La perfidia del bene
di Adriano Segatori - 17/05/2026

Fonte: Italicum
Il Bene soggettivo deve avere la prevalenza sul Giusto collettivo, anche a costo che quest’ultimo tracolli a fronte delle più disparate pretese. Dietro al Bene alberga un’ipocrita perfidia, che dando tutto per buono nega a priori, in maniera di arbitraria, cosa sia il Giusto.
“Da chi ti paradisa dicendo è per amore […] Libera, libera, libera, libera nos Domine”, canta Guccini, magari con altri propositi rispetto ai nostri, ma altrettanto certamente questa considerazione ha una applicazione ed una rilevanza estremamente importante.
Il campo politico occupato dalla sinistra ormai si fonda soltanto sulla commiserazione eterodiretta. I vicini, i concittadini non hanno alcun diritto di appartenenza e di riconoscimento, in quanto questo viene considerato come una pretesa egoistica rispetto alle sofferenze e ai disagi degli allogeni variamente arrivati.
Alain de Benoist annota come “La parola d’ordine generale è quella della compassione”, e nel suo “Saggio sulla Rivoluzione” Hannah Arendt conferma l’esistenza di una “politica della pietà”, che se all’epoca era riferita al popolo come un’entità sofferente da accudire, ora questo indirizzo è rivolto alla massa di occupazione che ha invaso, e continua a invadere, il territorio nazionale.
Pretendere “Prima gli italiani” è ormai diventato un insulto all’estraneo e una forma bieca di razzismo, un maleficio determinato da quel germe da stipare che si chiama ‘discriminazione’. È proibito scegliere, è discriminatorio decidere, è criminale anteporre. Per principio, gli italiani devono essere considerati comunque privilegiati, anche quelli con la pensione minima che raccattano gli avanzi eliminati dai supermercati, perché l’occhio di riguardo deve essere rivolto ai diseredati, agli esclusi, agli emarginati che provengono dai paesi più sperduti.
Il Bene soggettivo deve avere la prevalenza sul Giusto collettivo, anche a costo che quest’ultimo tracolli a fronte delle più disparate pretese.
Un certo cristianesimo, volutamente o meno male interpretato, nega un’evidenza che viene sfruttata dai manipolatori delle coscienze e del buonismo politicante: “Ama il prossimo tuo”, perché, come sottolinea correttamente Luigi Zoja, “Sia la Bibbia che i Vangeli sinottici non mi indicano un prossimo astratto, ma il tuo prossimo: quello che ti sta vicino, su cui puoi posare la mano. […]. L’Antico Testamento riguardava i fedeli di Yahweh, non gli altri popoli. La novità del cristianesimo, generosissima ma astratta, è trasformare in prossimo anche l’abitante più lontano della Terra”.
Bene e Giusto sono due termini che presi singolarmente, oppure anche posti a confronto, possono risultare particolarmente ambigui e falsamente intercambiabili.
È Bene che tutti possano accedere agli studi, ma è Giusto che a tutti venga riconosciuta la promozione? In questo caso c’è chi parteggerà per il Giusto, magari facendo riferimento al principio di non discriminazione o a quello ancora più sottile e colpevolizzante che riguarda la possibilità di infiggere una ferita all’autostima.
È Bene che una persona possa decidere la propria identità sessuale a seconda di una sua percezione, ma è Giusto che questo riconoscimento venga deciso da un dispositivo istituzionale?
“Siamo affetti da un Bene incurabile”, esordisce Philippe Muray nel suo libro “L’impero del Bene”, quel sentimento che ha trovato il suo terreno di coltura nel “pensiero debole”, quella modalità di vivere la realtà senza considerare la totalità, ma focalizzando l’attenzione soltanto sull’interesse del singolo; quell’esercizio di conoscenza che esclude la decisione di una scelta e quindi di una responsabilità; quell’atteggiamento dialettico secondo il quale tutto è chiacchiera e niente è dato per certo; quella disponibilità alla comprensione superficiale, che nella sostanza è solo mancanza di principi e di dottrine; quell’approccio alla diversità che sempre tolleranza, rifiuto della differenza e accettazione di ogni presunzione.
‘Comportarsi Bene’ è il mantra prescritto per partecipare al “Gran Galà dei certificati di buona condotta”. È anche il catechismo del ‘politicamente corretto’ secondo il quale non ti è permesso neppure di accennare a una valutazione e ad una scelta perché comunque sarebbe un atto discriminatorio. Murray Rothbard accenna ad alcuni modelli di pensiero che non possono essere trasgrediti in nome del Bene. Ad esempio, discriminare le persone in base alle proprie capacità e alle proprie abilità – ‘agilismo’, oppure attuare delle scelte secondo l’età – ‘ageismo’; o ancora fare delle valutazioni che riguardino l’aspetto fisico – ‘lookismo’. “Forse la categoria più agghiacciante” – sottolinea Rothbard – “creata di recente è il ‘logismo’ o ‘logo-centrismo’, la tirannia di chi è competente ed eloquente”. Quest’ultima ha una valenza di particolare importanza che si conforma perfettamente all’idee egualitaria della superstizione democratica: se ti trovi a parlare con un imbecille, magari ignorante e pure goffo, devi mantenerti sottotraccia e sottotono, non mettere in evidenza le tue conoscenze e la tua capacità dialettica, al fine di non ledere la sua autostima. Insomma, riassumendo, se trovi un cretino comportati da cretino per non offenderlo.
Ha scritto il poeta e filosofo svizzero Henri-Frédéric Amien in “Diario intimo”: “Le masse saranno sempre al di sotto della media. La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell’uguaglianza, che dispensa l’ignorante di istruirsi, l’imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sull’uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento. L’adorazione delle apparenze si paga”.
Più che esaustivo, questo riassunto per comprendere come dietro al Bene alberghi un’ipocrita perfidia, che dando tutto per buono nega a priori, in maniera di arbitraria, cosa sia il Giusto. Del resto, sottolinea giustamente Philippe Muray, “sono sempre le peggiori carogne a presentarsi con il cuore in mano”, e a questo punto, se proprio dobbiamo mettere in gioco il nostro cuore, tanto vale farlo per la giustizia e non per la bontà.
