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Ashram

di Lorenzo Merlo - 04/01/2026

Ashram

Fonte: Lorenzo Merlo

L’evoluzione esistenziale non è lineare come certo razionalismo-positivista tenta di farci credere. L’avanzamento verso lo stato di serenità richiede dedizione ed è caratterizzato da interruzioni e cadute. Per ridurre il rischio di scivolare nella pazza e sofferente dimensione governata dall’ego, è utile frequentare un ambiente che favorisca il mantenimento dell’emancipazione dall’io. Un destino da considerare per chi è consapevole che cambiare se stessi è realmente cambiare il mondo. 

I luoghi
Avrei potuto dire convento, ritiro o monastero, ma ashram è, per me, più evocativo. 
Convento – quanto arbitrariamente non so – ma lo connoto molto disciplinato e ritualizzato, forse adatto precipuamente a una chiamata inequivocabile e prepotente, forte come quella che vivono i talentuosi, costretti dalla propria strabordante dote a dedicarsi ad essa, musicista o calciatore, artista o commerciante, organizzatore o esploratore.
Ritiro, andrebbe bene, ha un fondo civile sebbene spesso riguardi una struttura della curia. Ma alla fine non mi attrae per il carattere troppo anziano – così mi suggerisce il mio immaginario – concretizzato perciò da persone avanti con l’età. In una battuta, ritiro chiama vecchiaia, debolezza, sgoccioli della vita. Non fa al caso mio.
Monastero mi piace, più di quello zen e di quello buddhista, quello ortodosso declinato alla balcanica, manastir. Così spesso gemma antica, incastonata nella storia e nella foresta, dai gradini consunti, silenziosa di fringuellii, immersa nei fiori e nell’incenso. Ma anche alla greca, monastiri, non di rado luoghi di pietra tra le pietre, essenziali ed elevati, forse, per questo, involontariamente più vanitosi e altezzosi di quelli macedoni, bulgari e serbi.
Tuttavia, per quanto monastero mi faccia intendere un luogo aperto a tutti, esso ha, ancora, troppo carattere religioso in senso stretto. 

I moventi
Chi sente il bisogno di fermarsi, per breve periodo o fuggevolmente, in quei luoghi lo fa in cerca di un riposo dei pensieri, in cerca di un momento d’inconsapevole meditazione per un’unione che la normalità quotidiana, soprattutto delle città e della mondanità in generale, non concede o gli ha rubato. Chi sente il bisogno di fermarsi, ha in sé anche quello di riavvicinarsi a quel punto che ha scoperto tralasciato, magari per una vita intera, oscurato da perturbazioni e frivolezze d’ordine vario che ne impediscono la presenza nel quotidiano. Così, senza saperselo dire, senza alcuna razionalizzazione, tutti noi siamo esposti al rischio di capire attraverso il sentire dove andare e cosa fare o smettere di fare, per liberare noi stessi dall’ossessiva cadenza di stimoli che avevamo preso con estrema serietà, senza che lo meritassero.
A causa di questi opinabili motivi, in cima ai luoghi adatti al ricongiungimento con se stessi, ovvero col mondo proprio e con quello opposto, metto l’ashram. 

Ashram
Dai pochi che ho conosciuto traggo l’immagine si tratti di spazi fisicamente delimitati entro i quali si svolge la vita ordinaria e i momenti di raccolta individuali, comuni o al cospetto del maestro del sito, sono di libero accesso e frequenza. 
I colori, le forme, i suoni e le fragranze di un ashram, forse ancor più dei suoi fratelli e cugini sorti altrove nel mondo, hanno a che vedere con il concetto di enclave e di cittadella. In questo caso non quale sinonimo di segregazione o fortezza, ma di ambiente raccolto, di zona del corpo e dello spirito riparata, di luogo di serenità dove cercare, trovare e dare la pace. Dove, in altre parole, poter meglio mantenere fede alle consapevolezze che permettono agli uomini di allontanarsi dalla frenesia delle oscillazioni imposte dalla concezione materialista del mondo e di ridurre il rischio di perdersi nel proprio ego e quindi essere inconsapevolmente esposti a cadute sempre energivore e, a volte, esiziali.
È una pace che non viene da una legge umana, dalla morale, dallo studio ma dalla conoscenza di sé, ovvero dalla consapevolezza di ciò che corrisponde al proprio io e al proprio sé e di ciò che corrisponde all’intera umanità oppure, di ciò che è la vita e ciò che sono gli orpelli egoici con la quale la soffochiamo.
Svolge la funzione di ashram ogni ambiente che frequentiamo e quella di allenatore la situazione che cerchiamo di più. La famiglia, la scuola, la strada, il carcere, il circolo privato, il partito, la passione sono tutti ashram che alimentano una certa concezione di noi stessi e favoriscono pensieri e visioni, ovvero meditazioni utili per raggiungere gli scopi ad essa coerenti. 

L’esigenza
Colui che a suo modo si trova in tale prospettiva, cade nell’obbligo della ricerca cosiddetta spirituale – inopportunamente, a mio parere, in quanto fuoco per le micce ai lazzi schierati nella cartuccera di ogni materialista ranger della verità con autodiritto di scadente sarcasmo – il cui culmine ha a che vedere con un’emancipazione dalla realtà gonfia e tronfia dell’importanza personale, nella quale soggiornava, arrancava o era protagonista.
Se nella realtà che si sta allora afflosciando vigeva il criterio della competizione, del gradino più alto del podio quale esclusiva unità di misura di sé e del prossimo, della pretesa di riconoscimento come solo criterio d’autostima, in quella che sta prendendo forma a causa di emancipazioni e consapevolezze varie, il modo quantitativo fa sorridere e non è più il solo e il prossimo non è più un competitore, ma uno come noi.

La sola permanenza
L’oscillazione dello stato intimo e fisico, degli interessi, valori, giudizi ed attenzioni è l’unica costante esistenziale. In essa si ravvisa un’allegoria bonsai della vita, la quale cessa nella morte storica, proprio per poter rifiorire invariata in altri corpi solo formalmente differenti, come foglie d’erba di un solo pascolo. 
Ma lo ravvisa il consapevole, non certo lo scientista che crede nella crescita infinita, nell’immortalità, nell’elisir di eterna giovinezza che, sono tutte condizioni incluse nella dimensione sottile dell’energia, ma escluse da quella fisica, caduca per definizione. Ma lui, lo scientista, inconsapevole di tutto, ma muzioscevolmente patriota della scienza quale unica, solitaria via alla conoscenza, non lo sa. E incaponito prosegue dannando di materialismo le culture e gli uomini che ne sono allattati.

Cadute e ricadute
Monaci, abati, maestri, igumeni, guru, abbadesse, archimandriti e altri sanno che per il mantenimento di una certa condizione di benevolenza, salute e forza è necessario l’allenamento. Come l’atleta si reca alla pista, si cambia e scende in campo ad allenarsi, consapevole che soltanto in quel modo – doping a parte – può migliorarsi, ugualmente, per mantenere la pace interiore è necessario un’area protetta dalle distrazioni, in cui le dinamiche egoico-vanesie tendono ad avere vita breve, abortire o a divenire inconcepibili. E perciò i luoghi comuni trovano la data di scadenza e i traumi e i lutti a comportare il minimo sconvolgimento in forza e durata. 
Dunque l’ambiente, l’ashram, è anche concentrazione facilitata, aiuta a “stare sul pezzo” della ricerca, concorre a ridurre il rischio di scivolate, cioè a smorzare l’avvento della circostanza giusta alla caduta, quella in cui non agiamo ma reagiamo, in cui non rispondiamo ad altro che al toboga dell’emozione che ci ha rapiti, a ciò che la sua vorticosità permette e impone. 
Ma l’evidenza dell’oscillazione, quale sola caratteristica permanente, pare sconosciuta a molti. Quantomeno a coloro che, al momento giusto, hanno affermato o affermeranno convinti “io non lo farò mai”. (Vale anche con “per sempre”).
Il “di doman non c’è certezza” di Lorenzo de’ Medici – ispirato dalla fuggevolezza della giovane età – si presta ad essere declinato a favore del nostro discorso. Nel momento in cui inciampiamo nella circostanza opportuna, perdere lo stato che credevamo di avere attestato in noi, con il quale ci identificavamo e a mezzo del quale credevamo di essere lui, è un attimo. Nessun alpinista vorrebbe precipitare dalla cengia, il suo fare è orientato a godere della salita, tuttavia, la circostanza giusta per distrarsi può avvenire. Al più pacifico degli uomini – in merito c’è ampia bibliografia e filmografia nonché sentenze di tribunali – la sequela adatta a fargli perdere l’equilibrio è sempre latente. È capitato a “buoni padri di famiglia”, a “stimati professori”, a “madri caritatevoli”, a “ragazzini normali, come tanti”. E anche, all’opposto, al soldato che, preso dall’emozione giusta, risparmia il nemico.

L’opportuna circostanza
Tutti siamo un miscuglio di elementi. Se il genio ha quanto basta per essere tale, ugualmente accade al meno dotato. Vale per ogni sfaccettatura umana. Gli olivastri al primo sole si abbronzano, i chiari si ustionano. Due esempi campione per dire che la circostanza giusta non è la stessa per tutti. Serbi, croati e musulmani avevano convissuto e si erano incrociati per decenni prima che l’opportuna emozione li cogliesse senza lasciar loro scampo, senza impedirgli di trucidare il vicino di casa, il compagno di scuola, senza mancare l’occasione per vedere in loro, non più ciò che vedevano prima, ma il nemico da eliminare senza senso di colpa, ma con soddisfazione e senso di giustizia. 
Se la circostanza è quella opportuna noi, qualunque forma umana, anche la più deplorevole, nonché la più ammirevole, può incarnarsi, qualunque principio e valore può essere dimenticato o con forza, richiamato e amplificato. Allora l’ashram, o chi per esso, come un porto, ripara dalle mareggiate vere della vita effimera.