Per una diversa tassonomia della guerra
di Enrico Tomaselli - 14/05/2026

Fonte: Giubbe rosse
Ormai siamo tutti abituati, quando discutiamo dei conflitti in corso nel mondo, ad usare i concetti di guerra simmetrica – o, per converso, asimmetrica – che definiscono i contendenti in base alle rispettive capacità militari (quantità e tipologia di armamenti), ma anche, in senso più ampio, industriali ed economiche.
Questa tassonomia della guerra, però, è probabilmente inadeguata e superata, e dovremmo cominciare a ragionare secondo schemi diversi, capaci di includere altri aspetti, non meno determinanti. E, conseguentemente – o forse proprio precedentemente – ad adeguare il linguaggio, la terminologia utilizzata, ad una visione più completa, olistica, della fenomenologia contemporanea della guerra.
Un aspetto che assume, con sempre maggiore evidenza, un’importanza cruciale è infatti quella che potremmo definire come postura strategica. Poiché è primariamente in base a questa che possiamo, poi, stabilire se le capacità militari, industriali ed economiche sono o meno (ed in che misura) adeguate a tale postura. Nazioni con eguali capacità, ma diverso orientamento strategico, in caso di conflitto si troverebbero appunto in una condizione di asimmetricità, nonostante i (limitati) criteri attualmente in uso siano invece apparentemente simmetrici. E, ovviamente, questo può valere anche in senso opposto. Semplicemente, l’adozione di un criterio sinora non considerato al fine della definizione tassonomica dei conflitti, seppure presente per altre valutazioni, ne cambia – anche radicalmente – i termini, spingendo verso una ridefinizione complessiva della terminologia. Se, oltretutto, a ciò si aggiunge l’impatto di nuove tecnologie e strumenti bellici, che modificano la condotta operativa della guerra, e che spesso richiedono una fase di transizione prima che vengano effettivamente metabolizzate, risulta ancor più chiaro perché si rende necessario introdurre delle modifiche concettuali.
Fondamentalmente, potremmo dire che una categorizzazione basata essenzialmente su dati quantitativi, oggi più che mai richiede invece di allargare il campo ai dati qualitativi – anche se, ovviamente, questi sono più difficilmente misurabili.
Da questo punto di vista, ad esempio, mi sembra perfettamente emblematico il confronto-conflitto (non ancora cinetico) tra Stati Uniti e Cina. Anche mettendo da parte l’ormai acclarata superiorità manifatturiera cinese, l’idea prevalente è che le due potenze siano in un rapporto sostanzialmente bilanciato, anche se non esattamente speculare, e che quindi l’eventuale conflitto militare sarebbe definibile come simmetrico. A tal proposito, c’è chi sostiene, e non sono pochi, che in realtà non sarebbe neanche tale poiché gli USA avrebbero comunque una netta superiorità militare e nei settori tecnologici di punta. Argomento questo quantomeno discutibile, ma che qui daremo per valido.
Se introduciamo l’elemento della postura strategica, il quadro muta sostanzialmente. La (presunta) superiorità strategica delle forze armate statunitensi, si concentra infatti in tre elementi, strettamente connessi tra di loro: U.S. Navy, U.S. Air Force ed una vasta rete di basi militari nel mondo. In poche parole, nella capacità di proiezione aeronavale.
Ovviamente, se assumiamo questo criterio – quantitativo/qualitativo – come metro, non possiamo non rilevare che la marina statunitense ha un numero significativamente più elevato di portaerei (11 contro 3), una netta prevalenza in campo aeronautico (circa 13.000 aeromobili contro 3.500, di cui 2.700 vs 1.800 cacciabombardieri) e, ovviamente, oltre 850 basi militari nel mondo, contro praticamente nessuna. E tutto ciò ci restituisce l’idea che la Cina non abbia alcuna capacità di proiezione aeronavale.
Quello che però fa la differenza è, appunto, la postura strategica. La posizione statunitense non è – non può essere – quella di una potenza tra le altre, ma deve necessariamente essere potenza egemone, dominante, perché può sopraffare ma non competere. Di conseguenza, il dispiegamento strategico non può che essere quello attuale, basato cioè sul controllo globale costante più la capacità di concentrazione di forza (nello spazio e nel tempo), la proiezione aeronavale. Questo significa che la superiorità quantitativa assoluta va in realtà frazionata, perché deve coprire l’intero scacchiere mondiale, mentre il nemico (nella fattispecie la Cina) non compete su quel terreno, e quindi non ha un problema di sovraestensione. Al contrario, mentre gli Stati Uniti, anche quando sono nelle condizioni migliori, possono proiettare potenza per un tempo limitato ed in quantità limitate, chi agisce nel proprio areale di sicurezza gode di una concentrazione di potenza superiore, di una logistica ravvicinata e quindi di una sostenibilità nel tempo infinitamente maggiore.
Ovviamente, il controllo globale e la capacità di proiezione consentono agli Stati Uniti di agire al di fuori dell’areale di sicurezza nemico, quindi ad esempio sulle rotte energetiche e commerciali, ma questo è comunque del tutto insufficiente per garantire un successo strategico. Tanto più nel caso cinese, poiché le alternative non marittime di cui dispone sono abbastanza ampie e solide, ed in costante sviluppo. Insomma, una replica della strategia anti-giapponese adottata durante il secondo conflitto mondiale, non è replicabile. Strozzare energeticamente il nemico, per spingerlo al confronto militare prima che le sue capacità diventino pericolosamente competitive, non è più possibile. Già oggi, tutte le simulazioni di conflitto messe in piedi negli anni al Pentagono (oltre una ventina) dicono sempre che a prevalere sarebbe la Cina.
Tutto questo per dire che, in realtà, analizzando un ipotetico conflitto cinetico tra Stati Uniti e Repubblica Popolare, dobbiamo giungere alla conclusione che si tratterebbe di una guerra asimmetrica, e che tale asimmetria sarebbe a tutto vantaggio della Cina.
Un altro esempio, a sua volta significativo, ci viene osservando – con la medesima logica – il conflitto nel Golfo Persico. In base ai parametri tassonomici correnti, questo è chiaramente un conflitto asimmetrico, che vede una superpotenza globale nucleare ed una piccola potenza regionale, a sua volta nucleare, scontrarsi con un paese che aspira a divenire una potenza regionale. La quale però, oltre a disporre di una collocazione geografica che le attribuisce un potere considerevole, ha fondamentalmente dalla sua anche altri elementi di cui i suoi nemici non dispongono. Innanzitutto, una grande intelligenza strategica, che l’ha portata a sfruttare nel modo migliore possibile la particolare posizione e la conformazione orografica, e soprattutto a comprendere che per contrastare un nemico soverchiante la soluzione perfetta è spostare l’asse su un piano a cui questo non è preparato.
Ovviamente, come sempre quando uno degli attori del conflitto agisce in difesa, questo costituisce già di per sé un vantaggio, ma – vedi conflitto russo-ucraino – può non essere affatto sufficiente. Ancora una volta, quindi, a fare la differenza è la postura strategica. Gli Stati Uniti vanno in guerra nel Golfo Persico per abbattere un governo ostile, per assumere il controllo totale delle sue fonti energetiche, per ridisegnare gli equilibri regionali in favore del proprio proxy locale. La loro, è una guerra di scelta. Diversamente, per l’Iran è una guerra subita, ma a cui sono preparati da tempo, ed evidentemente meglio dei propri nemici. Per Teheran, si tratta di difendere l’assetto politico del paese, mantenere il controllo del territorio e, specularmente, di mutare a proprio favore gli equilibri di forza. La maggiore congruità tra mezzi ed obiettivi che si riscontra nel campo iraniano, rispetto a quella del campo israelo-statunitense, si riflette chiaramente nello sviluppo del conflitto. Che – ancora una volta – porta ad una sua ridefinizione. Quello che secondo i criteri tassonomici classici è un conflitto totalmente asimmetrico, visto in una prospettiva più complessiva si mostra invece come simmetrico.
Continuare ad utilizzare le categorie materiali, come fattori di computo per valutare gli equilibri – o gli squilibri – di forze, rischia di falsarne la percezione. Entrare in un conflitto credendo che sia asimmetricamente a nostro vantaggio, è un errore d’arroganza. Quello commesso dai russi nel febbraio 2022, e dagli americani nel febbraio di quattro anni dopo. Temerlo credendosi in svantaggio non è meno pericoloso. Per questo, una ridefinizione della tassonomia della guerra, almeno sotto il profilo dei rapporti di forza, è un’importante strumento non solo per affrontare le guerre, ma anche per affrontarne l’analisi.
Senza mai dimenticare, ovviamente, che i rapporti di forza si possono sempre sovvertire.
