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L'ode papale alla "buona" economia

di Serge Latouche - 09/09/2010

   
   

Critica dell'enciclica Caritas in Veritate

Nonostante sia il santo protettore dei bancari e del contabili l’apostolo Matteo condannava il denaro: “Nessuno può servire due padroni; perché negherà uno e amerà l’altro. Non si può servire Dio e Mammona allo stesso tempo” (Matteo 6, 24). Oggi Benedetto XVI proclama l’allineamento della Chiesa Cattolica all’economia di mercato.
L’uso della “politica dell’ossimoro” da parte dei governi dei paesi occidentali è diventato sistematico. (1). L’ossimoro, figura retorica che consiste nel giustapporre due nozioni contrarie, permette ai poeti di far sentire l’indicibile e esprimere l’inesprimibile; in bocca dei tecnocrati, serve più che mai per far passare un gatto per una lepre. La burocrazia vaticana non sfugge alla regola; si può ritenere che sia stata proprio essa ad inventare tale regola.

In effetti, la Chiesa ha una grande pratica nelle antinomie, già dagli avi bruciati vivi per amore fino alle crociate e alle “guerre sante”. Benedetto XVI, con l’enciclica Caritas in veritate (“L’amore nella verità”) firmata il 29 giugno 2009, ci offre un nuovo esempio riguardante l’economia (2).

Per alcuni religiosi (Alex Zanotelli, Achille Rossi, Luigi Ciotti, Raimon Panikkar, senza dimenticare i difensori della sulfurea Teologia della Liberazione), tanto per dimenticarsi di Ivan Illich o Jacques Ellul, la società di accrescimento risulta condannabile per la sua perversione intrinseca, e non a causa di eventuali deviazioni. Nonostante tutto, la dottrina del Vaticano non prende questo cammino. Né il capitalismo, né il guadagno, né la globalizzazione, né lo sfruttamento della natura, né l’esportazione dei capitali, né la finanza, e nemmeno certamente la crescita o lo sviluppo sono condannati per se stessi; i loro eccessi sono gli unici colpevoli.

Quello che impressiona è la predominanza della doxa economica sulla doxa evangelica. L’economia, invenzione moderna per eccellenza, viene impostata come un’essenza che non può essere discussa. “La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale” (p. 57). Lì si distacca dal fatto che può essere buona, così come tutto ciò che la riguarda. Così la mercificazione del lavoro non è denunciata né condannata. Ci ricordiamo che Paolo VI insegnava che “ogni lavoratore è un creatore” (p. 65). Ciò è vero anche per la cassiera del supermercato? L’affermazione suona (per casualità?) come l’umorismo involontario e sinistro di Stalin, che diceva: “Con il socialismo, perfino il lavoro diventa più leggero”.

L’enciclica rende conto di uno spaventoso sviluppo. La parola “sviluppo” appare 258 volte in 127 piccole pagine; una media di due volte per pagina. È certo che si tratta di uno sviluppo umanista: sviluppo “di ogni persona”, “personale”, “umano” e “umano integrale”, “veramente umano”, “autentico” , “di ogni uomo e di tutti gli uomini” e anche “un autentico sviluppo umano integrale” (p. 110). Se l’assimila al benessere sociale, alla “soluzione adeguata dei gravi problemi socioeconomici che affliggono l'umanità”(p. 7).

Questo entusiasmo non è sfuggito ai partigiani del Papa, che estraggono da lui un argomento a loro favore. “Lo ‘sviluppo umano integrale’ è il concetto fondamentale di tutta l’enciclica, utilizzato almeno 22 volte per ampliare il concetto tradizionale di “dignità umana”, segnala l’accademica britannica Margaret Archer, membro della Accademia Pontificia di Scienze Sociali (3).

La vanagloriosa delocalizzazione

Si osserva anche la feticizzazione /sacralizzazione di questa nozione: “Se l’uomo […] non avesse una natura destinata a trascendere, […] si potrebbe parlare di aumento o evoluzione, e non di sviluppo”. Lo sviluppo dei popoli è considerato una “vocazione”. “Il Vangelo – ci viene detto- è elemento fondamentale dello sviluppo”, perché rivela l’uomo in se stesso. Certamente, con la precauzione di Paolo VI, di cui si ricorda l’enciclica Populorum progressio del 1967: “I popoli della fame oggi interpellano i popoli dell’opulenza” (p. 24), un ammiccamento del Papa alla famosa formula dei suoi predecessori: “Lo sviluppo è il nuovo nome della pace”.

Contrariamente alla sfortunata espressione di Paolo VI, senza dubbio, lo sviluppo non è il nuovo nome della pace, ma quello della guerra: guerra per il petrolio o per le risorse naturali in via di scomparire. Dal principio, la crescita e lo sviluppo furono investimenti aggressivi: guerra contro la natura, guerra contro l’economia di sussistenza e contro quello che Ivan Illich chiama “il vernacolo”. Molto prima che il presidente Eisenhower denunciasse il complesso militare -industriale, l’industria della guerra s’era convertita nello sviluppo forzato, e viceversa: i trattori rimpiazzavano i carri armati, i pesticidi i gas di combattimento e i fertilizzanti chimici gli esplosivi. Nel senso inverso, il cammino della decrescita tornava a ubicare la pace e la giustizia al centro della società. Pero ciò implica un decremento: abolire la fede nell’economia, rinunciare al rituale del consumo e al culto del denaro. Non per cadere un’altra volta nell’illusione di una società il cui male è stato definitivamente sradicato, ma per costruire una società in tensione, che affronti le proprie imperfezioni e le sue contraddizioni, procurandosi allo stesso tempo un orizzonte di bene comune invece di incoraggiare lo scatenarsi dell’avidità.

Però non solo il Papa non ha scelto questo cammino, ma addirittura una piccola frase sembra puntare direttamente agli “obiettori della crescita”: “L'idea di un mondo senza sviluppo esprime sfiducia nell'uomo e in Dio” (p. 20). Si danno per certi tutti i topici dello sviluppo: “lo sviluppo c'è stato e continua ad essere un fattore positivo che ha tolto dalla miseria miliardi di persone e, ultimamente, ha dato a molti Paesi la possibilità di diventare attori efficaci della politica internazionale.” (p. 30). Un’affermazione superficiale che possibilmente ha preso dal suo “esperto”, l’economista Stefano Zamagni. Quest’ultimo dichiarò in un’intervista alla rivista Un Mondo possibile: “Ancora tenendo in conto l’accrescimento della popolazione, si può dire che la percentuale dei poveri assoluti è passata dal 62% nel 1978 al 29% nel 1998” (4). Non è chiaro da dove prese questa cifra. Anche se forse, effettivamente, i rapporti della Banca Mondiale parlano di un ribasso nella percentuale statistica della povertà assoluta ( il quale, in ogni modo, non vuol dire gran che) dovuto all’effetto meccanico della crescita cinese, si tratta d’una differenza molto modesta, e non di questo decremento tanto spettacolare, ideale per alimentare le fantasie dei sostenitori dello sviluppo impenitenti. Zamagni dovrebbe ricordare il “teorema” di Trilussa: quando da una produzione di due polli per due abitanti, dove ciascuno ne produce uno, si passa a produrre quattro polli da un abitante, la media passa da uno a due, però metà della popolazione viene impoverita.

Con carità cristiana, sarebbe stato più interessante ricordare che a settembre del 2008 il direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Agricoltura e l’Alimentazione (FAO), Jacques Diouf, annunciò che il numero di persone con fame cronica è passato da 848 milioni del periodo 2003-2005 a 923 milioni a fine del 2007. Si può addirittura ricordare i paradossi destati dalla New Economics Foundation: da alcuni anni, questa organizzazione non governativa (ONG) britannica stabilisce un “indice della felicità” (“Happy Planet Index”) che investe tanto nell’ordine classico del Prodotto Interno Lordo procapite come in quello dell’Indice dello Sviluppo Umano (IDH).

Per Benedetto XVI la globalizzazione appare come qualcosa di buono, così come il libero scambio. Si avvicina alle posizioni dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale (FMI), il quale ex direttore, Michel Camdessus, è stato consigliere di Giovanni Paolo II. In un libro intitolato La nostra fede in questo secolo, scritto con i coautori Micheal Albert e Jean Boissonnat, Camdessus vede nella globalizzazione “la venuta di un mondo unificato e più fraterno”. I nostri esperti cristiani affermano addirittura che: “La globalizzazione è una forma laica di cristianizzazione del mondo” (5).
Per loro, la globalizzazione sarebbe “il motore principale per uscire dal sottosviluppo” (p. 50). Per ciò “Non c'è motivo per negare che un certo capitale possa fare del bene, se investito all'estero piuttosto che in patria.” (p. 64). La vanagloriosa delocalizzazione! “Non c'è nemmeno motivo di negare che la delocalizzazione, quando comporta investimenti e formazione, possa fare del bene alle popolazioni del Paese che la ospita.” (p. 64).
In conformità alla dottrina della OMC, si condanna il protezionismo dei ricchi, che sarebbe addirittura colpevole di impedire che i paesi poveri esportino i loro prodotti e accedano alle bontà dello sviluppo. “il principale aiuto di cui hanno bisogno i Paesi in via di sviluppo è quello di consentire e favorire il progressivo inserimento dei loro prodotti nei mercati internazionali, rendendo così possibile la loro piena partecipazione alla vita economica internazionale.” (p. 98).

Neanche una parola a riguardo dell’ingiustizia o l’immoralità del libero scambio dei paesi poveri; riescono solo ad aiutarli per adattarsi: “è pertanto necessario aiutare tali Paesi a migliorare i loro prodotti e ad adattarli meglio alla domanda” (p. 98). Anche il turismo “può costituire un notevole fattore di sviluppo economico e di crescita culturale” (p. 102). C’è da interpretare che – sempre che non sia sessuale- il turismo organizzato è il prolungamento dei pellegrinaggi di San Paolo e degli Apostoli?

“Etica” a tutti i livelli

Grazie alla confusione generata dall’ideologia dominante fra “mercato” e “mercato”, cioè fra l’interscambio tradizionale e la logica della omni - mercificazione, l’economia non è condannabile: “La società non deve proteggersi dal mercato come se lo sviluppo di quest’ultimo implicasse ipso facto la morte delle relazioni autenticamente umane”.

In merito alla distruzione dell’ambiente, il problema è in effetti menzionato, però lo supera rapidamente. Si appella in fine a “un governo responsabile sulla natura per custodirla, metterla a profitto e coltivarla anche in forme nuove e con tecnologie avanzate in modo che essa possa degnamente accogliere e nutrire la popolazione che la abita” (p. 84). Grazie a Dio e alla tecnica: è un poco facile.

I disastri dell’economia capitalista non giustificano condanna alcuna per i loro agenti. Responsabili, senza dubbio; però non colpevoli se il beneficio è stato estrapolato “per un buon motivo”. Come con la tortura inquisitoria, la soluzione della quadratura del cerchio fra logica economica e l’etica cristiana radica senza dubbio in “Che si faccia senza odio!” dei manuali dei grandi inquisitori; senza odio e addirittura con amore. L’economizzazione del mondo si può portare a termine, ma sotto il segno della carità: è la grande riconciliazione fra Dio e Mammona. La favola degli interessi ben compresi che favorisce la manovra appare, certamente, minuziosamente dettagliata. “c'è una convergenza tra scienza economica e valutazione morale. I costi umani sono sempre anche costi economici” (p. 48). Salvatevi! Si può servire due padroni. E poi il tutto deve immergersi nell’acqua benedetta dei buoni sentimenti; il buonismo che l’Italia, influenzata dal potere temporale e dai Papi, ha convertito in una propria specialità. “L'economia infatti ha bisogno dell'etica per il suo corretto funzionamento” (p. 75). Che felicità! Si lancia allora un vigoroso appello alla “responsabilità sociale” dell’impresa.

E dato che ciò non si può raggiungere, si introduce come rinforzo la qualità logica del dono e del perdono nelle gelate acque del calcolo economico (p. 5): “il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica” (p. 58). Il settore senza fine di lucro, il terzo settore, l’economia civile, si menziona e si esalta. “È la stessa pluralità delle forme istituzionali di impresa a generare un mercato più civile e al tempo stesso più competitivo.” (p. 78): sempre il mito della buona azione/buon affare. Come se la competizione promossa da Bruxelles non avesse già raggiunto, al contrario, già smantellato quello che restava dell’economia sociale e mutualista, così come una gran parte del settore pubblico.

Alla fine, la condanna delle ingiustizie e l’immoralità dell’economia mondiale attuale è più scarsa di quella del G20 di Londra o di quella del presidente francese, Nicolas Sarkozy, che denunciò gli “eccessi” della finanza e del neoliberismo e si appellò a una moralizzazione del capitalismo… incluso quella del presidente americano Barack Obama, che fustigò l’oscenità dei bonus e dei superguadagni delle banche. Ci sarà da credere che avesse ragione il grande inquisitore di Dostoievskij, in I fratelli Karamazov, quando diceva a Cristo: “Vattene e non tornare…”

Serge Latouche
Professore emerito di Economia all’Università di Orsay (Parigi), critico della crescita. Autore, fra gli altri, del libro Le Temps de la décroissance (con Didier Harpagès), Thierry Magnier, París, 2010.


Fonte: www.rebelion.org/
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=112018&titular=la-oda-papal-a-la-%22buena%22-econom%EDa-
28.08.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ANTONIETTA BANDELLONI

NOTE

1 Bertrand Méheust, La Politique de l’oxymore, La Découverte, París, 2009.
2 Tutte le note dell’enciclica si riferiscono all’edizione: Benedetto XVI, Caritas in Veritate, Libreria Editrice Vaticana, Roma, 2009. La traduzione è nostra.
3 Margaret Archer, “L’enciclica di Benedetto provoca la teoria sociale”, Vita e Pensiero, N° 5, Milano, settembre-ottobre 2009.
4 “Caritas in veritate e nuovo ordine economico”, Un Mondo possibile, Treviso, N° 22, settembre 2009, pag. 6.
5 Michel Albert, Jean Boissonnat e Michel Camdessus, Nuestra fe en este siglo, Desafío, Santiago, 2004.