Al centro del tempo
di Lorenzo Merlo - 17/05/2026

Fonte: Lorenzo Merlo
L’immacolata concezione riguarda tutti e tutto. È a causa sua che il mondo che esiste è del tutto confinato entro la descrizione di ognuno. Oltre che tutto e tutti, coinvolge anche organismi aggregati in gruppi piccoli e grandi, familiari, amicali, tribali, sociali, morali, etici, educativi, politici, culturali, geografici, storici. Ognuno di questi ha a che fare con la realtà che concepisce, ovvero con le idee che in essi avvengono.
Ogni narrazione di realtà corrisponde sostanzialmente ad ogni romanzo. Tutti composti con un solo alfabeto, con medesime parole e identica sintassi, secondo una sequenza di affermazioni che forniscono semantiche differenti. Vale a dire che, con pochi segni convenzionali ed autoreferenziali, riteniamo di poter descrivere il mondo, per lo più con la determinazione tratta dalla certezza che esso sia effettivamente così come crediamo di vederlo.
È però un epilogo, non di rado tragico, che analiticamente parlando – ovvero scomponendo il tutto in tessere da ricombinare secondo il nostro interesse, discorso o romanzo – origina dall’egocentrismo. Uno stato dal carattere del sortilegio che come un involucro ci contiene. Il quale perciò, a sua volta, non è che un generatore immacolato di concezioni del mondo.
Secondo questa narrazione il romanzo configura la pari verità di ogni affermazione. A chi può riconoscere tale banale conclusione – in senso dualistico di segno opposto a quella consuetudinaria – è riservata la consapevolezza dell’inconsistenza delle narrazioni che pretendono di essere superiori ad altre. Consapevolezza che porta dritto ad apprezzare il romanzo narrato da Marshall McLuhan, da Paul Watzlawick, da Heinz von Foerster, da Gregory Bateson, da Ernst von Glasersfeld, da Ludwing Wittgenstein, da Franco Fortini, da Kurt Gödel e certamente da altri, nel quale osservato e osservatore non sono due parti ma un solo organismo.
Se organizzativamente e amministrativamente parlando prediligere l’equipollenza delle affermazione – oltre che essere una posizione in conflitto con sé stessa – corrisponde a togliere la tessera più in basso del castello di carta sul quale abbiamo impiantato e coltivato le nostre convinzioni gerarchiche, da un punto di vista non tecnico, ma umanistico, aprirebbe l’accesso a vallate culturali di prosperità esistenziale.
La concezione della narrazione dell’osservato che, necessariamente, contiene quella dell’osservatore – sebbene sia implicitamente una radicale critica dello scientismo, quindi dell’evidenziazione della scienza come null’altro che una autoreferenziale idea di sé e del mondo – positivisticamente parlando, da sola basterebbe ad inseminare ragione e sentimento per dare il via ad una cultura non più inconsapevolmente antropocentrica ed egocentrica, quindi ad una armonica relazione con se stessi e con il mondo.
“Basterebbe”, ma non è – finora? – bastato. Contro la sua affermazione gioca un’altra inconsapevolezza. Quella imposta dalla concezione meccanicista ed oggettiva del mondo. Pezzi e non organismi, realtà fuori da noi e non dentro noi.
Sulla via che ci allontana dalle maceriche lande bruciate dall’impero dell’egocentrismo – genitore di ogni avidità e conflitto – e che ci avvicina al valico oltre il quale si apre la fiorita vallata della bellezza si incontra la dissetante fonte filosofica della fisica quantistica. Una specie di profondo conforto e rivelazione della magia di tutte le narrazioni. Essa, infatti, ci mostra in che termini avviene la realtà. Come una sorta di setaccio, infatti, filtriamo dall’iperuranio – residenza di tutte le parole, gli alfabeti e idee – giusto il necessario all’alimentazione della nostra biografia. Un momento inavvertito dalla coscienza, nel quale avviene (Heidegger) la realtà. Un composto organico pregno di sentimento, emozione, esigenza. Pregno perciò di noi stessi e dello spirito del tempo indispensabile ossigeno del nostro mondo.
Quando Ilya Prigogine, David Bohm, Kurt Heisemberg, Niels Bohr ci parlano di multi-universo, di teoria unificata, di teoria delle stringhe di mente e materia come un’unica entità ci stanno chiamando dal fondo della vallata. “Siamo qui. Siamo qui”, ci gridano sventolando fazzoletti per richiamare la nostra attenzione. Chi arriva in sella al valico li sente e li vede, scorgendo vicino a loro, silenti e pazienti i totem della conoscenza delle Tradizioni sapienziali di tutto il mondo, da sempre residenti tra quei pascoli, quei ruscelli e quelle foreste.
