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Dalla democrazia bloccata al blocco della democrazia

di Stefano D'Andrea - 26/01/2010

Democrazia bloccata è qualifica  utilizzata, da tutti o quasi tutti i commentatori, per designare un preteso difetto del sistema politico italiano nel periodo che va dal 1948 ai primi anni novanta. Lo sblocco  e il passaggio alla democrazia dell’alternanza, curiosamente reputata “imperfetta” dai medesimi che l’hanno voluta e realizzata, è stato perseguito  con una manovra a tenaglia. Da un lato, la modifica della legge elettorale. Dall’altro, la modifica della ideologia – il frasario; le narrazioni storiche e le mitologie; le elaborazioni teoriche e le vulgate – del partito che era considerato il “colpevole” del carattere “bloccato” della democrazia italiana, proprio a causa dell’ideologia di riferimento. Sotto quest’ultimo profilo, alla sollecitazione storica, presente in tutte le nazioni – l’onda sorta dal crollo del muro di Berlino e dell’Urss –  si affiancava una precisa volontà, dapprima di molti formatori dell’opinione pubblica, poi anche delle nuove classi dirigenti di quel partito. L’Italia è diventata, così, una democrazia dell’alternanza, sia pure “imperfetta”. Quali vantaggi ne sono derivati e quali svantaggi?

Intanto, deve essere chiaro che in una democrazia bloccata la dialettica politica non è assente e può essere feconda di risultati. Il partito di governo non fa quasi mai quel che vuole e in Italia il partito comunista approvava gran parte delle leggi emanate dal Parlamento. Si pensi che, negli anni cinquanta, al culmine della guerra fredda e delle contrapposizioni ideologiche, più del novanta per cento delle leggi emanate dal parlamento italiano furono approvate all’unanimità; nel 1970 lo statuto dei lavoratori fu approvato dal settanta per cento del parlamento, con il voto contrario di pochi, dei liberali mi sembra, e l'astensione del PCI che pretendeva di più; 3) la legge sull'equo canone fu votata da "entrambi gli schieramenti"; 4) la distribuzione dei tre canali RAI a PCI, PSI e DC è nota; 5) la riforma del diritto di famiglia fu approvata, con il consenso delle sinistre, da un parlamento a maggioranza democristiana.

Perché c’era questo accordo tra le forze politiche? Perché esse muovevano da comuni presupposti, che al livello formalmente più alto erano fissati nella Costituzione e al livello formalmente inferiore, da alcuni principi posti da leggi ordinarie i quali caratterizzavano settori vitali dell’ordinamento:  la disciplina delle banche, dell’industria pubblica, del fallimento delle imprese, del diritto societario,  dell’editoria televisiva e radiofonica, dell’urbanistica e di altro. Vi era poi – e si tratta di nota importante, raramente considerata – un comune rispetto per le norme giuridiche racchiuse nei grandi codici, civile, penale, di procedura civile e di procedura penale: raramente il legislatore interveniva per modificare le norme codicistiche e quando lo faceva, la ragione risiedeva nel fatto che si voleva attuare uno o altro principio costituzionale. Sia le norme codicistiche, sia le leggi che disciplinavano le materie accennate e altre ancora, venivano da lontano: erano state emanate dal governo fascista; e ciononostante esse furono, al più, ritoccate dalle forze antifasciste. (Bisognerebbe cominciare a distinguere i campi in cui le forze politiche che successero al fascismo furono antifasciste e i campi in cui non lo furono). Alcune importanti leggi sulla pubblica amministrazione erano addirittura anteriori e mantennero vigenza durante i primi quaranta anni successivi alla Costituzione, quando il quadro che ho descritto corrispose alla realtà direi senza eccezioni di rilievo.

Al di là delle ideologie, che sono frasi, narrazioni, miti e pseudo teorie economiche, sul piano della concreta e reale attività legislativa, la coalizione condannata all’opposizione svolgeva un ruolo da protagonista nella dialettica parlamentare e contrastava la coalizione condannata al governo con riguardo ai corollari e alle applicazioni di quei principi. Ciò era possibile perché vi era una concorde adesione ai medesimi. Restavano questioni di politica estera, per esempio l’adesione alla NATO, o i rapporti con gli Stati Uniti e i paesi arabi. Su questi demi decideva effettivamente la coalizione di governo, sempre con grande equilibrio, si deve dire. E credo che siano in molti a concordare ancora oggi con questa valutazione, specie dopo aver potuto constatare il minor equilibrio degli attuali centrodestra e centrosinistra. Soltanto sotto il profilo ideologico, a cominciare del discorso svolto dai dirigenti comunisti agli iscritti e ai simpatizzanti, restavano maggiori frizioni, perché il PCI perseguiva la mitica “democrazia avanzata” e in generale, man mano che si procedeva, era sempre per posizioni “più avanzate”.

Chiamarono tutto ciò consociativismo; mentre era l’unità della nazione che procedeva per la sua strada. Una unità che veniva da lontano e che era quella che era, con limiti congeniti e con altri che si andavano generando, come è del tutto naturale. Una unità, che aveva accolto il meglio della legislazione risorgimentale, poi il meglio della legislazione fascista; che aveva fissato i punti cardine in una Costituzione rigida e che per quaranta anni si consolidava nella lenta ma costante attuazione della Costituzione: riforma agraria e distribuzione delle terre, punto unico di contingenza, abolizione della mezzadria, statuto dei lavoratori, riforma del diritto di famiglia, equo canone.

Accade il medesimo fenomeno oggi che c’è la democrazia dell’alternanza?

Sotto un profilo si e sotto un altro no.

Si sotto il profilo dei principi comuni. Non mi sembra si possa negare che centrodestra e centrosinistra hanno dimostrato di accogliere, negli anni passati, molti principi comuni. Le due coalizioni hanno creduto che si dovesse legiferare lungo direzioni sulle quali esse consentivano, salvo dividersi sui corollari e sulle applicazioni o sul punto fino al quale si dovesse procedere lungo la direzione comunemente perseguita. L’una voleva abbassare le tasse; e l’altra voleva abbassarle di più; l’una voleva il federalismo e l’altra ne voleva di più; l’una voleva la governabilità e l’altra ne voleva di più; l’una voleva riformare le pensioni e l’altra voleva riformarle di più; l’una credeva che si dovesse comunque introdurre la precarietà del lavoro e l’altra voleva più precarietà;  l’una autorizzava molte imprese all’esercizio dell’attività di gioco e scommessa; e l’altra ne autorizzava di più. L’una voleva privatizzare e l’altra voleva privatizzare di più.

Anzi, le due coalizioni sono state a lungo d’accordo anche sulla linea di politica internazionale. L’antico problema è stato addirittura risolto: accordo su tutto. Si alla nato. Si agli interventi militari, salvo mascherarli da operazioni di pace e cercare di ritagliarsi posizioni e ruoli il più possibile sicuri. Si alla guerra al terrorismo. Nessuna volontà di oscurare Bush e Obama sui media che le due coalizioni controllano e quindi palese riconoscimento di sudditanza. Si alla libera circolazione dei capitali e delle merci. Si ai tribunali internazionali. No a posizioni intransigenti nei confronti di Israele; anzi una comune politica certamente più filoisraeliana rispetto a DC, PCI e PSI. Si all’Europa. Nessuna proposta di costituire una organizzazione internazionale mediterranea. Ignoranza delle proposte euroasiatiche.

L’unità sui principi, dunque, è divenuta addirittura maggiore che durante la democrazia bloccata. Le posizioni, peraltro, sono state più radicali e meno equilibrate che non durante il periodo precedente. La storia dirà se abbiamo commesso errori. Certamente abbiamo perduto parte notevole dell’autonomia decisionale.

Anche il problema della presenza e del peso di teorie e ideologie critiche nei confronti della società è stato risolto. Esse sono completamente scomparse dal palcoscenico e perciò “il pubblico” non le conosce, non si lascia convincere e non può essere convinto. L’anomalia del PCI è stata eliminata. Il lungo cammino velocemente percorso dai dirigenti  del partito comunista – che li ha condotti a posizioni, non solo capitalistiche ma anche produttivistiche, economicistiche, consumistiche, markettizzanti e di ammirazione per gli Stati Uniti – ha garantito una omogeneità ideologica notevole, perché anche dall’altra parte cattolici, socialisti e categorie sociali varie hanno percorso il medesimo cammino e sono giunti alla stessa meta.

Sui corollari e sulle applicazioni, invece, le due coalizioni non riescono a raggiungere l’accordo. Ed ecco, allora, che ad una legge che afferma un principio e lo applica in un determinato modo, segue sovente una legge diversa (non contraria) che non intacca quel principio ma disciplina in modo differente corollari e applicazioni. Reco un solo esempio, relativo a materia che conosco per ragioni professionali: l’Università. Abbiamo avuto più di un provvedimento normativo sui concorsi universitari; più di un provvedimento normativo sulla autonomia universitaria; più provvedimenti normativi sull’“offerta formativa” (l’organizzazione dei corsi di studio); più provvedimenti normativi sulla valutazione; più provvedimenti normativi sui contratti di ricerca.

Traiamo le conclusioni. In Parlamento non esistono più partiti che sostengano e propongano una diversa collocazione internazionale dell’Italia. Non solo non ci sono più PCI e MSI a sostenere le vecchie alternative; non ci sono nemmeno nuovi partiti che ne propongano di diverse. E’ un vantaggio? Bah! La mancanza di dibattito può essere un vero vantaggio?

In Parlamento non esistono partiti o posizioni anticapitalistiche, antiproduttivistiche, antieconomicistiche, anticonsumistiche, antiliberiste e antimarkettizzanti. Non esistono più i vecchi partiti e non ve ne sono di nuovi. Anche in questo caso mi chiedo se l’assenza di dibattito possa mai costituire un reale vantaggio. 

Se i due indicati siano vantaggi o svantaggi si può discutere. Su un punto, però, si deve convenire. E’ certamente un danno derivato dalla democrazia dell’alternanza se non sappiamo percorrere alcuna direzione, perché, imboccata la strada, le due coalizioni si dividono, pressoché in ogni materia, sui corollari e le applicazioni e non trovano mai l’accordo. Esse, anzi, non vanno nemmeno d’accordo con sé stesse perché sovente una colazione modifica o abroga norme che essa stessa ha emanato poco tempo prima (anni o anche mesi).

Quali vantaggi ha recato la democrazia dell’alternanza: che in Parlamento ci sono più abbienti? che, sebbene la laurea oggi la prendano fin troppe persone, nei consigli comunali di solito vi è una percentuale più bassa di laureati che non nel 1977? l’eliminazione o oscuramento del dissenso e del dibattito in politica internazionale? l’eliminazione o oscuramento del dissenso e del dibattito sui fondamenti della nostra società: marchi, pubblicità, finanza, rendita immobiliare, scommesse, e  così via? L’incapacità totale di andare in una qualche direzione? I bisticci degli incapaci di intendere e di volere che il popolo italiano è capace di eleggere?

La cosiddetta democrazia bloccata camminava e camminava tracciando una strada che veniva da lontano. La democrazia dell'alternanza si è incamminata nella direzione opposta (ma per sé naturale e obbligata) e non riesce nemmeno a tracciare un sentiero che abbia un minimo di senso. La democrazia dell'alternanza è l'arresto di una nazione; lo spezzarsi di un destino; lo svanire di una possibilità. Paradossalmente, è la democrazia dell'alternanza ad essere bloccata e lo è sotto un duplice profilo. Per principio costitutivo è "bloccata" al servizio delle grandi imprese capitalistiche, dei grandi marchi, dei grandi media e della grande finanza. Nella versione italiana, poi, il destino ha voluto che essa sia bloccata anche nel senso che è disfunzionale e ormai già arrugginita. Reco un solo esempio, macroscopico, della disfunzionalità e della ruggine. Nel tempo di sei anni è stato introdotto un nuovo rito (processo civile) per le cause societarie ed è stato poi eliminato dall’ordinamento. E’ stata prevista una variazione del rito (processo civile) per le cause che hanno ad oggetto sinistri stradali che abbiano causato danni alla persona e poi si è tornati al rito ordinario. Sono stati introdotti i “quesiti” come requisito di ammissibilità dei ricorsi per cassazione e poi sono stati eliminati.  Le norme vengono introdotte, fanno guai perché sono scritte male, creano scompiglio e confusione e, quando ancora non si solidificano le interpretazioni, vengono abrogate. Il nostro legislatore è un pugile suonato. E' incapace di intendere e di volere.

Il trascorrere dalla democrazia bloccata alla democrazia dell'alternanza è stato soltanto un capitolo dell'americanizzazione del mondo che si è verificata negli ultimi venti anni: vi è coincidenza cronologica, logica, ideologica ed economica. Quando non avremo più il padrone o quando ce ne saremo liberati – in primo luogo del suo fantasma, che è ormai dentro noi stessi – non potremo fare altro che tornare sui nostri passi e riprendere il nostro cammino.