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Europa: l’ultima Thule dell’impero americano

di Luigi Tedeschi - 17/05/2026

Europa: l’ultima Thule dell’impero americano

Fonte: Italicum

Trump: nel caos è il mio principio

La Guerra Grande si configura come una lotta di liberazione dei popoli estesa a livello planetario. I conflitti sono molteplici, ma il fronte è unitario: i popoli lottano contro l’oppressione del neocolonialismo suprematista dell’Occidente. Il conflitto iraniano rappresenta il culmine della Guerra Grande, che non si sa quando finirà, ma è certo che terminerà per l’impossibilità di sostenerla da parte dell’Occidente, su cui grava l’ombra di una sconfitta strategica epocale.

L’esaurimento progressivo degli armamenti e i costi insostenibili costituiscono le cause principali della debacle americana nel conflitto. I costi della guerra contro l’Iran hanno raggiunto finora i 61 miliardi. Qualora vengano considerati anche i danni alle basi americane, i costi della guerra si aggirerebbero intorno ai 100 miliardi. Non è prevedibile a quanto potrebbero ammontare alla fine del conflitto. Trump ha richiesto un budget per la difesa di ulteriori 1.500 miliardi, con un aumento di 445 miliardi rispetto al 2025, pari al 42%. Proposta folle, dato che a tale aumento delle spese per la difesa farebbero riscontro tagli di 73 miliardi alla spesa sociale.

L’allarmante situazione economico – finanziaria sta inducendo Trump a escogitare una via d’uscita onorevole, che si sta però rivelando impossibile. Il debito pubblico americano sfiora i 40.000 miliardi e i costi per interessi ammontano a  1.200 miliardi annui: hanno superato la spesa della difesa che è pari a circa 1.000 miliardi. Il debito privato è vicino ai 35.000 miliardi di dollari. Per sostenere la guerra il debito americano aumenta ogni giorno di 8 miliardi e la spesa per interessi è di 2,8 miliardi giornalieri. La guerra comporta costi pari a circa  ¼ del deficit federale e gli interessi sono equivalenti al 5% del Pil. Con il venir meno del flusso dei petrodollari, i tassi sui bond decennali hanno raggiunto il 4,5% e, data la difficoltà di reperire compratori, a causa della perdita di credibilità del dollaro svalutato, la quota degli interessi sul debito potrebbe raggiungere il picco dei 1.700 miliardi, pari al 7% del Pil.

Gli USA sono un paese deindustrializzato, con una crescita dell’1% nel 2025 e un rilevante deficit commerciale. Gli Stati Uniti si sostengono attraverso le bolle finanziarie create dall’afflusso del risparmio estero sui mercati e la loro posizione finanziaria netta risulta passiva per 28.000 miliardi. Le diseguaglianze sociali si accentuano e l’impoverimento generalizzato della popolazione è tangibile: il 40% delle famiglie andrebbero in crisi per una spesa imprevista di 1.000 dollari. La sostenibilità della guerra è legata a quella di un debito alla lunga insostenibile. L’impatto della crisi sulla popolazione potrebbe generare tensioni sociali interne destabilizzanti per le istituzioni stesse.

Gli USA non sono più una potenza industriale ed essendo falliti sia la politica protezionista dei dazi che il piano I.R.A.,  varato per la reindustrializzazione americana, attuabile mediante la delocalizzazione negli Stati Uniti dell’industria europea, a Trump non è rimasta che la guerra come unica alternativa, per l’accaparramento delle risorse energetiche del Venezuela e l’Iran, onde agganciare il dollaro al prezzo del petrolio. Con la finalità di fornire un sottostante alla sostenibilità del debito e preservare lo status del dollaro quale valuta di riserva mondiale.

La chiusura prolungata di Hormuz provocherà una recessione mondiale, le cui avvisaglie si sono già manifestate. Tuttavia la chiusura di Hormuz non coinvolge gli USA, che sono, non solo autosufficienti dal punto di vista energetico, ma esportatori di gas e petrolio. Dal 2010, con l’estrazione non convenzionale di grandi volumi di shale gas, gli USA sono divenuti tra i maggiori produttori mondiali di energia, rendendosi indipendenti dalle forniture mediorientali. Questa crisi si è dunque tramutata in una opportunità, con l’aumento delle esportazioni energetiche americane del 30%. Si è verificato un rialzo dei prezzi del 50%, con rilevante incremento dei profitti. Le maggiori entrate dovute all’export contribuiscono al consolidamento del dollaro e al ribasso dei tassi per il rilancio dell’economia.

La guerra e la crisi energetica comporterebbero, nell’ottica di Trump, una recessione mondiale da cui gli USA risulterebbero meno danneggiati delle altre potenze industriali della sfera occidentale, dipendenti dall’import di energia dal Medio Oriente e potrebbero riaffermare il loro primato mondiale. Il monopolio energetico americano sarebbe poi associato a quello tecnologico degli investimenti nell’I.A., con cui gli USA acquisirebbero l’esclusiva dello sviluppo industriale nell’Occidente allargato.

La strategia di Trump potrebbe essere così definita: nel caos è il mio principio. Occorrerebbe quindi alzare il livello del conflitto, con la forza brutale delle armi, magari con la distruzione delle infrastrutture petrolifere iraniane e far salire vorticosamente i prezzi energetici perché gli USA possano sopravvivere come superpotenza. Ma l’evocare il caos globale, denota invece la atavica carenza di pensiero strategico degli USA. Trasformare il mondo in una Caoslandia, può solo condurre a uno stato di guerra infinito (come quello perseguito da Israele), da cui gli USA stessi finirebbero per essere travolti, con l’innescarsi di conflitti etnico – sociali interni incontrollabili. Così si esprime Lucio Caracciolo nell’editoriale del n. 3/2026 di “Limes”, dal titolo «Bussando alle porte dell’Inferno»: «L'assenza di strategia rende incapace di sconfiggere il nemico e pure di controllare l'alleato. In geopolitica come nella vita, se non sai cosa vuoi finisci per fare quello che vogliono gli altri. Nemici o presunti amici poco importa. Sicché l'America ribalta il principio egemonico: lungi dal far fare agli altri ciò che le servirebbe fa ciò che serve agli altri danneggiando sé stessa. Senza raggiungere alcun obiettivo che non sia, nelle parole del Baudrillard che viaggia in America sentendosi Tocqueville, il «delirio di una vittoria a vuoto, l'esaltazione di una prodezza sterile».

Alle soglie di una crisi planetaria

Siamo alle soglie di una crisi di rilevanza storica. Attraverso Hormuz transita il 20% dell’export mondiale di petrolio e il 4% della domanda mondiale di gas. Il prorogarsi della chiusura di Hormuz produrrà un deficit degli approvvigionamenti energetici con relativa recessione strutturale dell’economia mondiale. Assistiamo ad una contrazione drastica dell’offerta, destinata ad incidere drammaticamente nei settori della manifattura, della tecnologia, della sanità, del terziario e del settore alimentare.

Alla chiusura di Hormuz si è aggiunta quella di Bab el Mandab ad opera degli Houthi dello Yemen, che pregiudica il transito attraverso lo stretto di Suez delle rotte commerciali dirette specialmente in Europa.

La crisi alimentare potrebbe avere effetti devastanti. La chiusura di Hormuz fa seguito alla crisi dell’export alimentare generata dalla guerra ucraina: Russia e Ucraina producono il 25% del grano del mondo. L’Africa e il Medio Oriente potrebbero subire ulteriori rincari dei prodotti agricoli del 30/40%, con l’avvento di ondate di carestia alimentare destinate a creare focolai di instabilità politica vasti e incontrollabili.

Nei paesi del Golfo viene prodotto il 30% dell’export di fertilizzanti del mondo. La carenza di energia incide soprattutto nella produzione di fertilizzanti quali l’urea, l’azoto, lo zolfo. La penuria di fertilizzanti nel periodo della semina produrrà nell’emisfero boreale scarsità dei raccolti, specie di riso e mais. Si prevedono rincari del 50%, con relativa inflazione, sottosviluppo e fame in Africa.

Il Qatar produce il 20% di gnl del mondo. In Qatar sono stati gravemente danneggiati gli impianti per la produzione di elio, necessario per la produzione nel settore della criogenia e per la ricerca nucleare. Il Qatar è il secondo esportatore mondiale di elio e la sua produzione non è rimpiazzabile.

Gravemente danneggiate dalla crisi sono in Occidente le industrie di prodotti chimici, dei materiali edilizi, della farmaceutica e dei beni di consumo. Di particolare rilievo è inoltre lo stop del 10% della produzione mondiale di alluminio dei Paesi del Golfo.

La chiusura dello spazio aereo nell’area ha determinato il venir meno delle forniture elettroniche, di medicinali, componenti aerospaziali, prodotti deperibili. Le linee aeree sono costrette a percorrere rotte alternative più lunghe, con il costo del cherosene aumentato del 70%.

Petromonarchie: l’epicentro della crisi

Le Petromonarchie si situano nell’epicentro della crisi. Il conflitto con l’Iran ha bloccato l’export agricolo verso paesi che importano il 90% del loro fabbisogno alimentare.

La distruzione di una notevole quota degli impianti energetici dei Paesi del Golfo, ridurrà le loro capacità produttive per anni. Essi hanno subito un crollo del Pil tra il 3% e il 10% ed i costi di ricostruzione saranno assai elevati. Dati i tempi prolungati per la ricostruzione, questa crisi è destinata a protrarsi nel tempo. Con la guerra è venuto meno anche l’investimento estero nei Paesi del Golfo, con relativo crollo dei valori immobiliari: è la fine del modello denominato “dubaizzazione”, paradiso fiscale per oligarchi e capitali spesso di dubbia provenienza, meta di rifugio per personaggi dalla fedina penale sporca, gotha della speculazione immobiliare.

Con il conflitto iraniano sono stati annullati di fatto gli impegni assunti con Trump da EAU (1,4 trilioni), Qatar (1,2 trilioni), Arabia Saudita (1 trilione), per investimenti negli USA.

Oltre a subire la fuga di capitali dall’area, i Paesi del Golfo, per far fronte alle mancate entrate dell’export energetico e per sostenere i costi della ricostruzione potrebbero essere costretti a liquidare gli asset finanziari investiti nel debito americano, valutabili intorno ai 4/5.000 miliardi di dollari. Tale eventualità rappresenterebbe un tremendo shock per gli USA, che, oltre ad assistere all’esaurirsi del flusso dei petrodollari, risulterebbero privati di essenziali risorse per la sostenibilità di un debito che esercita già sempre meno attrattive nei mercati finanziari. La quota di debito pubblico americano detenuta da soggetti stranieri è diminuita dal 2008 al 2024 dal 56,5% al 30,2%.

Aggiungasi poi che tutto il petrolio che attualmente esce da Hormuz viene pagato in yuan: il petroyuan si appresta a soppiantare il petrodollaro: il processo di dedollarizzazione del mondo avanza.

La guerra e il declino degli USA

La crisi di Hormuz è destinata ad incidere profondamente anche sull’economia americana, dato che gli USA, oltre che esportatori di petrolio, sono anche importatori e l’aumento dei prezzi mondiali dell’energia comporterà inflazione e recessione.

Il commercio statunitense dipende per l’80% dal trasporto marittimo e l’aumento dei costi dei carburanti, dei noli, delle assicurazioni, genera necessariamente inflazione. Il rincaro energetico coinvolge tutta l’economia americana, dato che l’esportazione di shale gas non può compensare nel mondo il deficit delle importazioni di energia dal Medio Oriente. Il prezzo del carburante è salito da 2,92 a 4,6 dollari al gallone. Gli esperti del settore ritengono che l’economia americana non possa reggere un aumento del petrolio a 100 dollari al barile.

La carenza energetica pregiudicherà gli investimenti nella stessa I.A., un settore estremamente energivoro, il cui sviluppo peraltro, è dipendente dalle importazioni dalla Cina, che detiene il 70% delle terre rare nel mondo. Occorre rilevare inoltre, che qualora l’Iran distruggesse le infrastrutture ad alta tecnologia istallate dalle Big tech americane in Medio Oriente, la perdita di tali impianti darebbe luogo alla implosione della gigantesca bolla dei titoli legati alla I.A., con effetti catastrofici a livello globale nei mercati finanziari.

Questa crisi è del tutto diversa da quelle del 2008 e del 2020. Innanzi tutto la crisi di Hormuz avrà effetti planetari. Inoltre, si rileva che mentre nel 2020 l’economia era in fase deflazionistica e i tassi erano vicini allo zero, oggi l’inflazione è già alta e un aumento dei tassi, già di per sé elevati, produrrebbe effetti devastanti per il finanziamento del debito e per il rialzo del costo del denaro sostenuto da cittadini e imprese. Sono oggi impensabili misure di espansione della liquidità quali il QE, come nel 2008.

Questa crisi inflazionistica non è causata dalla speculazione come le precedenti, ma dalla carenza di approvvigionamenti e coinvolge l’economia reale su scala planetaria. La contrazione dell’offerta energetica genera rialzi dei prezzi, con conseguente recessione economica, il dollaro non è più un bene rifugio, il debito è sempre più insostenibile: si accelera il processo di declino degli USA.

Verso l’implosione del sistema finanziario?

L’incertezza delle prospettive future ha indotto anche la finanza speculativa delle Big Three ad adottare una tattica improntata alla cautela. Domina il timore di una recessione globale. In tale eventualità, le borse mondiali crollerebbero. La recessione ridurrebbe i flussi dei risparmi dell’Occidente che alimentano i mercati finanziari americani e quindi destabilizzerebbe anche il ruolo preponderante assunto dalle Big Three nella economia finanziaria mondiale. La sussistenza di gigantesche bolle finanziarie sarebbe esposta a rischi di implosione e sullo stesso debito pubblico americano incomberebbe l’alea del default.

Nei mercati ufficiali i futures sono quotati tra i 100/120 dollari al barile. Ma la quotazione dei valori in borsa non riflette i reali prezzi del greggio. Ai valori ai 100/120 dollari dei derivati e algoritmi finanziari fanno riscontro i 150 dollari del valore di scambio effettivamente praticato, che riflette la realtà dei mercati in cui è tangibile la contrazione dell’offerta e il rischio concreto dell’esaurimento delle scorte. I governi, per prevenire nuove crisi del debito e placare eventuali tensioni sociali, in accordo con le banche centrali e i Big della finanza, che mirano a cautelarsi da ondate speculative incontrollabili, hanno artificialmente “raffreddato” nei mercati l’andamento dei prezzi energetici.

Trump infatti ha autorizzato il prelievo dalla Riserva strategica di 172 milioni di barili al fine di calmierare artificialmente i prezzi energetici, mettendo ad alto rischio di rapido esaurimento le riserve di emergenza. Possono essere controllati i mercati finanziari, ma non quelli dell’economia reale, che paventano la prospettiva della scarsità.

Qualora perdurasse il blocco di Hormuz, con l’esaurirsi delle scorte, crollerebbero anche gli artifici finanziari: la crisi si tramuterebbe in emergenza energetica, con quotazioni del petrolio a 200/250 dollari al barile. In tal caso si verificherebbe una implosione dei mercati finanziari dagli esiti imprevedibili e con effetti sull’economia globale incontrollabili. 

La guerra con l’Iran ha innescato un processo di decomposizione economica e politica dell’Occidente irreversibile. Questo conflitto non si concluderà con la vittoria dell’Iran, ma con la disfatta dell’Occidente.

L’emergenza suicida della UE

La crisi potrebbe rappresentare un’opportunità strategica per le elite della UE: l’emergenza energetica e la politica di austerità potrebbero provocare il default degli stati europei, con la devoluzione della loro sovranità e delle loro risorse alla oligarchia tecnocratico – finanziaria di una UE, destinata a trasformarsi nell’ultima Thule di un impero americano in via di dissoluzione.

L’economia europea, già in fase di deindustrializzazione con la fine delle forniture energetiche russe a basso costo, dovuta alle sanzioni irrogate alla Russia per l’invasione dell’Ucraina, viene ulteriormente danneggiata dal blocco dell’import dal Medio Oriente. L’Europa ha assunto il ruolo di vittima sacrificale nella Guerra Grande.

L’Europa infatti, oltre alla chiusura di Hormuz dovrà subire le conseguenze del blocco di Bab el Mandab, che preclude l’accesso al canale di Suez. La rotta alternativa della circumnavigazione dell’Africa, comporta ritardi nelle forniture di settimane ed un aggravio di costi di carburante per 1 milione di dollari. La UE, come dichiarato dalla Von der Leyen, ha subito un incremento di costi energetici di 27 miliardi di euro, 500 milioni al giorno, dall’inizio del conflitto. Nel prossimo futuro il problema più grave sarà la scarsità.

La UE, succube del vincolo finanziario ed energetico degli USA, pagherà con una crisi disastrosa il costo delle sue scellerate scelte atlantiste, che condurranno al suo declino economico e alla sua marginalizzazione nella geopolitica mondiale.

Dinanzi ai primi sintomi allarmanti della crisi incombente, la Commissione si è trincerata nella sua ideologia rigorista, ispirata alla rigidità finanziaria, col diniego alle richieste di sospensione del Patto di Stabilità, col rifiuto di creare debito comune (vedi PNRR), opponendosi anche a varare misure di sostegno finanziario agli stati, quali il QE. Viene peraltro esclusa qualsiasi ipotesi di tassazione degli extra profitti delle Big energetiche. La Commissione giustifica la propria rigidità adducendo che si farà ricorso a deroghe al Patto di Stabilità solo in caso di grave recessione. Quando la UE concederà maggiore flessibilità, la crisi sarà esplosa e dell’Europa resteranno solo le macerie.

Presto si manifesterà una nuova ondata inflazionistica, con una lunga fase di stagflazione economica: qualora la BCE rialzasse i tassi (che sono già elevati nei paesi della UE, per contrastare la concorrenza  al rialzo dei tassi americani), la crisi produrrà una recessione pesantissima, con l’impoverimento delle masse e gravi tensioni sociali. Agli stati europei, per far fronte alla crisi, non resterà che reperire le risorse necessarie mediante ulteriori tagli alla spesa sociale. Particolarmente danneggiata dal rincaro dei fertilizzanti sarà l’agricoltura europea, che già sconta le difficoltà dovute al varo del Mercosur. Occorre rilevare che la dittatura finanziaria della UE è per l’Europa assai più devastante degli USA di Trump.

Esistono tuttavia soluzioni possibili alla crisi energetica. Occorrerebbe revocare le sanzioni alla Russia, ripristinare le forniture russe e/o intraprendere trattative con l’Iran, anche col pagamento del petrolio in yuan cinesi. Tali ipotesi si scontrano con l’inflessibilità russofoba e atlantista della UE.

Restano invece in vigore le deroghe al Patto di Stabilità per le spese del riarmo, che possono non incidere sul rapporto deficit/Pil per l’1,5% del Pil stesso. Nella UE dunque sono consentite deroghe alla regola del 3% del rapporto deficit/Pil per il riarmo, ma non per la sanità, l’istruzione, gli investimenti pubblici. Resta da stabilire come, con l’esplodere della crisi, i paesi UE, già afflitti da un debito insostenibile, possano effettuare gli investimenti previsti di oltre 1 miliardo di euro nel quinquennio 2025/2030 per il riarmo e sostenere la bolla finanziaria degli armamenti, la cui implosione, destabilizzerebbe i mercati europei.

Siamo alle soglie di una crisi strutturale dell’economia europea. La crisi è destinata a tramutarsi in emergenza energetica. Incombe sull’Europa una nuova fase di austerità economica imposta dalle oligarchie dominanti nella UE. Stiamo assistendo al suicidio dell’Europa. Suicidio dovuto al rigido dogmatismo ideologico – finanziario dei vertici della UE? No, l’elite europea riafferma la propria deriva totalitaria, già manifestatasi con l’annullamento delle elezioni democratiche per eliminare i partiti di opposizione e la persecuzione giudiziaria del dissenso.

La oligarchia della UE vuole sopravvivere ai propri fallimenti, prefigurando un nuovo stato di emergenza, che preveda razionamenti energetici, nuovi lockdown, censura dell’informazione libera. La governance fondata sull’emergenza permanente è del resto del tutto coerente con i progetti europei che prevedono l’abolizione del contante, l’edilizia green, la persecuzione del dissenso e la restrizione della mobilità delle città dei 15 minuti. Si prefigura una trasformazione della UE in una società della sorveglianza orwelliana, dominata da oligarchie totalitarie ed invisibili. Conformemente alle teorie del WEF di Davos.

L’elite europea, per occultare lo stato di decomposizione di una società prossima alla catastrofe, dispone di formidabili armi di distrazione di massa: per fronteggiare una fantomatica invasione russa, la priorità strategica per l’Europa sarebbe quella del riarmo, in vista di una guerra imminente contro la Russia. Prospettiva del tutto velleitaria, dato che l’Europa non dispone di materie prime, né di una produzione di armamenti in grado di competere con la Russia. Un eventuale conflitto condurrebbe solo alla ucrainizzazione dell’intera Europa.

La politica economica europea è ispirata alle strategie delle Big multinazionali dell’energia, che hanno ricavato dai rincari energetici enormi profitti, suscettibili di essere reinvestiti nei mercati finanziari. L’espandersi della stessa inflazione, non farà che esasperare le diseguaglianze sociali di una società europea già di per sé verticistica. L’inflazione infatti eroderà il potere d’acquisto di una popolazione sempre più impoverita, mentre produrrà elevati profitti per l’oligarchia finanziaria dominante.

La guerra e la crisi non potranno che condurre alla destabilizzazione di un sistema economico europeo succube degli USA, già in via di dissoluzione, nel contesto di un Occidente senza prospettive future. Tale situazione è ben descritta in un post su Facebook di Alessandro Volpi: «L'Unione europea ha accettato il genocidio a Gaza, ha accettato l'immobiliarizzazione del Medio Oriente con il Board of peace, ha sostenuto Israele nelle sua costante azione militare nei confronti dei paesi limitrofi, ha accettato l'aggressione al Venezuela, ha persino plaudito all'attacco all'Iran in nome di una rivoluzione popolare e ora deve fare i conti con l'arrivo della povertà per milioni di europei ed europee, a cui raccontare costantemente che l'unico nemico al mondo è costituito dalla Russia. Così davvero non è possibile andare avanti».

L’abisso etico – morale della UE

L’Europa ha scelto l’America, non quella di Trump, ma quella dei Neocon.

La UE non è un organismo sovranazionale sovrano, ma è parte integrante del sistema politico e strategico degli USA. E’ dunque integrata nello schieramento dem dei Neocon, di cui la classe dirigente della UE rappresenta una fazione continentale alla quale è stata delegata la governance dell’Europa: trattasi di un neocolonialismo “democratico”.

L’elite della UE ha sostenuto la strategia dei neoconservatori nelle guerre imperialiste (Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Libia, Russia, Medio Oriente), volte alla destabilizzazione gli stati ed all’accaparramento delle materie prime, condividendone anche i fallimenti. Alla subalternità politica è del tutto omogenea quella economica: le risorse finanziarie europee sono in larga parte integrate nei mercati americani e pertanto, il sostegno del dollaro da parte della UE, rappresenta una scelta obbligata.

La UE è dominata dagli interessi di una oligarchia finanziaria – tecnocratica le cui politiche economiche sono funzionali alle Big della finanza americana inquadrata nello schieramento dem, in cui predomina la componente dei Neocon, che sono tuttavia un raggruppamento trasversale, presente anche tra i repubblicani. Con l’avvento della presidenza Trump si è verificata una frattura tra USA e UE, che riflette le contrapposizioni interne della politica americana tra repubblicani e democratici.

Nell’ottica delle elite della UE, sia Netanyahu che Trump si configurano come schegge impazzite, e quindi, una volta destituiti, si ricomporrebbe il sistema unipolare americano a guida dem, così come l’Alleanza Atlantica. Un ritorno allo status quo ante Trump è comunque impossibile, date le trasformazioni verificatesi nella geopolitica mondiale con l’emergere del multipolarismo degli Stati Civiltà.

Le strategie Neocon, ispirate al nuovo ordine mondiale universalista americano, teorizzato da Brzezinski negli anni ’90, sono espressione di una visione del mondo globalizzato con epicentro nella superpotenza americana: un’epoca ormai al tramonto. La sconfitta strategica che incombe su Usraele e sul suprematismo occidentale nel conflitto iraniano, sancisce la fine di un mondo dominato dall’unipolarismo americano e dal sistema economico neo liberista globalizzato.

L’esito disastroso di questa guerra evidenzia il fallimento delle politiche neoconservatrici americane e della loro ideologia russofoba e filo sionista, del tutto assimilata dalla UE.

L’Europa avrebbe potuto e dovuto almeno dissociarsi dalla guerra genocida di Israele, con la abrogazione dell’accordo di Associazione UE – Israele, dato che esso prevede che la creazione di un’area di libero scambio sia subordinata al rispetto dei diritti umani. La cooperazione tra UE e Israele nel settore degli armamenti e il coinvolgimento europeo nell’acquisto dei bond israeliani, destinati in larga parte alla spesa militare, hanno reso complice l’Europa nella guerra genocida di Israele a Gaza.

Le responsabilità della politica filo sionista europea emergono in tutta evidenza, delineando l’abisso di nichilismo etico – morale in cui è precipitata l’Europa, così descritto da Alberto Negri in un articolo intitolato «Trump si è infilato nello stretto e non sa uscirne» pubblicato su “Il Manifesto” del 18/03/2026: «Poteva andare diversamente? No, lo si è capito molto bene e con largo anticipo con quella indegna sceneggiata del Board of Peace, dove una schiera di camerieri impegnati a compiacere il gran capo cantava e ballava sulle macerie di Gaza e di un intero popolo. Purtroppo da Gaza parte tutto: abbiamo assistito, qui nel cuore dell’Europa, a un genocidio senza fare nulla, neppure un timida sanzione nei confronti di Israele. Ma adesso tutto il mondo è Gaza. Ce ne siamo accorti con impercettibile ritardo».

La Guerra Grande ha assunto in Medio Oriente un eminente significato simbolico: quello di una guerra tra due mondi, tra loro incompatibili e conflittuali. Il mondo degli Stati Civiltà contro quello della barbarie occidentale. E’ in atto una fase determinante dell’irreversibile disfacimento del suprematismo occidentale, sulle cui ceneri potrà sorgere un nuovo mondo, dal quale l’Europa risulta esclusa e condannata alla irrilevanza, per il suo nichilismo spirituale, prima che politico.