La guerra presenta il conto ai governi europei: da Merz a Macron, leader in picchiata
di Salvatore Cannavò - 11/05/2026

Fonte: Il Fatto Quotidiano
Merz ultimo tra i politici popolari, Macron è rimasto solo, mentre Rn vola al 34% E i Nordici sono ostaggio di alleanze variabili
Dopo il riarmo “in vista di un attacco russo entro il 2029” (Boris Pistorius dixit) valso già milioni di euro di welfare ai maggiori Paesi europei, e gli aiuti all’Ucraina – ultimo prestito comunitario da 90 miliardi – il genocidio a Gaza, che ha riportato in piazza milioni di cittadini contro l’aggressione israeliana – l’attacco congiunto di Usa e Israele all’Iran “rischia di diventare un incubo politico per i leader europei al governo”. Lo choc economico con i prezzi dell’energia in aumento, la crescita che rallenta e la liquidità limitata a disposizione degli esecutivi comunitari per proteggere gli elettori dalle conseguenze di un’ennesima guerra spacciata per “lampo”, infatti, stanno riportando in auge partiti di estrema destra.
Berlino: la locomotiva contro il governo Merz
In Germania, l’europeista Cancelliere Friedrich Merz – sceso all’ultimo posto dei politici popolari, con solo il 15% dei tedeschi si dice soddisfatto della sua coalizione – si sta affannando per impedire che la crisi energetica si trasformi in una vera e propria crisi economica e per evitare che i rivali populisti la usino contro di lui alle urne. Ma quest’ultima crisi internazionale, dalla quale Berlino ha provato a tenersi fuori subendo le ritorsioni di Donal Trump che ha ritirato dal Paese 5 mila soldati, e la conseguente stagnazione economica “politicamente, crea spazio per la sfiducia nella capacità delle istituzioni europee di proteggere i cittadini dagli choc esterni”, ha commentato qualche giorno fa a Politico Seamus Boland, presidente del Comitato economico e sociale europeo. Intanto un assaggio del sorpasso di Alternative für Deutschland in Germania lo danno i sondaggi a quattro mesi dalle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt: l’AfD vola al 41% e resta di gran lunga il partito più forte, ben davanti alla Cdu con il 26%.
Francia: Macron a fine regno, si scalda Le pen
A meno di un anno dal primo turno delle presidenziali, l’11 aprile 2027, a Parigi c’è atmosfera da “fine di regno”, come scrive la stampa francese. Finiti i due mandati, Macron non potrà ricandidarsi e lascerà l’Eliseo senza aver mantenuto le promesse fatte di riformare il Paese e guarire le sue divisioni. Paradossalmente, l’estrema destra che diceva di voler combattere, è sempre più forte: l’ultimo sondaggio Harris dà il Rassemblement National in testa al primo turno, con 34% o 32% a seconda se a candidarsi sarà Jordan Bardella o Marine Le Pen. Segue un macronista, l’ex premier Edouard Philippe, ma molto distante, al 19%. In politica interna, dalla decisione del 2024 di sciogliere l’Assemblea, che lo ha reso ancora più impopolare (21% di opinioni a favore), Macron non ha quasi più spazio di manovra. Esiste solo la politica estera: offre all’Ue la deterrenza nucleare, manda la portaerei nel Golfo persico, avvia un tour in Africa e a giugno ospiterà il G7 a Évian. Intanto l’Eliseo si sta svuotando. Una decina di collaboratori di Macron, anche i più stretti, lasciano le loro funzioni per cercare posti meno precari. L’ultimo a fare gli scatoloni è stato il segretario generale, Emmanuel Moulin. Da fonti del Parisien, per la sua uscita di scena, Macron starebbe organizzando la più spettacolare parata militare del 14 luglio, una “dimostrazione di forza” dell’esercito francese, ora che Trump ha annunciato di ritirare i suoi soldati.
I nordici: chi ci guadagna e chi rischia nostalgie nazi
Con la spesa dell’Ue che si è impennata di 27 miliardi in due mesi per l’importo di combustibili fossili, il problema dei prezzi energetici riguarda anche i paesi scandinavi. Che vivono però situazioni politiche interne diverse. Chi ha guadagnato alla grande è la Norvegia, dopo governano i laburisti, che ha incassato 57,4 miliardi di corone (5,21 miliardi di euro) nel mese di marzo, il 68% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Con questi risultati la presenza di un partito di estrema destra al 24% al momento è gestibile, mentre la destra governa la Svezia, con l’alleanza estesa ai Democratici svedesi che si fregiano anche di nostalgie nazi, e questo spiega forse le preoccupazioni del governo con la ministra delle Finanze svedese, Elisabeth Svantesson, che a margine dei lavori del Consiglio Ecofin nei giorni scorsi ha detto “sono stanca di una leadership imprevedibile che rende le cose difficili per tutti” riferendosi agli Usa. Eppure la Svezia è tra i Paesi europei più in forma sul piano delle rinnovabili e meno dipendente dai prezzi energetici. ma che invece ha avuto costi supplementari di 160 milioni di euro, pari al 12% dei profitti, nel settore agricolo per il prezzo dei fertilizzanti. Deve fare i conti più che con la guerra con Trump che vuole la Groenlandia, la Danimarca che ha appena visto la risicata vittoria della socialdemocratica Mette Frederiksen che dovrà formare un governo allargato ai Moderati e quindi con il rischio di favorire l’ulteriore ascesa di forze radicali sia a sinistra che a destra dove i sovranisti del Partito del Popolo danese arrivati a sfiorare il 10%.
