Egemonia senza cultura
di Maurizio Murelli - 11/05/2026

Fonte: Maurizio Murelli
Si imputa a Giorgia Meloni di aver perso tutte le battaglie annunciate. Si può concordare o meno se “tutte” o “quasi tutte”, ma perso ha perso tanto. E di certo c’è una battaglia annunciata che ha rovinosamente perso: la cosiddetta battaglia per sconfiggere l’egemonia culturale “di sinistra”. L’ha persa perché innanzi tutto è errata la classificazione/identificazione del nemico. Oggi – se si escludono misconosciute piccole “riserve indiane” popolate da fieri e indomiti antiliberali – non esiste una cultura “di sinistra” come non esiste una cultura “di destra”, esiste una variopinta, egemonica e omologata intellettualità liberale che solo attraverso le molteplici tonalità appare plurale, tesa a soddisfare il mercato e i relativi consumatori dagli altrettanto molteplici gusti: del gelato può piacere il gusto alla fragola o quello al cioccolato, ma sempre gelato resta (e parlo di gelato per non essere inelegante).
Una delle malsane idee tattiche (la principale) di Meloni per vincere l’egemonia culturale che lei crede essere di sinistra è stata quella di credere che l’inversione di tendenza la si sarebbe potuta ottenere insediando i suoi alfieri al vertice degli apparati istituzionali, ad esempio nel ministero della cultura (per non dire di quello dell’istruzione) dove prima ha piazzato il volonteroso ma inadeguato Gennaro Sangiuliano e poi, andando di male in peggio, il cicisbeo Alessandro Giuli. Prendi un’accademia, mettici come rettore un cavalier servente e ottieni il vuoto cosmico se l’accademia è vuota: che sarebbe vuoto cosmico quand’anche al ruolo di rettore assegnassi Alessandro Manzoni. Insomma, generali senza truppa o generali incapaci di arruolare soldati qualificati. Peggio ancora, generali capaci di mortificare, esiliare, scomunicare o far fuggire ufficiali di valore: quel che più o meno è capitato a Giuli relativamente a Pietrangelo Buttafuoco. In questa storia della Biennale di Venezia che ha visto sparare alzo zero contro un intellettuale oggettivamente non egemonizzato all’intellettualità liberale in tutte le sue declinazioni di colore, Giuli ha svolto il suo ruolo di cavalier servente a favore dell’inettitudine meloniana e del fazioso russofobo “consigliori” Giovanbattista Fazzolari; Giuli, in pratica, ha fatto esattamente quel che un generale posto al comando di un esercito di intellettuali non dovrebbe fare: alienarsi meritocrazia e qualità – quel che per esempio non fece Giovanni Gentile per la stesura dell’Enciclopedia Treccani, chiamando alla collaborazione anche a-fascisti e addirittura conclamati antifascisti: tanto per citarne alcuni Gaetano De Sanctis (insigne storico dell’antichità), Luigi Einaudi (economista), Antonio Pagliaro (glottologo) e persino Ugo La Malfa, nonché un gran numero dei firmatari del “Manifesto Croce”. Così, se magari poteva esistere una seppur lontana possibilità di favorire un rapporto dialettico con intellettuali di diversa tendenza e posizionamento intellettuale, Giuli se l’è giocata senza possibilità di recupero. Le uniche due cose che ha ottenuto sono: a) mancato sostegno o addirittura stigmatizzazione di quanti passano per essere apicali e stimati intellettuali di destra; b) diretto o indiretto supporto dei pochi noti rancorosi, russofobi e filo-ucraini, che peraltro più che sostenere il cicisbeo meloniano hanno colto al volo l’occasione per attaccare Buttafuoco, per quanto di questo bel fare hanno avuto notifica ben pochi scappati di casa.
Ho chiamato in causa il Giovanni Gentile della Treccani e non certo per stabilire una qualche suggestione che metta in collegamento Meloni al fascismo. Meloni è solo una figlia degenere del NEO-fascismo il quale neofascismo sta al fascismo (qualsiasi cosa si pensi del fascismo) come un lampadario ad una bicicletta: nessun nesso. Ma visto che mi è scappato di citare il fascismo, mi piace ricordare che durante il Ventennio a Torino era operativa la Casa Editrice Slavia, fondata nel 1926 da Alfredo Polledro e che pubblicava, traducendo direttamente dal russo, tutte le opere della letteratura russa. Collaboratori alle varie collane (“Il genio russo”, “Il genio slavo” etc.) erano, tra gli altri, Leone Ginzburg e Ada Gobetti. E a parte l’Editrice Slavia, nel corso del Ventennio anche case editrici blasonate pubblicavano “roba comunista” e quindi russa, tipo libri di Trotzky “La mia vita. Tentativo di autobiografia” (Mondadori, 1930) e “Storia della rivoluzione russa” in tre volumi (F.lli Treves, 1936-1938).
Vogliamo metterci un ulteriore carico relativamente al totalitarismo fascista in rapporto alla censura culturale? Metto qui in immagine la copertina di un volumetto, stampato nel 1941, che raccoglie alcuni articoli di Nicola Bombacci – già sodale di Lenin e finito fucilato a Dongo – apparsi come editoriali sul mensile “La Verità” tra il 1937 e il 1941. La rivista (che nel nome richiama la celebre testata sovietica “Pravda”, ossia “verità” in russo) era stata fondata dallo stesso Bombacci nel 1936 mentre faceva la spola tra Roma e Mosca, e continuò le pubblicazioni fino al 1943. Non c’è spazio qui per occuparsi di tutta la “liberalità” di cui la cultura poteva godere nell’Italia fascista (altra cosa è la pratica politico-ideologica-sociale), di tutti gli “eretici” che potevano comunque esprimersi (si pensi a Bottai e alle sue riviste), ma credo che quanto ho esposto sia sufficiente per stabilire le differenze di valore.
Insomma, qui, sulla questione cultura e relativa “egemonia culturale” gli antifascisti che vogliono tirare un parallelo con la Meloni si devono arrendere davanti all’evidenza: Meloni applica per il campo culturale tattiche applicate dal totalitarismo liberale in campi extra culturali (economia, finanza etc.) incapace di connettere l’idea alla cultura, ma capacissima di affidarsi a rottami come Fazzolari quale consigliere e Giuli quale ministro della cultura osando dissentire da un grande pensatore come Buttafuoco nella sua mansione di operatore culturale.
