Il Continente fuori dalla Storia
di Salvo Ardizzone - 17/05/2026

Fonte: Italicum
Premessa
Che significa essere nella Storia? Al di là di dotte definizioni, per una nazione è la capacità di governare le conseguenze delle dinamiche che muovono il mondo, nel migliore dei casi prevenendole e, comunque, agendo in coerenza a ciò che si ritiene il proprio interesse nazionale, tendendo a realizzarlo malgrado i mutamenti dello scenario internazionale. In altre parole, è l’attitudine a compiere scelte conformi a ciò che si reputa il bene del proprio Sistema Paese malgrado i repentini cambiamenti imposti dagli eventi. Insomma, è la capacità di navigare e mantenere la rotta verso i propri scopi, non solo quando c’è bel tempo ma anche – e soprattutto – quando c’è tempesta. A dirlo sembra facile, a farlo, a quanto pare, assai meno.
Serve capacità di leggere gli eventi, in funzione di essi tracciare un percorso e disporre di un equipaggio in grado di tradurre gli input della cabina di comando in azioni. Volgendola in Accademia, è l’applicazione della Geostrategia che, sul campo (lo “stratos”, da cui il termine “strategia”), individua il percorso per raggiungere gli scopi, valuta le proprie forze, chi può esser utile, chi concorrente e chi nemico, su chi appoggiarsi e da chi rifuggire. E deve essere in grado di farlo, sì, nel presente ma, in epoca di straordinari cambiamenti, in special mondo guardando a ciò che apparecchia il futuro. E in base a ciò agire.
E agire non per pura scelta etica, partigiana o per obbedire a sudditanze, ma per l’inaggirabile imperativo di trovare le risorse necessarie al benessere del paese, tutto, non di una sua parte; ovvero, figuratamente, di ogni famiglia, di ogni “focolare” (“oikos”, da cui “economia”) che poi è l’essenza prima della Geoeconomia.
Ma non è finita: nel fare ciò, si deve tenere in conto quale idea di paese si voglia perseguire, perché, a buttar giù un esempio, quello che aveva in mente un Enrico Mattei o un Adriano Olivetti non aveva nulla a che vedere con quello di un Pieter Thiel, Sam Altman o Marc Andreessen. E non perché ci siano quasi settant’anni a dividerli: le idee si inverano nei contesti storici, in essi trovano modo di attualizzarsi e realizzarsi coerentemente ai tempi. Ciò che conta sono i valori che vi sono sottesi, che sono a-temporali per definizione e, ovviamente, come nell’esempio fatto, sono i più diversi. Questo è l’ambito della Geocultura, che coltiva (“cultus”, da cui deriva “cultura”) e irradia il sistema valoriale di una nazione, il modo in cui essa si vede. Che poi è quello che dà il senso e l’orientamento a tutto. O, quantomeno, dovrebbe.
Come un Continente è uscito dalla Storia
Fatta questa premessa sembra evidente che l’intero continente europeo, da attore primario della Storia se ne sia posto fuori, regredendo a oggetto passivo della Storia altrui, subendola. Intendiamoci, non è indiscriminato rimpianto per la civiltà che ha espresso perché, ad esempio, non credo ci sia da essere orgogliosi del colonialismo e dell’ipocrita convincimento auto giustificatorio espresso nel concetto del “fardello dell’uomo bianco”, “costretto” a “portare la civiltà” ai popoli della terra, che di quella supposta civilizzazione non sentivano alcun bisogno. Ma tant’è, ciò che registro qui è un mutamento sostanziale i cui motivi sono arcinoti, inutile dettagliarli come litania; giova però sottolinearne alcuni che sfuggono ai più perché, a causa della lunga convivenza con essi, appaiono naturali, peggio: immodificabili.
Per molti anni lo spazio europeo è stato inscritto d’imperio nell’impero europeo dell’America, rinchiuso in una doppia gabbia: la NATO e i vari organismi sovranazionali d’Europa (CEE, CE, UE). E se, un po’ per le dinamiche della Guerra Fredda e molto per le precedenti culture politiche che sopravvivevano ancora, vari stati hanno continuato a coltivare un certo grado di interessi riconosciuti propri, con l’avvento dell’Unipolarismo egemonico tutto ciò è del tutto svanito, di pari passo allo svanire di classi dirigenti degne del nome, trasformatesi in yesman obbedienti a Washington prima che alle proprie capitali, e all’affermarsi di classi politiche evanescenti, del tutto omologate all’Egemone e ai suoi interessi.
In questo modo, i paesi dell’area europea si sono accomodati nelle proprie celle, felici di proibirsi pensiero strategico, ovvero di pensare a sé e al mondo che li circondava, lasciando che fosse il Grande Fratellastro d’oltre Atlantico a pensare per loro. E non solo sulle questioni maggiori ma, progressivamente, su tutto, facendo dell’allineamento un mantra. Con conseguenze nel tempo disastrose: atrofia del pensiero strategico che, in tempi ordinari, è indiscusso danno, in tempi straordinari quali i nostri è suicidio.
È stato un continuo e crescente trasferimento di sovranità dallo spazio europeo a Washington e dai vari stati a Bruxelles, che ha svuotato le istituzioni nazionali fino a ridurle a un guscio vuoto. Fino a farle perdere l’attitudine a pensiero autonomo, prima ancora che per veto esterno, per manifesta sudditanza concettuale spinta fino a non riuscire a concepire altra condizione. Una sindrome incapacitante che ha tolto e toglie aprioristicamente dal tavolo ogni possibile alternativa.
E, naturalmente, lo spazio lasciato da governi e leadership decadute a lemuri, è stato occupato primariamente da Washington, riducendo lo spazio europeo a periferia funzionale all’impero americano. In secondo luogo, subordinato al primo, da una burocrazia autoreferenziale che si è impadronita dell’organismo sovranazionale, oggi evoluto in UE, rendendolo del tutto irriformabile con una progressiva stratificazione di trattati e, quando serviva, forzando le norme fino a torcerle nella totale afasia dei governi, con ciò instaurando prassi ormai consolidate. Per fare un esempio, l’abnorme attribuzione di autorità al Presidente della Commissione Europea è avvenuta per generale quanto colpevole abdicazione degli stati membri, malgrado le marchiane violazioni dei regolamenti da nessuno rilevate.
In questo contesto, i paesi dello spazio europeo si sono adagiati in una sorta di confort-zone in cui si sentivano esentati da scelte e, mentre l’Egemone vigilava che essi rimanessero all’interno della sua orbita, essi si sono dedicati essenzialmente a coltivare economicismo, coerentemente agli interessi rivendicati dalla Germania, il soggetto economicamente più rilevante dell’area, che dalla sua riunificazione ha piegato l’intera costruzione sovranazionale europea a ciò che riteneva il proprio tornaconto. Quanto lo fosse in una prospettiva di lungo periodo è altro discorso, e oggi, nell’impatto con la Storia, sta emergendo. Ma è vano pensare che ciò venga compreso perché, se c’è una cosa che manca, è la consapevolezza. La comprensione di situazione e cose.
Qualcuno ha ipotizzato che, malgrado la rinuncia al concetto di strategia, per come lo abbiamo descritto, i paesi dello spazio europeo per anni abbiano comunque coltivato un certo spirito autonomo, allacciando rapporti intrinsechi con la Russia o flirtando con la Cina fino a un tempo non lontano. Errore. Era solo economicismo slegato da ogni ragionamento strategico e per Washington, al dunque, è stato assai semplice ricondurli a un ordine coerente ai suoi interessi, inducendoli a infrangere ogni regola della Geoeconomia, in un raro esempio di subalternità succube spinta all’estremo, testardo, autolesionismo, che si spiega con quella sindrome incapacitante di cui abbiamo detto.
Se ciò è stato possibile in tal misura è a causa dello sfaldamento della Geocultura di quei paesi, che li ha privati del senso di sé, del loro stare nel mondo: tre generazioni abbondanti di pedagogia a Stelle e Strisce hanno formattato quei popoli, riducendo le loro culture a sbiaditi ectoplasmi, retrocedendole a riflessi lontani su cui è impossibile costruire alcunché. Di più e peggio: lo spazio europeo è divenuto America traboccata da questa parte dell’Atlantico, con le medesime dinamiche, caratteristiche e divisioni. E gli europei sono divenuti americani, magari con una passata di vernice agli occhi USA esotica. Ma ormai americani nell’anima.
E per inciso, è per questa ragione che anche i critici della situazione attuale appuntano gli strali primariamente su Bruxelles, soggetto secondario e subordinato, ma non sugli USA, che dei guasti del contesto attuale sono i primi responsabili. E ciò perché non li si riconosce nemici per la loro connaturata essenza egemonica comunque declinata, ma si indirizzano le critiche sulla parte di quel paese che si ritiene avversa: liberal o conservatrice a seconda delle proprie convinzioni.
L’ormai impossibile divorzio USA-Europa
Per quanto detto al paragrafo precedente, contrariamente alla vulgata generale, ritengo che da tempo non sia più immaginabile divorzio netto fra Stati Uniti e paesi europei, perché essi non sono semplicemente subalterni agli interessi USA, ma del tutto omologati alle medesime dinamiche americane. Le fratture che emergono riguardano versioni diverse dello stesso sistema – liberal o conservatrice - ma non mettono in discussione il sistema stesso.
Per questo, nel momento in cui Washington ha bruscamente scartato, le leadership europee si sono mostrate incapaci di reazioni autonome, minimamente originali, rimanendo fisse nella precedente traiettoria dell’Egemone (sebbene esso sia scaduto a Ex agli occhi di vasta parte del mondo). Confidando che si tratti di una parentesi. Ma non lo è. Anche se Trump e la sua bizzarra accolita fossero scacciati, e alla Casa Bianca tornassero i Democratici, o più ortodossi Repubblicani, nulla sarebbe più come prima nella sostanza (altro discorso la percezione di ciò da parte degli europei).
E ciò per diversi ordini di ragioni: l’America di Warren Buffet, l’”Oracolo di Omaha”, il finanziere capace di guardare lungo interpretando i tempi, convinto che salute e benessere del paese corrispondessero al proprio, è tramontata, sostituita dall’America dei Pieter Thiel, ultraliberisti che vivono sull’istante, che sostituiscono la profondità del tempo con visioni messianiche e piegano la macchina federale ai loro interessi. È la definitiva fine dello “smart-power” teorizzato da Joseph Nye - che ha permesso agli USA di prosperare vendendo una falsa immagine benigna e, con essa, la loro egemonia - oggi schiacciato dallo “stupid-power” trumpiano, caotico e a-strategico esercizio di “hard-power”, che si risolve in cieco agitare di randelli che esaurisce gli USA senza portare utile, ma confonde i vecchi partner e crea nuovi nemici.
È un intreccio di cause ed effetti che sarebbe lungo analizzare (li ho trattati lungamente su queste pagine in precedenti scritti), fatto è che ciò ha radicalmente mutato i presupposti del potere globale, piaccia o no emigrato dalle sponde dell’Atlantico verso Est, con baricentro fissato ormai nell’Indo-Pacifico.
Da molti decenni i paesi dello spazio europeo si sono adattati a vivere di riflesso nel posto loro assegnato nel cosiddetto Occidente che, lo ripeto ancora a costo di stancare, era ed è America, non altra cosa, con buona pace di chi – in terra europea – con mal riposto orgoglio vi pone supposte radici spurie e ne rivendica l’eredità. E il declino dello Zio Sam ha investito in pieno chi si era accomodato alla sua ombra pensando di vivere eterno presente in una sorta di spazio-tempo posticcio. Vi ricordate la bufala della “fine della Storia” e scempiaggini simili? Beh, la Storia non era né è affatto finita e ha mandato a sbattere rudemente chi vi ha creduto. E ciò comporta enormi conseguenze.
Da questa sfalsata prospettiva, adusa a porre il fulcro del mondo sulle rive del Potomac, lo spazio europeo si sente orfano, ma reitera i meccanismi precedenti. Non riesce a considerare gli USA per ciò che sono: una potenza occupante che, nel suo declino, spreme e spremerà finché potrà i vassalli declassati a colonie per garantire la sopravvivenza del suo centro. Dinamica comune a ogni impero della Storia, che qui spicca semmai per un solo aspetto: la rapidità con cui l’impero USA ha raggiunto l’apice ed è entrato in crisi.
Quanto detto è costatazione ovvia per chi guarda con occhio scevro da condizionamento e coglie le macroscopiche contraddizioni d’un sistema che cannibalizza se stesso, alla parossistica ricerca del massimo utile di pochi (invero sempre meno) alle spalle di tanti (sempre più numerosi), senza curarsi neppure della sopravvivenza di se stesso nel tempo. Ma dinamica impossibile da cogliere per chi vi si è ormai omologato e non riesce a concepire situazione diversa.
Per conseguenza di ciò, lo spazio europeo si trova in una condizione di complessivo asservimento del tutto diversa da quella che gli USA esercitano in altre aree del mondo, accostabile solo a quella esercitata sul Giappone per le note vicende storiche che, in buona parte, l’accomunano. Prendiamo ad esempio l’Asia Occidentale: gli Stati Uniti hanno costruito su di essa un pervasivo sistema di dominio, esercitato sia direttamente, attraverso interventi e occupazioni militari o coercizione economica e finanziaria, sia indirettamente, in virtù della cooptazione di famiglie regnanti e centri di potere interessate a mantenere uno status quo che ritenevano conveniente all’ombra dello Zio Sam.
È stato un legame strategico, politico, economico e finanziario, ma – sottolineo - non culturale, che ha resistito a guerre e crisi d’ogni tipo perché basato su una sostanziale coincidenza d’interessi – anche reciproca, non solo unidirezionale - ma che oggi è in via di disfacimento a causa del radicale mutamento delle condizioni locali e globali, che ha indotto quegli attori a un rapido riposizionamento. Un rimescolamento tale, dettato da realismo, che – fatta eccezione per qualche attore come gli Emirati, le cui motivazioni sono molteplici e articolate - sta marginalizzando Israele, da pilastro del passato sistema percepito oggi come “il” problema dell’area. E ciò segnala attitudine a governare i fatti della Storia da parte di quei soggetti, a adattarsi ad essi.
Attitudine che si rivela massima nel caso della Turchia, che, come scritto di recente su queste pagine, da massima condizione di sudditanza è evoluta a soggetto autonomo, capace di pensiero strategico a 360 gradi, coerente ai propri interessi nazionali, facendo di questa capacità enorme valore aggiunto. Insomma: un attore a tutto campo in grado di dialogare da pari con tutti, malgrado un PIL che è solo i due terzi di quello italiano. Ennesima conferma che l’economia non è potenza, semmai la serve, ma è inutile provare a spiegarlo in terra europea, meno che mai italica.
Lo spazio europeo rinnega ogni aspetto della Geopolitica, in primis la Geostrategia…
Oggi, la terra europea è retrocessa a condominio male assortito manipolato da un’amministrazione farlocca che tende ai propri interessi di bottega. Fuor di metafora, le spinte propulsive – i “drive” come dicono quelli bravi – sono quelle riconosciute tali dalla sovrastruttura che sta a Bruxelles, in primis lo scontro con la Russia cui infliggere “sconfitta strategica”. Favola cui si prestano lillipuziani in cerca di rivalsa, attori persi in sogni di grandezza ed ex potenti (molto) decaduti; tutti soggetti che, storditi dall’impatto con la Storia, come le balene che si spiaggiano seguono rotta opposta a propria sopravvivenza.
Del resto, se si è succubi, è impossibile identificare interessi propri. È impossibile individuare un percorso per raggiungere ciò che non si sa. È impossibile classificare chi può essere utile, chi concorrente e chi nemico. Meno che mai comprendere un mondo di cui si rifiutano le dinamiche, perché rovesciano le proprie granitiche certezze, e perché manifestamente avverse al padrone, a chi si ritiene centro di tutto. Si sceglie, se così può dirsi, da un menù bloccato ancorché tossico, per cui: no alla Russia e a chi le sta vicino, malgrado i decenni abbiano ampiamente dimostrato affidabilità e convenienza di una collaborazione squadernata dalla carta geografica, basta guardarla, grida: sinergia!
E sì alla contrapposizione con la maggiore economia (solida economia, non fumosa finanza) del mondo, solo perché rifiuta le pretese di solitaria egemonia degli USA. No a un paese con potenzialità enormi come l’Iran, perché non si piega ed è fumo negli occhi per l’America, ma sì a un conclamato criminale come Israele, che di regole non ne ha mai rispettata una. E indiscriminato, aprioristico, sì a un padronea cui ormai, qualunque sia la versione in cui s’incarna (liberal o conservatrice poco importa), dello spazio europeo nulla importa fuorché spolparlo.
Le recenti esitazioni a seguire le caotiche performance trumpiane non sono frutto di ponderata scelta, di calcolo; è solo la paura di correre insieme nel baratro. È ritrarsi dalla cosiddetta NATO 3.0, immaginifica creazione della National Security Strategy e National Defense Strategy appena varate, che vorrebbe i membri pronti ad accorrere ogni volta che il novello Re chiama. Peccato che, anche nel Medio Evo, la levée dei vassalli era soggetta a tempi, limiti e, nei fatti, agli interessi dei soggetti chiamati, esattamente ciò che fa inalberare l’aspirante Re Sole. E induce i sudditi a sperare che l’incubo attuale sia solo una parentesi, che ci sia un dopo in cui ogni cosa tornerà come una volta. Rassicurante tran-tran di sudditanza. In tale contesto è inutile parlare di Geostrategia, è semplicemente assente.
…poi la Geoeconomia…
Ma è inutile parlare anche di Geoeconomia, di dove e come trovare le risorse per coltivare un benessere che sfugge di mano. I paesi europei si sono precipitati dietro agli USA, da servi sciocchi spesso anticipandoli, nello spezzare catene d’approvvigionamento consolidate nel tempo per sanzionare chi era inviso a Washington, o quantomeno provare a isolarlo, salvo scoprire di essersi isolati. Per un’area industrializzata (oggi in via di rapida deindustrializzazione), tarata su energia a basso costo e libero afflusso di minerali critici di cui è priva, è stata una genialata staccarsi da chi quelle risorse ha.
E mentre le industrie dell’Occidente – stavolta tutto: da quello nordamericano a quello europeo, fino alle sue propaggini con gli occhi a mandorla, in Giappone e Corea del Sud – non sono più in grado di programmare né i tempi di consegna, né i costi di infrastrutture o macchinari complessi per mancanza di forniture affidabili e prezzi certi, nel resto del mondo le supply-chain si stanno ricomponendo, semplicemente facendo a meno di loro. Somma eterogenesi dei fini per lo spazio europeo, oggi costretto a mendicare – a costi spropositati – quello che aveva prima a volontà e a costi più che vantaggiosi.
Per cui, no a energia sicura e a basso costo, perché viene da chi è bollato come cattivo, e sì a quella venduta dal padrone, anche se enormemente più costosa e quanto mai aleatoria. E che importa se così ci si lega ancor più a chi ha per unico interesse cavar il sangue altrui per puntellare un sistema in disfacimento? Che importa se si è costretti a mendicare il resto da attori improbabili, meno che mai rispettabili, che con somma ipocrisia si definiscono partner? Va bene così, anche se quel padrone sta tirando giù il mondo facendosi menare a spasso da un sedicente fratello minore, causa inconfessabili interessi del Capo e messianico fanatismo di larga parte del suo elettorato. Al massimo, si può sussurrare il disappunto, e già questo basta ad attirare i fulmini dell’ex Egemone.
E no pure ad accordi con chi ha le risorse critiche e le tecnologie, perché anche questo è inviso al padrone che lo teme, con ciò auto relegandosi in un modello produttivo superato. E sia mai che si utilizzino le risorse finanziarie dello spazio europeo nella sua economia reale! Meglio permettere che siano rastrellate per alimentare le bolle finanziarie che arricchiscono Big Three & C. che sturano lo champagne per lo scampato collasso. Insomma: è la contraddizione del concetto di Geoeconomia.
…infine la Geocultura.
Molti ritengono che, con l’affermarsi dei tanti movimenti di protesta che stanno sorgendo nei vari stati dello spazio europeo, le condizioni del Continente possano cambiare radicalmente. Francamente ne dubito, e non per connaturato pessimismo ma per l’osservazione della realtà. È vero: la crisi dei partiti tradizionali, che continuano a sostenere il sistema presente, è ormai dinamica consolidata; sfiducia e delusione – spesso disgusto – portano una gran massa di elettori all’astensionismo, in pochi anni divenuto fenomeno di massa, o a concedere l’ennesima fiducia a chi si percepisce come nuovo. Appunto: è il cosiddetto “nuovo” che mi convince assai poco; non si tratta di prevenzione “ideologica” ma, semmai, della mancanza di idee.
È una tendenza alla semplificazione di problemi che semplici non sono, non complicati ma complessi (che è tutt’altra cosa); a pretendere soluzioni immediate, ma senza che sia toccato il proprio particolare. Insomma: una supposta rivoluzione che tocchi tutto senza toccare sé, affidata alle mani d’un capo che “sistemi le cose”, riportandole a un confortevole ambito conosciuto. È grosso modo ciò che si definisce populismo che, a guardar bene, è una sorta di fascio d’egoismi in cui ciascuno sfoga frustrazioni – per carità, comprensibili – e cerca di restaurare l’interesse proprio falcidiato dalle dinamiche odierne.
Con l’aggravante di ritenere sé, il proprio segmento sociale, rappresentativo del tutto. Del popolo. Termine oggi abusato quanto fuori luogo, perché è proprio il venir meno dei legami culturali, valoriali, sociali e storici che ha portato alla crisi odierna, ovvero, al venir meno del “popolo”, quello vero, oggi atomizzato in una massa indistinta di individui. E, per trovare un’identità in questo sfascio, la cercano volgendosi al passato, a ciò che si conosce e rassicura, rifuggendo da un presente che non si comprende. Esatto contrario di ciò che serve: come già detto, interpretare il presente alla luce di valori antichi - a-temporali - per progettare il futuro, non ispirarsi a ciò che è stato, frutto di condizioni del tutto irripetibili, ma tant’è.
Pensare che questi soggetti politici possano fare squadra è desiderio figlio d’irrealtà: immaginare i seguaci tedeschi di AfD andare a braccetto con i francesi del FN è periodo ipotetico del terzo tipo. E lo stesso vale per gli altri, persi tutti in un soggettivismo sterile. Derivato da incomprensione della realtà e paura, cifra attraverso cui leggere tutti questi movimenti. Se c’è una cosa che li accomuna tutti, trasversalmente, è una tendenza xenofoba con forte connotazione islamofoba. Da che mondo e mondo, ciò è segnale – appunto - di paura: paura di una realtà che non si comprende e dunque si rifiuta e, per conseguenza, induce – lo ribadiamo - a un generico rivolgersi al passato, a ciò che si conosce e rassicura. Peccato che la Storia non torni mai indietro e travolga chi non s’adatta ai suoi corsi.
Si dice che quanto detto sopra conduca a totalitarismo, a adesione cieca a una qualche narrazione dominante. Vero, perché in barba al mainstream non occorre affatto essere nazisti o stalinisti per costruire un’entità totalitaria che soffochi la gente, magari raccontandogli che lo fa per il suo bene. Tutt’altro. Hanna Arendt, nel suo “Le origini del totalitarismo”, affermava che il suddito ideale di un regime totalitario non è il suo più convinto sostenitore, è l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso, non esiste più. E noi siamo di fronte a un Continente intero che si è posto in questa posizione, assopito nella post-Storia, salvo vedersi sfondare la porta dalla realtà. A condizioni date, difficile auguragli futuro fausto.
Post-scriptum
Nel corso di queste pagine ho raramente usato il nome “Europa”. Volutamente, perché stomacato dell’abuso che se ne fa usandolo come sinonimo dell’organismo sovranazionale insediato a Bruxelles, oggi UE, e perché con esso si vorrebbe fare riferimento a un’entità che è inesistente. Vorrei sottolineare per l’ennesima volta che l’Europa non è mai stato un soggetto politico, è un concetto geografico che, peraltro, nel corso dei secoli ha assunto confini assai diversi. Nei tempestosi giorni odierni, quando nulla lega e ciascuno cerca improbabile salvezza per sé, immaginare improvvise convergenze dei suoi stati, come anche blasonate testate fanno, ipotizzando - per esempio – inedite strategie comuni fra Italia e Francia, è peggio che utopia, è sogno.
