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Impossibile un accordo tra Iran e Stati Uniti

di Daniele Perra - 11/06/2026

Impossibile un accordo tra Iran e Stati Uniti

Fonte: Daniele Perra

Sinceramente, non ho mai creduto alla possibilità di un accordo tra Iran e Stati Uniti per tre motivi fondamentali: 1) la prima fase militare di questo conflitto non l'ha vinta nessuno (l'Iran è stato colpito duramente, ma la chiusura dello Stretto di Hormuz, ad oggi, continua a rappresentare una grave sconfitta strategica per una potenza marittima che ha costruito il proprio “unipolo” sull'egemonia nei corridoi marittimi, sul controllo delle rotte commerciali via mare e sui cosiddetti “colli di bottiglia”); 2) entrambi (ma soprattutto gli Stati Uniti) si sono presentati al negoziato pretendendo la capitolazione dell'altro; 3) a Washington comanda chi a questa guerra non vuole porre fine. Mi spiego. Qui siamo di fronte ad una situazione in cui, da un lato, abbiamo Netanyahu che ha bisogno della guerra per sopravvivere politicamente; dall'altro, c'è Trump che invece avrebbe bisogno della fine della guerra per sopravvivere politicamente, ma, nonostante ciò, non può permettersi di porre fine a questa guerra. Questo è indubbiamente il conflitto più impopolare della storia recente degli Stati Uniti; le elezioni di midterm si avvicinano ed esiste il rischio enorme che Trump si ritrovi a dover governare con una maggioranza democratica al Congresso, senza considerare il rinnovo della cariche federali e dei governatori in alcuni Stati chiave. Allo stesso tempo, però, non possiamo dimenticare che questa è forse l'amministrazione USA più filo-israeliana della storia. A prescindere dallo stesso presidente (legato anche da rapporti di parentale ad esponenti di primo piano della lobby sionista USA, la famiglia Kushner, ad esempio), abbiamo il neocon Rubio (segretario di Stato ed esponente dei Christians United for Israel); abbiamo Hegseth, piazzato lì dall'ipersionista Norm Coleman; abbiamo poi i vari Witkoff, Bessent e Lutnik. Questi ultimi due hanno candidamente ammesso di aver provocato la crisi inflazionistica in Iran del dicembre scorso. E consideriamo pure che Trump, molto probabilmente, è sotto ricatto per ciò che concerne il caso Epstein. Non ci sono reali prove in questo senso, ma più di un sospetto e troppe evidenti coincidenze. Ora, quando Trump dice che è lui a comandare e non Netanyahu, non è affatto credibile. Se Trump avesse voluto realmente porre Israele all'angolo o frenarlo, avrebbe tranquillamente potuto dare un segnale limitandone il sostegno che invece aumenta costantemente a prescindere dalle sue dichiarazione di circostanza. Netanyahu, dal canto suo, che è tutto fuorché uno che non sa fare il suo mestiere, ormai da sei anni fa più o meno quello che vuole nella politica interna USA sfruttando la sostanziale l'incapacità e assenza di lucidità, per diversi motivi, sia di Biden che di Trump. Ancora, c'è un altro fattore da tenere in mente; recentemente si è parlato di una sorta di “fusione” tra esercito USA ed esercito israeliano fondata sulla condivisioni di armamenti dati di intelligence e così via. Questo, di fatto, già avviene in altre forme attraverso l'utilizzo dei sistemi di Palantir; il gigante della tecnologia della sorveglianza di Alex Karp e Peter Thiel che ha un potere enorme sull'attuale amministrazione USA. Palantir ha lavorato per il genocidio a Gaza; le sue tecnologie sono state utilizzate contro l'Iran, in Libano ed anche in Ucraina. Conflitti diversi ma legati dai medesimi obiettivi di fondo; mantenere una forma di primato americano-israeliano a livello globale; distruggere l'Europa riducendola a nullità geopolitica; limitare la forza energetica russa; frenare la Cina.  
Ad ogni modo, se c'è di mezzo Palantir, gli USA è come se fossero presenti nel conflitto anche se non operano direttamente sul piano militare.  
Ho detto che questo conflitto non finirà presto. Un vecchio attrezzo neocon come Bolton ha infatti affermato che questo conflitto finirà solo con la fine della Repubblica Islamica. L'obiettivo israeliano e spingere gli Stati Uniti ad un maggiore impegno per farla cadere. Ciò implica che il conflitto può avere solo due/tre sbocchi: 1) un'operazione di terra (e dunque, potenzialmente, migliaia di morti tra le forze nordamericane, costi esorbitanti) con il Medio Oriente destabilizzato per anni ed il rischio di un nuovo scenario “Vietnam”; 2) la prosecuzione della guerra a fasi alternate (ciò che di fatto sta già avvenendo) e si vedrà chi morirà di logoramento prima dell'avversario; 3) tentare un'operazione (altrettanto potenzialmente rischiosa ed esposta al fallimento) di estrazione dell'uranio arricchito dall'Iran. Se ciò riuscisse – a mio modo di vedere è impossibile – a Washington potrebbero propagandisticamente sostenere l'idea di aver raggiunto un obiettivo. Ma questo non risolverebbe comunque il problema della chiusura dello Stretto di Hormuz, che rimane il vero e proprio palese fallimento di tutta l'avventura bellica israelo-statunitense contro l'Iran. È quasi un insulto alla storia recente nordamericana. Un qualcosa che, tra l'altro, va direttamente a colpire lo strumento principale dell'egemonia finanziaria USA, il legame tra il dollaro ed il commercio petrolifero. 
Altro fattore da tenere a mente: c'è uno “spettro” che si aggira nel Vicino Oriente e che opera in modo piuttosto ambiguo. L'ex spia israeliana Pollard, in carcere negli USA per lungo tempo e liberato proprio da Trump (ed accolto come un eroe in Israele) ha sostenuto che le prossime guerre di Israele saranno contro Egitto e Turchia. Con l'Egitto ci sono già notevoli frizioni sul destino della popolazione di Gaza che molti politici israeliani vorrebbero o eliminare letteralmente o spedire nel Sinai. In Egitto sanno bene che ciò equivarrebbe a trasformare il Sinai in zona di guerra per Israele, con tutto ciò che questo comporta in termini anche di nuovi tentativi espansionistici israeliani verso Suez. I due Paesi continuano ad aver rapporti commerciali per ciò che concerne lo sfruttamento della risorse gasifere del Mediterraneo orientale, tuttavia il progetto israeliano della costruzione del canale Ben Gurion (una sorta di alternativa a Suez che da Eilat arriverebbe fino al territorio di Gaza – altro motivo per cui Israele lo vuole ad ogni costo) entra ovviamente in conflitto con gli interessi egiziani. L'Egitto, ricordiamolo, sul piano demografico sovrasta Israele ed il suo processo di riarmo è abbastanza evidente. Un conflitto (territorialmente limitato) tra Turchia (o forze ad essa vicine) ed Israele in Siria non è affatto da escludere. La rivalità tra Turchia ed Israele è sempre stata piuttosto cosmetica nei decenni al potere dell'AKP. Tuttavia, ultimamente sembra sempre più marcata, ed Ankara ha tutto l'interesse a vedere Israele indebolita. Dico questo anche alla luce del fatto che il passaggio di armi per Hezbollah dalla Siria non sembra affatto terminato, nonostante la caduta di Bashar al-Assad. Questo può voler dire due cose: o il regime di al-Shaara (fu al-Jolani) non ha un controllo reale sul territorio (assolutamente possibile) o chiude un occhio (magari su pressioni turche) a questo traffico. Ragione per cui Israele, nonostante una lenta avanzata, sta incontrando non poche difficoltà nel suo progetto di espansione fino al fiume al Litani. E ragione per cui l'arcinoto ministro della sicurezza Ben-Gvir ha apertamente affermato in parlamento che bisogna incrementare le uccisioni di civili, oppure rinchiudere donne e bambini libanesi in campi di concentramento, alla faccia dell'unica democrazia del Medio Oriente. Sbaglia e molto, l'attuale governo filo-occidentale di Beirut che pensa di poter riottenere il territorio fin qui perduto quando Israele avrà chiuso i conti con Hezbollah. Non avverrà, ed è solo il preludio ad una ulteriore espansione israeliana verso il sistema di isole del Mediterraneo. E sbaglia chi ritiene, in Europa, che la fine di Hezbollah sia cosa buona, quando questo ha rappresentato per anni un vero e proprio muro contro la penetrazione degli elementi più beceri e marcescenti dello pseudo gihadismo sunnita in Europa. Tra l'altro, sarebbe anche l'ora di finirla con la stucchevole retorica di Israele circondato da nemici. La maggior parte di Paesi arabi nel corso della fase armata del conflitto con l'Iran ha operato in favore di Israele (taluni anche in modo attivo come Giordania, Emirati Arabi Uniti e Bahrein). 
Chiudo dicendo che l'intervento iraniano diretto in aiuto di Hezbollah segna un cambio di paradigma della strategia iraniana, che passa ad una postura più decisamente aggressiva, e ci dice, se ancora ce ne fosse bisogno, che la propaganda USA sulla distruzione delle capacità militari di Teheran era del tutto privo di riscontro nella realtà.