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Ad azione corrisponde reazione

di Filippo Bovo - 22/03/2026

Ad azione corrisponde reazione

Fonte: Filippo Bovo

Lanciando missili su Diego Garcia, in pieno Oceano Indiano, a 4000 km dall'Iran, Teheran ha recapitato un chiaro segnale: "possiamo, se solo lo vogliamo, raggiungere non solo Diego Garcia ma anche qualsiasi altro obiettivo a lunga distanza, israeliano, americano od europeo che sia; e pertanto sta a voi comportarvi bene, perché per noi 'ad azione corrisponde reazione' e nulla, pertanto, è destinato a rimanere impunito". Basi, navi, portaerei, depositi, ecc, non solo in tutta l'area CENTCOM (Medio Oriente e Asia Centrale), ma anche EUCOM (Europa) o AFRICOM (Africa) sono dunque alla portata dei missili iraniani. Quanto al fatto che quest'ultimi potessero coprire distanze ben maggiori di 2000 o 2500 km, sorprendente per molti nostri analisti di guerra, non trovo invece nulla d'insolito: sarebbe bastato, ad esempio, dare un'occhiata anche a molti loro colleghi dell'area iraniana o dell'Asse della Resistenza per scoprire che di simili tecnologie Teheran era già abbondantemente in possesso. Ad ogni modo, ciò che qua interessa, oltre alla novità tecnologica in sé, è il continuo progresso qualitativo della dottrina di difesa ed offesa iraniana, basata non più soltanto sulla guerra asimmetrica, ma anche simmetrica, con risposte dirette e alla pari a quelle del nemico.
Ne è prova anche la fitta gragnola di missili su Dimona, che segue agli attacchi sin qui visti prima su Busher, e poi su Natanz e Qom. Sono ormai tre giorni che su Dimona è tutto un gioco pirotecnico, e pure stanotte non andrà tanto diversamente se, come dichiarato dall'IRGC, tutto il sud di Israele sarà sottoposto a bombardamenti inauditi, tali da atterrire i vertici israeliani ed americani. A giudicare da quelli visti sin qui, anche sul resto del paese, come ad esempio l'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv con la relativa base di Ben Ami e i depositi di carburante per l'aviazione e l'esercito israeliani, Haifa, Ashkelon e altri siti analoghi, non sembrerebbero affatto parole al vento.
Tali metodi, beninteso, sono adottati a loro volta anche dal resto dell'Asse della Resistenza, dalle Forze di Mobilitazione Popolare in Iraq, riuscite col supporto aereo iraniano a scacciare la presenza americana dal paese, a Hezbollah che analogamente hanno ormai trasformato la progettata invasione del Libano meridionale in una trappola strategica per le forze armate israeliane, una pressa che indiscriminatamente schiaccia uomini e Merkava. Infine gli Houthi, sin qui rimasti in attesa ed oggi ufficialmente in campo, si daranno ad obiettivi altrettanto ambiziosi ma certamente alla loro portata, come premere sul naviglio americano qualora torni ad avvicinarsi all'area tra Mar Rosso, Mar Arabico e Golfo Persico, dato che alle prime tre navi del 31° MOU Washington ha ordinato di dispiegarne anche altre, e sui siti militari ed energetici del Golfo, attuando con Teheran una dura tenaglia sui governi del CCG. Senza comunque perdere di vista neppure bersagli alternativi, come la gibutina Camp Lemmonier, altra maxi-base americana nella regione sin qui tenuta in disparte da Washington, ma intorno a cui già si notano dei primi movimenti. Al pari di Teheran, anche gli altri nomi della Resistenza hanno attuato una strategia bellica centralizzata e decentralizzata al tempo stesso, dimostrando, con una parola oggi forse abusata ma in questo caso non inopportuna, un'incredibile resilienza.
Di fronte ad un quadro militare del genere, nessuno negli ambienti economici può realmente credere che gli Stati Uniti, o chi per loro, siano nelle condizioni di riaprire lo Stretto di Hormuz, su cui oggi Teheran esercita un diritto di passaggio, col transito unicamente consentito a navi gasiere e petroliere che paghino in yuan. Anche questo è un altro chiaro segnale di Teheran, sempre in termini di guerra simmetrica, ma di tipo economico anziché "missilistico": chiunque voglia l'energia dello Stretto, dove quotidianamente in tempo di pace ne transita il 20% a livello globale, deve rinunciare al vecchio standard su cui si fondava vecchio ordine politico sin qui prevalso nella regione, quello americano del "petrodollaro" e della "Pax Americana", ormai svanita insieme alle sue basi, in favore di uno standard nuovo: quello del "petroyuan". Pare che il segnale sia effettivamente giunto a destinazione, e coprendo addirittura più dei 4000 km dei missili scagliati su Diego Garcia, a vedere i paesi già accordatisi Teheran a pagare in yuan: oltre ovviamente alla Cina, che da parte iraniana riceve un trattamento preferenziale, Turchia, India, Pakistan, Bangladesh, si sono prontamente adeguati, seguiti oggi anche dal Giappone della geisha-samurai Sanae Takaichi (a proposito: sognare un nuovo Impero Nipponico mentre si contratta petrolio in yuan, non pare molto credibile). E poi Malesia, Iraq, Indonesia, Egitto... Mentre anche Arabia Saudita ed EAU, da paesi produttori, per sfuggire all'abbraccio col vecchio ordine ordine politico morente, a cui tuttavia nel frattempo non possono dire completamente di no, intendono ora rafforzare la loro vendita d'energia in yuan.