Newsletter, Omaggi, Area acquisti e molto altro. Scopri la tua area riservata: Registrati Entra Scopri l'Area Riservata: Registrati Entra

La sinistra per prima dovrebbe avversare l’immigrazione. La natura prova la pericolosità delle contaminazioni

di Massimo Pacilio - 25/03/2017

La sinistra per prima dovrebbe avversare l’immigrazione. La natura prova la pericolosità delle contaminazioni

Fonte: orticalab

Massimo Pacilio è il presidente del comitato per la difesa del paesaggio che ha diffuso il manifesto nel quale si denuncia che “Avellino non può continuare ad ospitare occupanti stranieri spacciandoli per profughi”. Il gruppo, costituitosi nel febbraio 2017, «si fonda su un’antica amicizia tra i suoi fondatori e intende allargarsi a tutti quanti si riconoscono nelle tesi che esprimiamo. Noi siamo per le differenze che vogliamo difendere, mentre l’attuale spostamento delle popolazioni africane in Europa mina sia noi che loro»

Da qualche giorno nel Capoluogo è comparso un nuovo manifesto di protesta nel quale si denuncia che “Avellino non può continuare ad ospitare occupanti stranieri spacciandoli per profughi”. La firma in calce è quella del comitato di difesa del paesaggio “Il Banditore”. Quello de “Il Banditore” è un gruppo che preconizza una sorta di ecologia antropologica in ragione della quale esiste una strettissima correlazione tra uomo e paesaggio, una sorta di determinismo ambientale in ragione del quale il territorio plasma le comunità. Da qui discende una quasi sacralità dei confini, la cui violazione può minacciare la sopravvivenza stessa delle comunità.

Abbiamo cercato di indagare e di capire dove e come nasca questo gruppo e dove attinga gli argomenti a sostegno delle proprie idee. A risponderci è stato il presidente del comitato: Massimo Pacilio.

Massimo Pacilio quando nasce il comitato “Il Banditore” e in quanti vi hanno aderito? Qual è il profilo di difensore del paesaggio contro lo snaturamento prodotto da un mondo di mescolanze?

«Il gruppo si forma da un’antica amicizia e dalla decisione di convergere attivamente su alcuni temi. Si è costituito formalmente solo nel febbraio di quest’anno, a partire da un ristretto numero di fondatori, per arrivare ad una ventina di persone che cooperano al fine di raggiungere gli scopi che si è prefissata l’associazione, che intendiamo allargare a coloro che si riconoscono nelle tesi che esprimiamo. A tenere insieme esistenze e prospettive differenti è una comune idea di paesaggio, che non è concepito come una semplice scenografia teatrale, davanti alla quale si muovono i personaggi della moderna commedia umana, ma è inteso come un vivo organismo di cui l’uomo è parte integrante. Noi siamo per le diversità e perciò vogliamo preservarle. In Europa c’è una grandissima diversità genetica, culturale, linguistica, ma è una diversità che va difesa. Così come va difesa la diversità di ogni gruppo umano, di ogni razza, da tutte le possibili contaminazioni. L’attuale spostamento delle popolazioni africane in Europa porterà alla fine della nostra diversità, ma anche della loro».

Spieghiamo a chi legge in che modo il paesaggio determina la fisionomia di chi lo abita e come immaginate di tutelare questo legame, fondato sul concetto di sacralità della terra su cui è insediato un dato gruppo umano

«La nostra visione è legata a un modo di pensare l’ecologia sempre più presente nella ricerca scientifica, in particolar modo in quella che fa parte dell’area della conservazione biologica. Le scienze naturali e biologiche non sono più considerate al pari di compartimenti stagni, ma si fa strada sempre più l’idea che debba esistere una visione organica del paesaggio e delle comunità selvatiche (flora e fauna) e antropiche. Dobbiamo riacquisire questo senso di appartenenza a una comunità, riconoscendo che ognuna è fondata sulle proprie consuetudini, sui propri luoghi, sulle proprie radici e sul paesaggio che le è conforme e che nei secoli ha plasmato. Da questa prospettiva, ogni squilibrio nel paesaggio esteriore provoca uno squilibrio anche in quello interiore, quindi nel paesaggio della comunità. A nostro avviso è necessario preservare tanto l’ambiente, evitando le contaminazioni artificiali (trivellazioni, eolico selvaggio, gestione criminale dello smaltimento dei rifiuti industriali e domestici), quanto il tipo umano che popola la nostra provincia. È questo che abbiamo intenzione di lasciare ai nostri figli. L’ambiente in cui viviamo reca la nostra effigie: occorre quindi, innanzitutto, incominciare a considerare l’ambiente non separato dalla popolazione che vi è radicata, ma che tutto sia parte di una unità organica. Le popolazioni acquisiscono la loro forma e la loro fisionomia in un contesto ambientale a loro corrispondente e conforme».

Che cos’è l’approccio olistico dell’ecologia del paesaggio e cosa vuol dire sommersione genetica?

«Le popolazioni straniere che arrivano in Irpinia sono portatrici di un equilibrio organico e genetico acquisito nelle loro terre: questo equilibrio le lega ai loro luoghi d’origine. La ‘sommersione genetica’ riguarda un aspetto strettamente genetico, studiato in molte specie della flora e della fauna. Come specie umana, non possiamo pensare di essere distanti da questo mondo soltanto perché abbiamo invaso ogni ecosistema, spesso arrecando danni irreversibili. Da un punto di vista biologico, ciò che sta avvenendo in Europa – e in maniera più evidente in Italia – può essere descritto, nell’ambito della cosiddetta genetic pollution, come una immissione incontrollata di geni esogeni provenienti da popolazioni non indigene in un territorio in cui la popolazione locale è in forte decremento per cause endogene (calo delle aspettative di vita e peggioramento delle condizioni di salute). La sommersione genetica, anche se in tempi lunghi, origina una serie di modifiche irreversibili nel pool genico di una popolazione e nei suoi gruppi etnici. Se vogliamo conservare il nostro equilibrio organico dobbiamo tenere nella giusta considerazione questo aspetto, altrimenti andremo incontro a un ulteriore sradicamento e deformazione della nostra natura, fino alla definitiva sparizione».

Quali sono i riferimenti ideali sui quali si fonda il vostro pensiero e la visione del mondo sintetizzata nella vostra lettura del rapporto tra limiti e territorialità?

«Ribadisco: occorre ritornare a una ecologia del paesaggio in cui ogni contesto naturale è studiato come un mosaico ambientale. Tornare alla natura dei nostri paesaggi significa tornare a valorizzare i margini di questi mosaici e comprendere che, se la natura ha posto dei limiti e generato ecosistemi diversi nelle tessere di questi mosaici, vuol dire che le differenze in questi ambienti vanno costantemente conservate. I limiti hanno un ruolo strutturale, termodinamico e organico: non possiamo pensare di eliminarli solo per motivi economici o finanziari, o addirittura per miopi interessi elettorali. Occorre cercare altre soluzioni e il prima possibile. Per questo motivo abbiamo ritenuto che fosse indispensabile attivarsi e agire per pensare a delle alternative. Che senso può avere esaltare la nostra tradizione enogastronomica, i nostri borghi, quando poi, in futuro, questi stessi paesi, patrimonio di valore inestimabile, potrebbero essere occupati da persone provenienti da altri continenti? Tuttavia, oggi si fatica a cogliere la forte contraddizione in termini di una politica che da un lato pretende di valorizzare i territori, ma dall’altro ne prepara il definitivo sfiguramento».

Comprenderete che simili teorizzazioni hanno sollevato non poche perplessità in una opinione pubblica che ha rintracciato nel vostro linguaggio e nelle vostre posizioni l’eco storica dell’estremismo della destra xenofoba. Come rispondete?

«Comprendo che vi sono dei formidabili meccanismi di reazione in questa società sedata dagli innumerevoli bisogni indotti. Reazioni pavloviane ad alcune “parole-chiave”, le stesse che – mi permetta di dirlo – hanno provocato anche in Lei la necessità di inquadrare il problema dei flussi di “profughi” – che a noi appare come una vera e propria occupazione del territorio – in una precisa cornice ideologica. Si badi: una politica di avversione all’immigrazione in generale non può che essere di sinistra, e non mi riferisco soltanto alla ben nota posizione che il Pci ebbe nei confronti dei profughi istriani, ma alla consapevolezza che i comunisti occidentali ebbero di fronte al fatto che gli immigrati sarebbero stati non solo i diretti concorrenti delle classi operaie, ma avrebbero – in ciò seguendo l’ortodossia marxiana – generato un costante abbassamento del costo del lavoro, con l’inevitabile perdita – proprio come sta avvenendo ora in Italia – dei diritti acquisiti. Da qualche lustro, ormai, a sinistra non se ne indovina una e, nonostante i luoghi comuni ostentati quotidianamente, proprio da questa parte politica dovrebbero finalmente provenire una seria riflessione e una ferma opposizione al fenomeno migratorio in atto – facilmente decifrabile come l’ennesima predazione delle risorse africane – non dagli epigoni dei cantori di “Faccetta nera”».