric Voegelin, pp. 160- 183 e pp. 194-201). Si tratta di analisi importanti perché discutono il concetto stesso di natura o essenza dell’uomo. Per Voegelin il totalitarismo, di qualsiasi colore, non può distruggere quel che vi è di più nobile nell’uomo: la sua essenza spirituale. Perciò il totalitarismo, sarebbe un errore di percorso, frutto dell’agnosticismo e del secolarismo, malattie dalle quali l’uomo moderno può guarire, recuperando la sua dimensione spirituale. Mentre, secondo la Arendt, per nulla interessata alle “essenze”, il totalitarismo implica il rischio di una trasformazione della natura umana: una specie di punto di non ritorno, a prescindere dalla reversibilità storica dei regimi totalitari. Ma lasciamole la parola : “Il successo del totalitarismo coincide con una soppressione della libertà, in quanto realtà politica e umana, molto più radicale di qualsiasi altra verificatasi in passato. Stando così le cose, sarebbe una ben magra consolazione aggrapparsi all’immutabilità della natura umana per concluderne che è l’uomo stesso che sta per essere distrutto o che la libertà non appartiene alle capacità umane essenziali. Storicamente, noi abbiamo cognizione della natura dell’uomo solo nella misura in cui ha un’esistenza, e nessuna delle sfere di essenze eterne potrà mai consolarci se l’uomo perderà le sue facoltà essenziali” (p. 201). E poche righe più sotto, citando Montesquieu, aggiunge: “L’uomo questo essere flessibile, che si adatta nella società ai pensieri e alle impressioni altrui, è ugualmente capace di conoscere la propria natura quando gli viene mostrata, e disperderla fino al punto di non accorgersi che gli è stata sottratta”.
E qui, il groviglio di contraddizioni sociali che segna il difficile presente di molti paesi post-totalitari, a cominciare dall’Unione Sovietica, dà ragione alla Arendt e torto a Voegelin. Non sarà facile per l’uomo ex sovieticus liberarsi dalla malattia totalitaria.
In secondo luogo, è interessante la distinzione arendtiana tra politico e non politico. A suo avviso, il discrimine è costituito dalla natura del vicolo: “L’appartenenza a un gruppo è una condizione naturale. Si appartiene a un gruppo per nascita, sempre (…) Ma (…) aderire o formare un gruppo organizzato, è qualcosa di completamente diverso. Questo genere di organizzazione si costituisce sempre in relazione al mondo: ciò che accomuna gli uomini che si organizzano sono quelli che in genere vengono chiamati interessi (…). Di conseguenza, persone delle organizzazioni più diverse possono anche essere amici personali, ma se si confondono questi piani, se, per parlar schietto, si porta l’amore al tavolo del negoziato, si commette secondo me un errore fatale” (p. 18).
E qui si pensi all’impoliticità di certo pacifismo attuale, che vuole appunto portare “l’amore al tavolo del negoziato”, ignorando che spesso in politica, come nota la pensatrice, possono più gli interessi che le passioni. Il che non significa, che l’amicizia, tra uomini spesso diversi, per idee e religione, non sia effetto di “una scintilla d’umanità”o fratellanza. Ma che, come nota la Arendt, parafrasando Lessing, la politica impone che ognuno di noi si comporti da “amico di molti, ma fratello di nessuno” (p. 233)…
Tuttavia sotto la scorza del suo realismo si nasconde un ideale di democrazia pericleo, basato su un’estesa partecipazione politica, come nella polis ateniese. Un repubblicanesimo antico, capace però di conciliare modernamente, difesa liberale delle minoranze con gli interessi collettivi, all’interno di uno spazio politico, nel quale tutti possano liberamente partecipare e dissentire. Questo “liberalismo repubblicano” ( se ci si passa l’espressione, una specie di Mission Impossible filosofico-politica) causò alla Arendt critici e nemici di ogni genere, a destra e sinistra. Alla domanda di come conciliare libertà private e pubbliche, o di come evitare le manipolazioni politiche, la pensatrice ha sempre risposto asserendo di non avere in tasca soluzioni salvifiche, ma solo un pugno di principi liberali da difendere. E tanti rischi… Collegati all’esercizio, spesso diretto dall’alto, della moderna libertà di massa. Di qui il suo liberalismo malinconico. Ma i rischi, osserva la Arendt, vanno sempre accettati: fare politica, a tutti i livelli “è dare inizio a qualcosa”. Significa che aggiungiamo “il nostro filo a un intreccio di relazioni. E che ne sarà di esse non ci è dato saperlo” (p. 25).
In fondo, la sua lezione è lineare. Da una parte la libertà dall’altra il dispotismo, e in mezzo uomini e donne che devono scegliere a proprio rischio e pericolo. Alcuni cadono, molti vengono a patti, pochi lottano. E pochissimi, riescono a scrivere, come la Arendt, libri veramente belli.
Sì, belli, come quel suo tenero sorriso…