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Gaza: obiettivi kasher

di Amira Hass - 16/01/2009

 
 
I campi che si estendono tra il confine con Israele e le case palestinesi di Gaza sembrano così pacifici, scrive Amira Hass.

Il 12 gennaio ho fatto qualcosa che non avrei mai pensato di fare: da uno spazio aperto, appena al di qua della frontiera con Gaza, ho guardato i droni israeliani che sorvolavano la zona, i bulldozer che schiacciavano qualunque cosa fosse rimasta al suolo, gli elicotteri Apache che sputavano i loro proiettili letali.

I campi che si estendevano tra il confine e le case palestinesi sembravano così pacifici, così dolorosamente pacifici. Quel giorno avevo seguito Marc Garlasco e la squadra inglese di Al Jazeera.

Garlasco è l'analista militare di Human rights watch. Ha lavorato sette anni per il Pentagono, indicando i bersagli che il comando centrale doveva attaccare in Kosovo, Afghanistan e Iraq. Finché non ha osservato in modo più disincantato la versione ufficiale dei fatti ed è passato dall'altra parte.

Poiché gli è vietato entrare a Gaza – come è proibito agli altri attivisti per i diritti umani e ai giornalisti – deve analizzare da lontano le armi usate da Israele. Su alcuni tipi può fare solo supposizioni, ma non ha dubbi sull'uso illegale del fosforo bianco. Le caratteristiche di questo agente chimico si riconoscono facilmente da come esplode in aria, come fuochi d'artificio.

È usato – legalmente – come cortina fumogena nei campi di battaglia, ma se è impiegato in aree densamente popolate come Gaza gli effetti collaterali sono devastanti: ustioni terribili, incendi, vetro, legno e alberi divorati all'istante. È il fuoco di cui mi parlava Maher la settimana scorsa.

Il 12 gennaio era un giorno ventoso, sconsigliato – ho scoperto – per sparare in aria i proiettili di fosforo. Eravamo un po' sollevati: non avremmo assistito a un'intensa "attività" (come l'osceno gergo militare, adottato tranquillamente dai mezzi d'informazione israeliani, descrive qualsiasi attacco mortale).

Abbiamo sentito il lancio di colpi di mortaio, abbiamo visto gli elicotteri sparare dei missili. Pochi. Io stavo a guardare, insofferente e allo stesso tempo consapevole che dovevo farlo per intervistare Garlasco (è stato intervistato da quasi tutti i giornali e le tv internazionali, ma io sono l'unica giornalista israeliana che ha chiesto di incontrarlo).

Poi siamo stati allontanati dalla polizia militare, con la scusa che eravamo troppo vicini al confine. Ci siamo spostati verso sudest, su una collina da dove telecamere e giornalisti entusiasti scrutano il cielo, come fosse un gigantesco videogioco.

"Ieri filmavamo in continuazione", mi ha detto uno. "Oggi è tranquillo". La notizia mi ha sollevata: forse è l'inizio della fine. Invece durante la notte Gaza è stata colpita e bombardata più che mai. Nessuno ha potuto chiudere occhio. E il pomeriggio successivo ho saputo cosa avevano provocato quei "pochi" proiettili e missili.

Un edificio di Jabalia, a nordest di Gaza, è stato colpito da un missile di avvertimento. La gente ormai ha imparato che è un ordine tacito di fuggire per mettersi in salvo, abbandonare il posto perché sta per arrivare la bomba vera. Si tratta della casa di un leader di Hamas? Di un posto dove si riuniscono dei militanti di Hamas?

Forse sì, forse no. Ma Israele lo considera certamente un obiettivo kasher, idoneo, e ritiene giusto bombardarlo, anche se ci vivono decine di civili. Posso immaginare il panico dell'esodo. Ma non tutti sono riusciti a fuggire.

Ayat al Banna, 18 anni, è rimasto ucciso. Altre quattro persone, tra cui due bambini, sono state ferite. Una squadra di soccorso è intervenuta immediatamente, ma poco dopo è arrivato un nuovo colpo di mortaio che ha ucciso Issa Salah, il medico, 28 anni. Poi ne è arrivato un terzo, che ha fatto altri due morti: la sorella della prima vittima e un altro ragazzo.

Tutti uccisi mentre io stavo guardando da non troppo lontano, sollevata dal pensiero che "l'attività" non era intensa. A proposito, i giornalisti stranieri hanno soprannominato il posto da dove osservano gli spari "la collina della vergogna".