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Il libro-testamento del samurai Venner nel solstizio d’inverno europeo

di Adriano Scianca - 27/08/2013


“Questo popolo potrà foggiarsi un destino solo se sarà prima capace di provocare in se stesso una risonanza”, diceva Martin Heidegger nel 1935. “Questo Breviario è stato scritto da un europeo per degli europei […]. Questo è un po’ il libro del loro destino particolare nell’universo”, risponde Dominique Venner decenni dopo. E’ di nuovo, appunto, una questione di risonanza. In fisica, il suono si trasmette quando c’è un medium che propaga le oscillazioni: se getto un sasso in un pozzo, ne ascolterò l’eco grazie all’aria che riempie lo spazio fra me e il sasso. Nel vuoto, si ascolterebbe solo il riverbero insopportabile del nulla. Nel caso di Venner, il medium è l’Europa. Un certo modo di essere, di vivere, di amare, di combattere, di morire. Se tutto questo ha un senso, se ci dice qualcosa è perché siamo riusciti ad attivare in noi una risonanza. Come un sasso in un pozzo. Come un colpo di pistola nella navata di una cattedrale. “Un samouraï d’Occident” (Pierre-Guillaume de Roux, Paris 2013, 317 pp., 23 euro), il libro-testamento di Venner, in qualche modo è anche l’eco di quello sparo che il 21 maggio 2013 ha distratto appena san Michele e Satana, intenti come sono da ottocento anni a pesare le anime dei dannati e dei beati sul bassorilievo frontale di Notre Dame de Paris. Ha scritto Alain de Benoist: “Non ci si può avvicinare a ‘Le samouraï d’Occident’ come a un qualsiasi altro libro […].

Dominique Venner ha terminato di scrivere questo libro nel solstizio d’inverno del 2012. In quel momento egli sapeva, e già da molto tempo, che si sarebbe dato la morte”. Non è tuttavia blasfemo cercare di raccontare cosa quest’intellettuale (che nell’esegesi di Barbara Spinelli – a corpo ancora caldo – “non è precisamente un intellettuale” anche se, bontà sua, l’editorialista di Repubblica aggiungeva che “da quel pochissimo che so” Venner “avrà scritto dei testi” – una cinquantina per l’esattezza) cerchi di dirci nelle sue ultime parole terrene attraverso l’evocazione di figure esemplari: dal cavaliere di Dürer all’imperatrice Michiko, dal Maurras giovane e pagano agli eroi di Omero, dall’anonima eroina stoica stuprata a Berlino dalla soldataglia sovietica a Catone l’uticense. E’ difficile, in realtà, spiegare quale sia il filo logico che unisce questi personaggi in questo strano libro sovrastato dall’eco di una morte volontaria eppure così sereno e persino ottimista. Tutto il testo è infatti rivolto al futuro, agli europei che verranno e del cui risveglio spirituale Venner non dubita neanche per un attimo. Da qui la necessità di un breviario, appunto, che fornisca rappresentazioni didascaliche, didattiche persino, attraverso degli exempla di ciò che siamo stati e di ciò che dovremmo essere. Niente programmi politici, per carità. “Che fare? Parafrasando una formula celebre, ‘prima la politica’, io direi: ‘Prima la mistica’. Quale mistica? Quella del clan, ovviamente, delle sorgenti e delle origini, insomma della nostra tradizione e della nostra identità”.

Alain Finkielkraut ha detto una volta al Monde: “Per non escludere più nessuno, l’Europa deve disfarsi di se stessa, deve ‘de-originarsi’, non conservare della sua eredità che l’universalismo dei diritti dell’uomo. Questo è il segreto dell’Europa: che noi non siamo nulla”. Per rispondere a questa profezia allucinata di autosterminio, Venner mette in campo tutta la sua cultura storica, rintracciando nel passato, reale o letterario, le energie sopite, i germi di rinascita, le figure esemplari che ci dicono che invece noi siamo “qualcosa” ed è questa “cosa” che deve, con forme nuove, rivivere. Quello che invece nel libro non c’è è l’appello ringhioso all’odio, al risentimento, al rancore. La prima pagina si apre anzi con l’immagine sordida del neoschiavismo che importa nelle nostre città manodopera salariata dall’Africa nera, dal Maghreb, dalla Turchia, dall’India. Un’umanità miserevole alla quale Venner afferma che potrebbe anche rivolgere il suo pianto, “se restasse ancora in me una riserva di compassione”. L’identità è del resto un principio che va difeso in sé, non per sé: “Ci tengo a dire che giustifico e sosterrò sempre il diritto fondamentale di tutti gli altri umani a possedere la propria patria, la propria cultura, un radicamento che permette di essere se stessi, a casa propria, e di non essere niente. Ma è anche per questo che insorgo contro ciò che mi nega”. Di nuovo, la prima trincea di questa insorgenza non è politica, è esistenziale. Ciò che conta è dare un esempio di tenuta etica ed estetica: “Non piangere, conservare per sé le proprie pene, non mostrare i propri sentimenti, gli umori, gli stati d’animo, i propri drammi affettivi o gastrici. Impedirsi di parlare di soldi, di salute, di cuore e di sesso, tutto il contrario di ciò che si mostra dalle parrucchiere o dagli psicologi”. Essere fedeli a tale consegna, per noi abitanti della tarda postmodernità, risulta sempre più arduo. Vale comunque la pena provarci. Per essere qualcosa. Per non essere un nulla.