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La dittatura del rating e i dilettanti allo sbaraglio

di Aldo Giannuli - 30/01/2012


Ogni qual volta le agenzie di rating (e per esse intendiamo le tre sorelle newyorkesi, dato che tutto il resto del rating non conta nulla) declassano qualcuno, quel qualcuno inizia a strillare che non sono credibili, che non bisogna starle a sentire, perchè non contano più nulla ecc. Poi, però, tutti si adeguano agli editti imperiali di Moody’s o di S&P e gli interessi sui titoli salgono immediatamente.
E’ successo anche questa volta per i titoli dei bond europei. Anzi questa volta è successo in anticipo: le borse si sono adeguate già in base ai primi annunci, cosicchè, quando c’è stato il declassamento ufficiale non è successo nulla: era già successo tutto prima.
Per la verità, gli argomenti per dire che le valutazioni delle agenzie sono molto arbitrarie, non mancano: esse non rivelano mai le loro formule di calcolo, non dicono quali dati hanno considerato, sono molto evasive sulle fonti cui hanno attinto, per di più appartengono a società finanziarie su cui poi emettono giudizi non del tutto disinteressati. Insomma, l’arbitro è organicamente dipendente di alcune società iscritte al campionato.
Le agenzie si difendono dicendo che i loro giudizi sono esposti al confronto con la concorrenza. Questo, però, presupporrebbe la presenza su un piede di parità di una molteplicità di soggetti. Quel che, invece, non è. Certo ci sono molte agenzie di rating nazionali ed alcune di esse aspirano a diventare internazionali, ma questo è tutt’altro che semplice.

In primo luogo le tre società statunitensi sono le più antiche e godono di una notorietà incomparabile; in secondo luogo sono dei giganti con bilanci stratosferici (Standard & Poors nel 2011 ha avuto ricavi per 1,33 miliardi di dollari con un utile operativo di 572 milioni; Moody’s rispettivamente di 1,7 miliardi e di 716 milioni e Fitch di 525 milioni e 162 milioni). Il che significa una potenza di fuoco incomparabile: forza operativa, capacità di condizionamento dei soggetti, influenza sui mass media, ecc. Inoltre, le tre agenzie possono contare sull’appoggio costante di una delle più grandi agenzie di intelligence del mondo, la Kroll che è detta “la Cia di Wall Street”, per la sua specializzazione nel mondo finanziario. E non è un vantaggio da poco.

Infine, se le tre americane declassano o promuovono uno Stato, i giornali specializzati  di tutto il Mondo, dal “Wall Street Journal” al “Time”, da “Le Monde” al “Sole 24 Ore”, dall’”Economist” al “Financial Times” mettono la notizia in prima pagina o in copertina, se a farlo è la cinese Dagong la notizia finisce fra le curiosità a pagina 27 ed è molto che non sia nella pagina degli spettacoli.
E se non basta, a tagliare la testa al toro pensa Nationally Recognized Statistical Rating Organization (Nrsro) degli Stati Uniti,  il cui riconoscimento è necessario per operare a Wall Street, che è la maggiore piazza finanziaria del Mondo;  sino al 2003, la Nrsro ammetteva solo le tre “sorelle”. Dopo sono state ammesse altre come l’australiana Baycorp Advantage, la canadese Dominion Bond Rating Service o la giapponese Japan Credit Rating Agency, Ltd., l’altra americana Best, ma se le tre newyorkesi sono sorelle, queste sono cugine. Di primo grado.
Al contrario, quando ha fatto domanda per operare la Dagong, la risposta è stata “picche”.

In un mondo in cui si vuole liberalizzare tutto, dai taxi alle farmacie, è difficilissimo liberalizzare il rating: liberisti si, ma senza esagerazioni. Si potrebbe pensare ad una serrata concorrenza almeno fra le tre, ma, anche qui, le cose non stanno così, sia perchè Standard & Poor e Mody’s sono partecipate l’una dell’altra, sia perchè vige un accordo sostanziale fra le tre che ricorda molto da vicino il western all’italiana degli anni sessanta: di solito declassa per prima Moody’s (il Cattivo), mentre più prudente è Standard & Poor (il Buono) ma se non c’è perfetto accordo media Fitch (il Saggio), naturalmente, quando serve, le parti sono interscambiabili, ma, come si sa, invertendo l’ordine degli addendi, il risultato…

Quindi non di oligopolio si tratta ma di monopolio leggermente  imperfetto. Sergio Romano ha definito le agenzie di rating una sorta di “magistratura finanziaria”, che deve assicurare che nessuno bari. Bella immagine, ma voi sareste tranquilli se il giudice che deve decidere la vostra causa non dicesse nè che codice sta applicando, nè quali elementi probatori ha raccolto, fosse socio della vostra controparte che vede ogni sera al circolo del Bridge?

E veniamo a quella che sarebbe la garanzia suprema del loro giusto operare: ci mettono la faccia.  Se dovessimo giudicare in base a questo principio la questione sarebbe risolta molto semplicemente: la faccia non c’è. Le tre agenzie hanno “sbagliato” in tutti tre i maggiori scandali finanziari degli ultimi 10 anni (Enron, Parmalat e Lehman Brothers). Dopo tre “scivolate” di questa potenza, potrebbero al massimo vendere l’oroscopo ai passanti suonando una pianola all’angolo delle Fifth Avenue. Invece i loro pareri dettano legge.

Come mai? Il punto è che le sentenze delle agenzie di rating hanno effetti automatici prodotti da leggi, regolamenti e direttive: ad esempio una serie di enti (come i fondi pensione) possono avere in portafoglio solo titoli a tripla A, mentre altri (banche, hedge fund ecc.) per disposizione delle autorità bancarie come l’Eba (European Banking Authority) o l’Esma (European Securities and Markets Authority) devono tenere conto delle variazioni di rating nella formazione del loro portafoglio. Si badi che stiamo parlando di regolamenti, direttive e disposizioni anche di enti europei, non solo americani. Inoltre, molti soggetti finanziari (banche o hedge fund per esempio) sono a loro volta soggetti a valutazione di rating, e sanno che il possesso dei titoli declassati potrebbe a sua volta comportare un “effetto domino”, per cui potrebbero loro stessi essere declassati. E il rating al quale si fa riferimento è sempre quello delle tre maggiori agenzie.

Ne consegue che, non appena si formalizza il declassamento da parte delle tre, una serie di enti devono (“devono”, non “possono”) vendere, in tutto o in parte, quei titoli. Pertanto, questo crea un’ulteriore offerta di quei titoli sul mercato, con il risultato di deprimerne ulteriormente il valore. E c’è di più: non è affatto necessario aspettare il declassamento formale per avviarne il deprezzamento; è sufficiente che la notizia inizi a circolare negli ambienti finanziari  e che, magari, venga preannunciata dalla stampa specializzata, perchè inizi la corsa a “svendere” per non arrivare al momento formale in cui potrebbero valer meno: è il meccanismo della “profezia che si autoinvera”, per il quale basta enunciare una previsione perchè tutti si comportino di conseguenza, finendo per confermarla.

I mercati non credono alle capacità oracolari delle tre agenzie newyorkesi, ma si inchinano alla loro potenza di fuoco, perchè sanno che esse sono spesso in grado di determinare i declassamenti che annunciano. Lungi dall’essere il rimedio alle asimmetrie informative, il rating diventa così esso stesso una fonte di ulteriore opacità e, più ancora, un’arma da guerra finanziaria.

Ma questo non è neppure preso in considerazione da quella compagnia di guitti che costituisce il ceto di governo in Europa (Merkel, Rajol, Monti, Sarkozy…) che trema al solo pensiero di dover affrontare una guerra finanziaria (o di qualsiasi altro genere) con gli Usa. Peccato che gli Usa non nutrano lo stesso timor riverenziale e, quando i loro interessi li portano a passare sul corpo degli alleati europei, lo fanno come un carrarmato, senza farsi scrupolo di sorta.

L’Europa paga il prezzo di essersi scelta come governanti dei dilettanti allo sbaraglio che, al massimo, sono in grado di fare qualche dichiarazione (priva di qualsiasi conseguenza) il giorno del declassamento.