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Il paradigma vittimario

di Francesco Petrone - 31/10/2026

Il paradigma vittimario

Fonte: Francesco Petrone

Il professore Daniele Giglioli, dell' l'università di Trento, nell' agile libro Critica della vittima, afferma che "La vittima è l'eroe del nostro tempo. Essere vittime dà prestigio, impone ascolto, promette e promuove riconoscimento, attiva un potente generatore di identità, diritto, autostima. Immunizza da ogni critica, garantisce innocenza al di là di ogni ragionevole dubbio." Giglioli non parla delle vittime reali che vanno ascoltate ma del *paradigma vittimario*, cioè dell'uso della figura della vittima come strumento di potere.
È l'ossessione per la memoria al posto della Storia. La memoria è "mia", intima, non negoziabile, e ha come testimone perfetto chi ha sofferto. Da lì nasce una "religione civile" della memoria, le leggi memoriali, le giornate del ricordo. Ma anche la politica, la cronaca, la letteratura.
È successo perché è crollata l'idea positiva di Bene, di Giusto, di futuro. La modernità diceva "tu devi cambiare la tua vita". Ora dice "tu devi essere te stesso". Se non possiamo più dirci "siamo ciò che facciamo", ci diciamo "siamo ciò che abbiamo subito, ciò che ci hanno tolto". È più facile. È la risposta alla fine dei grandi racconti di emancipazione.
La vittima ha tre caratteristiche utili al potere. Sono la debolezza, la passività è l' incolpevolezza.
Non agisce, patisce. Quindi non è mai responsabile.
Ha sempre ragione, perché la sua verità non si discute. Ma se solo la vittima è nel vero, chi vuole il crisma di verità sarà tentato di spacciarsi per vittima.
È paralizzante. Se il criterio del giusto è solo chi ha sofferto di più, non c'è più prassi, non c'è più azione per il futuro, solo competizione a chi è più vittima. Jean-Michel Chaumont la chiama "concorrenza delle vittime".  Tutti vogliono essere in credito di qualcosa. Nietzsche lo chiamava risentimento: "tu sei cattivo, quindi io sono buono". Giglioli ci aggiunge: e finché dico che sono buono perché ho sofferto, non dovrò mai rispondere alla domanda più difficile: cosa voglio fare, ora, da libero?