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Epstein files

di Enrica Perucchietti - 17/05/2026

Epstein files

Fonte: Italicum

Intervista  a Enrica Perucchietti, autrice del libro “Epstein files”, (L’indipendente 2026) a cura di Luigi Tedeschi

1) Il caso Epstein files è rivelatore della struttura elitaria della società occidentale globalizzata. Dagli Epstein files emerge cioè l’esistenza di oligarchie dominanti che si antepongono alle istituzioni, ne determinano le scelte politiche ed economiche fondamentali, attraverso il ricatto, nella totale impunità. Appare dunque del tutto legittimo parlare di “sistema Epstein”, quale struttura di potere lobbistico che esercita la reale governance dell’Occidente. Quella di Epstein è infatti solo un’isola di un arcipelago sommerso, sterminato e finora ignoto. Questo delirio di onnipotenza delle classi dominanti, visibili o occulte che siano, non pare suscitare nelle masse ribellione, ma semmai rassegnazione, data la sensazione generalizzata di impotenza, dinanzi ad un nemico che non è nemmeno concretamente individuabile?

 Il caso Epstein è rivelatore, come epifenomeno, di una struttura di potere che normalmente resta invisibile, sottratta allo sguardo dell’opinione pubblica. Gli Epstein Files non fanno altro che rendere tangibile ciò che da sempre le élite cercano di occultare: l’esistenza di reti relazionali chiuse e autoreferenziali, in cui potere politico, finanziario e talvolta anche di intelligence si intrecciano e si rafforzano reciprocamente, scambiandosi informazioni, dossier sensibili e favori. I rapporti tra Jeffrey Epstein e figure di vertice non sono stati un’anomalia occasionale, ma relazioni durature, note e tuttavia tollerate. Non a caso, in alcuni contesti istituzionali tali legami venivano classificati non tanto come problema etico o giudiziario, bensì come semplice “rischio reputazionale” (emblematico il caso britannico di Lord Peter Mandelson). Questo dato è estremamente significativo, perché rivela una gerarchia implicita: ciò che conta non è la natura dei rapporti, ma la loro gestibilità pubblica.

Il caso Epstein dimostra, inoltre, come tali relazioni possano sopravvivere perfino a scandali gravissimi. Dai materiali desecretati emerge che i contatti con ambienti finanziari, politici e diplomatici proseguirono anche dopo la prima condanna del 2008 di Epstein. Parallelamente, una parte consistente della documentazione è stata redatta o sottratta alla piena pubblicazione per ragioni di sicurezza nazionale e relazioni internazionali, segno evidente dei limiti strutturali della trasparenza.

Nel mio lavoro mostro, documenti alla mano, come Jeffrey Epstein abbia costruito una rete fondata su influenza e persistenza delle relazioni elitarie, svolgendo il ruolo di facilitatore. Resta tuttavia aperta una questione fondamentale: se esistesse o meno una regia centralizzata capace di alimentare, proteggere e infine sacrificare lo stesso Epstein quando è diventato scomodo con il suo secondo arresto nell’agosto del 2019 e da chi questa eventuale cabina di regia fosse gestita ed eterodiretta. Ciò che è certo è che il caso evidenzia la vulnerabilità delle democrazie liberali rispetto a reti private in grado di interagire con il potere pubblico in modo sproporzionato e poco controllabile.

Quanto alla reazione delle masse, non mi sorprende. Viviamo in una società in cui il potere è percepito come astratto e difficilmente individuabile. Non c’è ribellione perché manca un bersaglio preciso. Più che indignazione, prevale una forma di assuefazione, cui si accompagna un senso di impotenza. Negli anni si è finito per normalizzare l’esistenza di queste dinamiche, convincendo i cittadini di non avere alcun margine di incidenza. Così lo scandalo si trasforma in intrattenimento, in curiosità morbosa alla ricerca del dettaglio piccante, mentre viene meno la capacità di reagire sul piano etico e politico. Quando il potere appare insieme pervasivo e irraggiungibile e quando la stampa di fa gossip giudiziario, la risposta collettiva tende inevitabilmente a una cinica rassegnazione, più che a una reale presa di coscienza.

 2)               Il sistema Epstein è la manifestazione concreta del clima culturale predominante in Occidente. Una cultura che ha come fondamento un individualismo trasfiguratosi in volontà di potenza assoluta. Epstein è dunque l’immagine visibile della post – modernità? La rivolta delle elite iniziata negli anni ’80 (Lasch), è giunta alla sua definitiva affermazione. Alla cancel culture fa riscontro l’ideologia gender e lo sviluppo della scienza transumanista. L’ideologia del progresso illimitato ha condotto a questa fase estrema, in cui la vita umana è divenuta materia prima di sperimentazione scientifica, in vista di una evoluzione trans umanistica e post – umana della specie. Pertanto, il caso Epstein può essere definito solo come un aspetto degenerativo della civiltà occidentale? O è invece l’esito finale, compiuto di una ideologia del progresso che, dalle origini illuministe, nella sua costante ascesa evolutiva si è oggi identificato nella prospettiva trans umanistica?

 Epstein non è un’anomalia: è una figura-simbolo della postmodernità. Rappresenta il punto in cui l’individualismo occidentale, emancipatosi da ogni limite, si trasforma in volontà di potenza assoluta sul corpo e sulla vita altrui. Nel mio libro mostro come il caso Epstein si inserisca in un clima culturale ben preciso: quello di una civiltà che ha smarrito ogni fondamento trascendente e ha sostituito l’etica con il desiderio, il limite con la prestazione, la persona con la merce, materia manipolabile e cedibile tramite sfruttamento. Gli Epstein Files – anche nella loro forma parziale e filtrata – ci dicono una cosa inquietante: le élite non solo esercitano potere, ma si muovono in una zona di impunità simbolica, in cui ciò che sarebbe intollerabile per chiunque diventa tollerabile per chi conta.

Ora, che questo sia una “degenerazione” o un “esito coerente” della modernità è la vera questione. Io propendo per una posizione netta: non è stata una deviazione accidentale, ma una possibile e oggi concreta traiettoria del paradigma del progresso illimitato, soprattutto quando esso si salda con tecnologia, la biopolitica e il transumanesimo. Basta scandagliare nei documenti che certificano la sua ossessione per l’eugenetica e il transumanesimo (arrivando persino a finanziare progetti nel campo dell’editing genetico e della clonazione umana), per renderci conto della deriva distopica imboccata da certe élite. Se alcuni imprenditori della Silicon Valley investono più o meno in maniera trasparente in alcuni progetti in campi simili (da Peter Thiel a Sam Altman), dovremmo chiederci quanti altri Jeffrey Epstein ci sono tuttora in tutto il mondo che, grazie a ingenti somme di denaro e a ideologie transumaniste foraggiano progetti folli, ai margini della legalità. Epstein, in questo senso, è un sintomo, ma è anche un avvertimento.

 3)               Il caso degli Epstein files, dopo il grande clamore iniziale, sembra poi essere stato rimosso dall’attenzione del mainstream. Le rivelazioni emerse dagli Epstein files sono secondarie, larga parte dei materiali sequestrati è stata secretata da una giustizia reticente e soprattutto soggetta alle pressioni delle elite dominanti. Le promesse di trasparenza di Trump circa la pubblicazione integrale degli Epstein files sono state tradite, i nomi eccellenti restano occultati. Presso un’opinione pubblica amorfa, lo scandalo Epstein sembra essere stato derubricato a gossip. Non si è registrata quella reazione di condanna di carattere etico – morale di massa che era lecito attendersi. Nella società attuale, non esistono valori etici condivisi. In un contesto sociale in cui il privato ha fagocitato la sfera pubblica, la vita sessuale e affettiva viene esposta sui social, la morale corrente ha sdoganato ogni manifestazione di sesso estremo. Ci si chiede dunque quale reazione di condanna possa generare il caso degli Epstein files, in una opinione pubblica la cui percezione morale è oggi improntata all’assoluto relativismo etico. Anzi, il degrado morale delle classi dominanti, non potrebbe suscitare l’emulazione delle masse?

 La rimozione del caso Epstein dal dibattito pubblico non è casuale: è strutturale. Gli Epstein Files che emergono sono parziali, selezionati, mediati da apparati che decidono cosa può essere reso pubblico e cosa deve restare occultato. Non a caso, mancano ancora due milioni di documenti, che avrebbero dovuto essere pubblicati già da tempo… Questo produce un effetto preciso: lo scandalo viene neutralizzato, ridotto a gossip, come accennato prima, svuotato della sua portata sistemica. Non si parla più di rapporti di potere, ma di frequentazioni “imbarazzanti”. Non si parla di responsabilità, ma di mero pettegolezzo. Il problema non è solo la censura, ma la mutazione antropologica del pubblico. In una società dominata dal relativismo etico, dalla spettacolarizzazione del privato e dalla pornografia emotiva dei social, anche il male più radicale rischia di essere assorbito e banalizzato. Ma attenzione: il caso Epstein non riguarda solo il “sesso estremo” o lo sfruttamento minorile. Riguarda il rapporto tra potere e impunità. E qui la questione morale resta intatta, anche se la società fa finta di non vederla. Quanto all’emulazione, sì, è possibile. Non tanto nei comportamenti, quanto nella mentalità: si interiorizza l’idea che il potere giustifichi tutto, che sia normale che certi personaggi si macchino delle più turpi condotte, senza conseguenze. Ed è questo il vero contagio. Un contagio che genera anche desensibilizzazione nelle masse.

 4)               Dalla pubblicazione degli Epstein files emerge come le elite occidentali siano costantemente soggette a ricatto. I materiali resi pubblici appaiono frammentari, coinvolgono solo personaggi ritenuti sacrificabili alla pubblica opinione. Le manipolazioni dei vertici della politica ufficiale appaiono evidenti. Tuttavia, proprio in virtù del fatto che tali materiali rimangano in gran parte secretati, il ricondurre le cause di tante scellerate scelte delle classi dirigenti (vedi la guerra degli USA contro l’Iran), al ricatto (vero o presunto) degli Epstein files occultati, non costituisce un prezioso alibi per celare le ragioni reali di complotti, trame segrete, interessi e strategie dai fini inconfessabili delle elite? Non appare poco credibile che Trump abbia intrapreso la guerra contro l’Iran in quanto ricattato da Israele sulla base degli Epstein files, dato che se fosse stato soggetto a tale ricatto non sarebbe asceso alla presidenza degli USA, ma la sua carriera politica sarebbe stata stroncata agli inizi?

 Attribuire ogni decisione politica al ricatto degli Epstein Files credo sia un errore analitico, ma negare che il ricatto esista è ingenuo. Dalla mole di documenti emerge chiaramente che raramente e sono in casi estremi Epstein ricorreva ai ricatti o alle minacce (come nel caso di Bill Gates), perché fondamentalmente non ce n’era bisogno. Lo scambio di favori permetteva a tutti di godere di influenze e di conseguenti “ricavi”, rendendo di fatto tutti i protagonisti di questa architettura del potere soddisfatti. Detto ciò, non sappiamo cosa poi avvenisse dietro le quinte, che fine abbiano fatte i filmati in cui venivano ripresi i rapporti con le minorenni, né fino a che punto erano coinvolti i servizi segreti (e di quali Paesi). Sarebbe ingenuo pensare che certi ricatti avvenissero via messaggistica o via mail. Ci si può fare una idea unendo i tasselli, senza per ora avere la pistola fumante.

In ogni caso, i legami con Epstein erano considerati elementi sensibili nella valutazione politica, capaci di influire su nomine e carriere. Questo significa che esiste un terreno di vulnerabilità e che esso viene privilegiato nel fare avanzare qualcuno sulla scala del successo, perché come scriveva John Perkins in Confessioni di un sicario dell’economia, è sempre preferibile un personaggio ricattabile a chi non lo è. Perché in qualunque momento puoi tirare fuori un “peccatuccio” da qualche cassetto e costringere il malcapitato a seguire indicazioni dall’alto.

Ma questo non basta a spiegare tutto. Le decisioni geopolitiche – guerre comprese – nascono da una pluralità di fattori: interessi strategici, equilibri di potere, apparati, ideologie. Ridurre tutto al ricatto è una scorciatoia che rischia di diventare, paradossalmente, un alibi interpretativo: invece di comprendere la complessità del potere, la si semplifica. Nel caso dell’Iran può avere influito, ma credo vadano anche ricordati gli ingenti finanziamenti delle lobby ebraiche, il legame USA con il sionismo e la commistione con la comunità evangelica, le speculazioni in borsa di persone vicine a Trump e al Hegseth. Credo che ci sia un tale intreccio di interessi e di pressioni che vadano ben oltre il ricatto personale che potrebbe coinvolgere Trump. Piuttosto, il caso Epstein ci insegna che il potere contemporaneo si muove in una zona grigia, dove ricatto, influenza, reputazione e convenienza si intrecciano continuamente.

 5)               Appare evidente dalla pubblicazione degli Epstein files il ruolo rilevante assunto dal Mossad nelle attività dello stesso Epstein. È dunque venuta alla luce la rete mediante la quale Israele esercita la sua influenza determinante nei confronti delle istituzioni americane. Quand’anche la vicenda degli Epstein files venisse nel tempo insabbiata e rimossa dalla memoria collettiva, l’immagine della superpotenza USA e dell’intero Occidente non ne risulterebbe ugualmente devastata? Lo scandalo degli Epstein files non costituisce un colpo mortale ad un sistema liberal democratico, soggetto al dominio di élite esterne ad esso, il cui potere illimitato ed occulto ha distrutto i valori fondamentali dell’Occidente, quali la libertà, l’eguaglianza e la sovranità popolare?

 Il caso Epstein mostra l’esistenza di reti transnazionali di influenza e di connessione con l’intelligence che superano i confini degli Stati e interagiscono con le istituzioni. Anche senza ricorrere a spiegazioni univoche, l’effetto è devastante: l’immagine dell’Occidente come sistema fondato su trasparenza, legalità e uguaglianza davanti alla legge risulta profondamente incrinata. Ne deriva che le democrazie liberali sono oggi attraversate da dinamiche di potere che sfuggono al controllo democratico. E questo, già di per sé, è un problema enorme. A ciò si aggiunge la pressione che il Mossad ha esercitato, come un’ombra grigia, sull’intera vicenda.

Sul ruolo dei servizi e, nello specifico, del Mossad, è necessario muoversi con rigore ma anche senza ingenuità. Il quadro che emerge – mettendo insieme fonti, testimonianze e ricostruzioni giornalistiche – suggerisce che il caso Epstein non possa essere letto esclusivamente come una vicenda individuale o criminale, ma si inserisca verosimilmente in reti di relazione che lambiscono anche ambienti dell’intelligence internazionale. Il punto di partenza è inevitabilmente Robert Maxwell, figura chiave e tutt’altro che marginale. Magnate dei media, morto in circostanze mai del tutto chiarite il 5 novembre 1991, Maxwell è stato indicato da più fonti come collaboratore del Mossad. Al di là delle conferme ufficiali, ciò che conta è il contesto: Maxwell si muoveva già in un limbo in cui affari, politica e intelligence si sovrapponevano. Sua figlia, Ghislaine Maxwell, sarà poi il vero ponte tra quel mondo e Jeffrey Epstein, introducendolo nei circuiti dell’alta finanza, della politica e delle relazioni internazionali.

È in questo passaggio che Epstein compie il salto qualitativo: da oscuro operatore finanziario a snodo relazionale globale, capace di entrare in contatto con capi di Stato, reali, banchieri, scienziati. Una rete troppo ampia e sofisticata per essere ridotta a semplice ambizione personale. Il sospetto è che Epstein abbia operato anche come collettore di informazioni sensibili, sfruttando un sistema di relazioni e compromissioni che poteva prestarsi a dinamiche di influenza e, potenzialmente, di ricatto.

In questa prospettiva, si collocano anche i rapporti con figure di primo piano israeliane, come Ehud Barak, ex Primo Ministro e già capo dell’intelligence militare israeliana. I legami strettissimi tra Barak ed Epstein – documentati da incontri, frequentazioni e anche da affari e rapporti finanziari – non sono mai stati chiariti fino in fondo (nel senso che sicuramente oltre alle mail hackerate e a quelle desecretate c’è sicuramente di più), ma segnalano ancora una volta come Epstein gravitasse in ambienti in cui politica, sicurezza e potere globale si intersecano.

È importante essere chiari: non esistono, allo stato delle evidenze pubbliche, prove definitive che consentano di affermare che Epstein fosse un agente operativo del Mossad. Tuttavia, il suo profilo, la rete costruita, le connessioni con figure legate all’intelligence e la natura stessa delle sue attività rendono plausibile l’ipotesi che si muovesse in un ecosistema funzionale anche a interessi strategici più ampi.

Anche qualora la vicenda venisse progressivamente rimossa o archiviata, il danno simbolico è ormai irreversibile. L’immagine delle democrazie liberali come sistemi fondati su trasparenza, legalità e responsabilità risulta profondamente compromessa. Non perché esista necessariamente una regia unica e onnipotente, ma perché emerge con chiarezza che segmenti delle élite operano in spazi opachi, interconnessi e sottratti al controllo pubblico. Ed è proprio questa opacità – più ancora delle singole responsabilità – a costituire il vero vulnus: la percezione che il potere reale si eserciti altrove, attraverso canali informali, relazioni personali e dinamiche che la cittadinanza non è in grado né di vedere né di governare.

 6)               Le rivelazioni contenute negli Epstein files, non hanno solo suscitato scandalo, ma assumono oggi un valore simbolico nelle contrapposizioni geopolitiche globali. Israele, in guerra contro l’Iran, è stato denominato “Coalizione Epstein”, quale simbolo identitario di un mondo occidentale degradato nei suoi valori e nella sua cultura. Il suprematismo americano si è quindi trasfigurato nella dimensione dell’“Impero del Male”. La Guerra Grande tra l’Occidente e il mondo multipolare emergente non assume rilevanti significati simbolici, non configurandosi come uno scontro di civiltà, ma come un conflitto tra l’Impero del Male e popoli radicati nella loro identità culturale e religiosa?          

 Il caso Epstein ha ormai assunto un valore simbolico globale. Non è più solo uno scandalo: è diventato una narrazione geopolitica. Quando si parla di “Coalizione Epstein” siamo di fronte a una costruzione polemica, certo, ma efficace, perché di fatto condensa in un’immagine semplice una percezione diffusa: quella di un Occidente potente, ma moralmente delegittimato. La cosiddetta “Guerra Grande” non è soltanto uno scontro di interessi. È sempre più percepita come uno scontro tra modelli di civiltà (quella stessa civiltà che Trump in un tweet minacciava di annientare in una notte) e valori, tra visioni dell’uomo, tra concezioni del limite e del potere. Epstein, in questo scenario, diventa un simbolo perfetto: l’emblema di un’élite che predica diritti mentre pratica impunità, portando devastazione e caos nel mondo.