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L'Italia ha detto no alla mia centrale solare e io vado in Spagna

di Carlo Rubbia - 12/05/2006

Fonte: alister

 




di Giorgio Rivieccio

II Premio Nobel per la Fisica ha realizzato l'impianto più innovativo per ricavare energia dal Sole.       :

Ma il nostro Paese l'ha rifiutato. E lui si è rivolto altrove.Risultato: 20 nuove centrali stanno sorgendo nella penisola iberica. In
questa intervista esclusiva Rubbia spiega perché se n'è andato,E bolla la ricerca italiana: «È il caos»

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Demoralizzante. Ibernata. Un caos totale, mentre il mondo continua a procedere. Sa come definiscono gli inglesi una condizione del genere?
A footnote, una nota a pie' di pagina».
Dalla sua stanza al Cern di Ginevra, Carlo Rubbia guarda a Sud-Ovest e descrive così la situazione dell'Italia nella ricerca e particolarmente in
campo energetico. Senza usare molta diplomazia, come è sua abitudine. «Ho provato a cambiare un po' di cose, ma non ci sono riuscito».

A Sud-Ovest di Ginevra c'è la Spagna. Qui, un gruppo di imprese private sta realizzando la più grande concentrazione di centrali solari del mondo,
basate su un brevetto che Rubbia ha sviluppato negli anni scorsi. E che lo scienziato ha inutilmente cercalo di far realizzare in Italia, nei cinque
anni in cui è stato presidente dell'Enea, prima di esserne allontanato.
Conclusasi tra feroci polemiche la sua avventura di dirigente della ricerca pubblica, Rubbia ha proposto il suo progetto al Ciemat, l'Enea spagnolo. In
pochissimo tempo il Ciemat lo ha approvato, finanziato e ha creato a Madrid un centro di ricerca e sviluppo da 70 mila metri quadrati sul solare
termodinamico e le energie rinnovabili. Adesso, una ventina di nuove centrali solari stanno spuntando in diversi siti della penisola iberica, tutte finanziate dalle maggiori aziende private spagnole dell'energia.

«Ora sì che mi sto divertendo come un matto», dice Rubbia. L' Italia che non si è fatta molti problemi a lasciarselo scappare è ormai un
capitolo chiuso.
Lui non ama guardare indietro, ha troppe iniziative da mettere al fuoco. Goriziano di nascita, 69 anni, Premio Nobel nel 1984 per la scoperta delle
particelle che trasportano una delle tre forze fondamentali della natura,quella elettrodebole, Rubbia è uno degli scienziati con la più alta concentrazione di idee nei campi più disparati.

Ha realizzato a Trieste il laboratorio di Luce di Sincrotrone, che utilizza fasci di particelle per esaminare la struttura dei materiali, ma anche di virus e proteine, a livello sub-microscopico.

Ha ideato un sistema rivoluzionario di propulsione spaziale a fissione nucleare [vedi Newton, novembre 1998], che permette di accorciare di
dieci volte i tempi per raggiungere altri pianeti.

Ha inventato una centrale elettrica unita a un acceleratore di particelle che «brucia» le scorie nucleari [vedi Newton, dicembre 2004], risolvendo tre
problemi in uno: la produzione di energia, la sicurezza dell'impianto che si spegne da solo se lasciato a se stesso; inoltre, l'eliminazione dei residui
nucleari delle centrali, la cui radioattività altrimenti resta per migliala di anni.

Ha progettato infine un esperimento per la ricerca della materia oscura, il più grande enigma sulla struttura dell'universo, per i Laboratori del
Gran Sasso, in Abruzzo.

L'energia solare è una delle sue sfide attuali. «Ha idea», dice, «di quanto costeranno i combustibili fossili fra 10 anni? Ci vorrà qualcosa per
sostituirli». Che cosa? «Non il nucleare di oggi, dato che produce scorie radioattive da far paura. In realtà avevamo il modo per produrre
energìa bruciando proprio le scorie, anzi l'Italia era leader nel mondo in questa tecnologia. Ora ce la stanno copiando i giapponesi».
Le biomasse, prosegue, «possono dare un contributo limitato. Lo stesso accade per l'energia solare tradizionale, quella fotovoltaica, e
l'energia eolica. Anche se passassero dal 2 al 5 per cento della produzione di un Paese non risolverebbero il problema. Perché hanno un limite:ciò che
producono non si può accumulare. Per esempio, l'energia fotovoltaica non si produce di notte o quando il tempo è nuvoloso, cioè nei momenti in cui
servirebbe di più.
E in generale l'energia deve essere a disposizione quando se ne ha bisogno,non quando il buon Dio la manda».

Il vero problema, sottolinea Rubbia, è quindi la possibilità di accumulare questa energia. «Lo puoi fare in due modi», dice. «O attraverso energia termica, cioè calore, o attraverso la produzione di idrogeno. Il primo caso è già realizzabile a livello industriale:l'energia del Sole viene usata per riscaldare un fluido da utilizzare poi per azionare turbine e quindi generatori di elettricità. E si può accumulare sotto forma di calore per giorni, così da essere impiegata quando realmente serve».

Nasce così il suo progetto di solare termodinamico, un sistema ispirato,spiega Rubbia, a quanto accadde a Siracusa 212 anni prima di Cristo, quando
Archimede utilizzò degli specchi per concentrare i raggi del Sole sulle navi romane che assediavano la sua città. Oggi questa idea si è trasformata in una serie di specchi parabolici dislocati su un chilometro quadrato di superfìcie. Gli specchi concentrano il calore del Sole in una rete di tubi in cui viene fatta scorrere una miscela di sali,che si riscalda fino a 550 gradi, una temperatura molto più alta rispetto a impianti simili realizzati in passato, così da aumentare sensibilmente il
rendimento [vedi box qui sopra].
«È una tecnologia», osserva Rubbia, «che in dieci anni sarà matura e potrà
rendere il solare competitivo».

La centrale «Archimede», come era stato battezzato il prototipo, doveva
essere realizzata da noi, e proprio vicino Siracusa, a Priolo Gargallo.
L'accordo col Comune c'era già e il complesso, 360 specchi parabolici su una
superficie di 40 ettari, avrebbe fornito una potenza di 20 Megawatt e
un'energia di 60 milioni di chilowattora l'anno. Quanto bastava per
alimentare l'intera cittadina di 12 mila persone senza far ricorso ad altre
fonti energetiche. A un costo coperto quasi interamente con finanziamenti
privati. Ma poi l'Italia ha rifiutato questa opportunità.

Così Rubbia ha portato il suo progetto in Spagna. «In questo Paese»,
osserva, «la cosiddetta "tassa verde" ha reso appetibili le centrali
solari già a livello di sviluppo, tanto da far aprire al Paese un "canale
solare" che unisce l'innovazione tecnologica alla risoluzione dei problemi
energetici».

Effettivamente, in Spagna è stata approvata, nel marzo del 2005, una legge
per la promozione del solare termodinamico che prevede sovvenzioni del 300
per cento del costo medio del chilowattora prodotto in questo modo, fino a
un massimo di 500 Megawatt. Oggi il
chilowattora ottenuto in questo modo costa due volte e mezzo in più di
quello prodotto da fonti fossili, ma i dirigenti del Ciemat concordano
con Rubbia che nel giro di pochi anni il suo costo sarà meno della metà di
quello delle altre fonti rinnovabili.
«Un aspetto importante è la spinta all'innovazione che viene da programmi
del genere», commenta Rubbia. «Perché senza innovazione
non si riesce a fare nulla».

È inevitabile a questo punto fare un paragone con l'Italia. «Indubbiamente
la Spagna ha lavorato molto in questi anni», dice, «tanto da aver uguagliato
l'Italia in campo scientifico e tecnologico. Ma con una differenza: la
Spagna ha raggiunto questo punto con una derivata positiva [cioè in
accelerazione, ndr], mentre l'Italia con una derivata negativa [in
decelerazione]».

«Mi chiedo», conclude, «dove andranno a finire le competenze italiane.
Almeno quelle che oggi vi restano. La situazione è demoralizzante ed è
chiaro che i giovani si rivolgano altrove. Gli enti di ricerca vogliono fare
solo ricerca applicata, mortificando sempre più la ricerca di base. Ma la
ricerca di base è paragonabile alle radici di un albero: se si vogliono i
frutti bisogna alimentare le radici. In Italia invece si tagliano le radici.
E allora, secondo lei, quali frutti potrà produrre domani quell'albero?».


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Come funziona il Solare di Rubbia ?
II fluido per accumulare il calore è a base di un sale compatibile con
l'ambiente
La centrale solare termodinamica di Rubbia è basata su specchi parabolici,
con apertura di 5 metri e 76, adatti a una produzione industriale,
costituiti da pannelli a nido d'ape di 2 centimetri e mezzo di spessore.
Ogni specchio concentra il calore del Sole su un tubo posto nel fuoco della
parabola, formato da una struttura coassiale di due cilindri concentrici: un
tubo di vetro esterno da 11,5 centimetri di diametro e uno d'acciaio interno
da 7 centimetri di diametro all'interno del quale scorre un fluido in grado
di immagazzinare elevate quantità di calore.
Il fluido che scorre all'interno del tubo ricevitore è una miscela di sali,
60 per cento di nitrato di sodio e 40 per cento di nitrato di potassio, che
trasporta il calore a 550 gradi. Questo sale, ampiamente usato come
fertilizzante, è economico, facilmente reperibile e soprattutto compatibile
con l'ambiente.
Dal serbatoio, denominato «serbatoio caldo», i sali vengono inviati a uno
scambiatore di calore, dove viene prodotto vapore che, come nelle
centrali elettriche tradizionali, aziona una turbina e genera energia
elettrica.
Il fluido che ha ceduto parte del suo calore è convogliato in un «serbatoio
freddo» a 290 gradi e quindi reimmesso nel ciclo.
Il calore accumulato nel serbatoio caldo serve a compensare le irregolarità
dell'irraggiamento solare e a fornire energia anche di notte. Per mezzo di
un complesso algoritmo il computer centrale calcola la migliore inclinazione
degli specchi ai fini della concentrazione dei raggi.

Paola Catapano



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Perché considera il solare termodinamico più vantaggioso di quello
fotovoltaico?
«Perché è come uno scaldabagno: puoi farti la doccia anche di notte o quando
non c' è il Sole»

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Come vede la situazione della ricerca italiana?
«Immobilismo generale e blocco delle assunzioni. Non lamentiamoci se i
ricercatori vanno all'estero»

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Come hanno reagito i colleghi alla sua decisione di lavorare fuori
dall'Italia ?
«La mia scelta è condivisa anche da altri Nobel italiani, come Dulbecco e
Giacconi, che restano negli Stati Uniti»

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C'è una ricetta per far fiorire la ricerca scientifica di un Paese?
«Dev' essere un'orchestra con tanti strumenti. Con alte competenze in ogni
campo, per sviluppare qualsiasi idea»

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Renato