Guerra asimmetrica d'atrito
di Filippo Bovo - 28/03/2026

Fonte: Filippo Bovo
Stamani, Ansar Allah ha dato fiato alle trombe. Sebbene da giorni ne fosse stata annunciata la mobilitazione, ancora vi erano dubbi su dove e quando le sue operazioni si sarebbero orientate: i primi lanci di missili balistici sul sud di Israele hanno dato soddisfazione a tali curiosità, e provato soprattutto quanto illusoria fosse stata la propaganda di chi, un anno fa, dopo la sua infruttuosa operazione Rough Rider, aveva millantato d'esser riuscito a piegarne le forze. Lo stesso si può dire, d'altronde, anche per un'altra nota sigla della Resistenza, Hezbollah, che al 29esimo giorno di conflitto continua a dar prova della sua temibilità, a dispetto di chi, sempre un anno fa, si vantava d'averla distrutta. Il suo bilancio sul campo dimostra che non c'è soldato israeliano che varchi la frontiera che non torni indietro morto o ferito, o costretto alla resa. In tal modo, Hezbollah sta costringendo Israele ad un massiccio confronto su due fronti, uno con l'Iran, l'altro col Libano, a cui ora va ad aggiungersene un terzo, aperto da Ansar Allah, con lo Yemen.
In Libano, giusto per guardare agli ultimi dati operativi, l'intera unità di genieri Yahalom è stata annientata, portando a 117 il numero dei mezzi israeliani sin qui andati distrutti, tra cui 98 Merkhava, oltre a mezzi come i D-9, Namer e Puma. Israele, nell'invasione del Libano, sta perdendo molti dei suoi combattenti migliori, tra paracadutisti e Brigata del Golan, con crescenti evacuazioni in elicottero dei militari feriti fino agli ospedali di Haifa e Tel Aviv, e pari difficoltà nel poterli efficacemente rimpiazzare. L'emorragia di uomini e mezzi, stante la sempre minor capacità nel poterli entrambi sostituire, a fronte di un nemico in grado di resistere ai colpi e a rigenerare più rapidamente le forze, oltre che a meglio muoversi su un terreno che conosce e lo favorisce, sta intrappolando Israele in un percorso di logoramento sempre più insostenibile.
Tra l'altro, solo pochi giorni fa, rivolgendosi alla Knesset, il capo di stato maggiore Eyal Zamir aveva avvisato il governo delle sempre maggiori difficoltà, per l'IDF, a reggere i ritmi di operazioni militari a crescente sforzo e a lungo termine, a livello di turnazioni e stress per il personale; ricordando che ciò ne avrebbe causato il collasso. Ma al momento pare che il suo richiamo sia rimasto inascoltato.
Il problema dei ritmi sempre più difficili da reggere valgono anche per le forze americane, che dall'inizio della guerra hanno "bruciato" ben 850 Tomahawk, pur non acquistandone mediamente più di 90 all'anno. Il Pentagono ha segnalato alla Casa Bianca che la rapida erosione delle scorte militari riduce automaticamente la capacità di reazione anche su altri scenari; come ad esempio sul Pacifico, dove il proseguimento della guerra all'Iran senza vantaggi strategici ha già portato all'indebolimento della presenza e del potenziale USA per un contenimento di Pechino; o ancora in Europa, dove sempre per gli stessi motivi l'Ucraina si vede destinata a ricevere un sempre minor munizionamento. Vedremo quanto gli avvisi del Pentagono saranno effettivamente soddisfatti: già nei primi giorni di conflitto, l'amministrazione Trump ha lanciato un piano straordinario di 50 miliardi di dollari per l'acquisto di nuove munizioni, salito dopo solo due settimane a ben 200 miliardi.
Il problema, però, non risiede unicamente nelle spese: per costruire un Tomahawk serve circa un anno, per un Patriot anche un anno e mezzo o due, con una lista d'attesa che riguarda anche altri alleati.
E' notizia delle ultime ore, per esempio, che la Svizzera ha rifiutato il pagamento di un ordine di Tomahawk che attendeva da anni e che Washington ha detto di non poterle più consegnare; per reazione, da oltreoceano sono stati bloccati i fondi depositati da Zurigo per l'acquisto di caccia F-35, ugualmente non ancora ricevuti. Mentre le autorità svizzere dichiarano frustrate che "la fiducia negli Stati Uniti sta vacillando", altri paesi prendono nota, consci di non poter più contare soltanto sul grande alleato americano per la loro sicurezza, e di dover guardare anche altrove per riequilibrare la loro geometria di alleanze.
Con l'apertura di un nuovo fronte da parte yemenita, il logoramento delle risorse militari per Israele e Stati Uniti appare quindi destinato a conoscere un ulteriore aggravio, complicando le prospettive di un intervento su Kharg o su altre isole iraniane nel Golfo Persico; men che meno l'idea, tramite una loro conquista, di riaprire lo Stretto di Hormuz. Peraltro, con basi in buona parte distrutte, e tuttora sotto tiro come dimostrato anche dai lanci iraniani di stanotte sugli EAU, sul Bahrain e sul Kuwait, un'azione del genere implicherebbe l'invio di forze militari destinate a venir rapidamente colpite senza poterle poi altrettanto rapidamente soccorrere ed evacuare: volendone, di fatto, l'eliminazione. Il problema è aggravato anche dal numero di velivoli da rifornimento, trasporto e pattugliamento, tra E-3 Sentry Awacas, KC-35 Stratotanker, ecc, andati nel frattempo distrutti dai lanci iraniani, altri tre solo stanotte in aggiunta ai precedenti.
Nel mentre, la 82esima Divisione Aviotrasportata e i Marines del 31esimo e 32esimo MOU hanno ricevuto l'avviso di dispiegamento immediato: se davvero alla Casa Bianca verrà davvero il via libera ad una loro entrata in azione, il rischio di un loro inutile sacrificio, senza un concreto ritorno strategico, sarà davvero molto elevato.
