Eco, l’eredità del priore
di Marcello Veneziani - 21/02/2026

Fonte: Marcello Veneziani
Cosa è rimasto di Umberto Eco a dieci anni dalla sua scomparsa, il 19 febbraio del 2016? Eco fu il principale intellettuale italiano radical-progressista di fine Novecento; per molti versi fu il prototipo della cultura postmarxista e postcomunista nel passaggio dal proletariato e dalla classe operaia alla nuova borghesia, inclusa una vasta rete di docenti, animatori e funzionari culturali nei media e nello spettacolo.
Brillante intelligenza, vasta erudizione, celebre sociologo e semiologo, acuto studioso delle comunicazioni di massa e romanziere di successo, Eco riuscì a coniugare con talento media, alta e bassa cultura. Il pop e il top. Il suo fu un modello di meta-giornalismo al tempo del passaggio dai giornali di partito ai giornali-partito: da l’Unità a la Repubblica, per intenderci. Per molti versi Eco fu l’erede neoborghese e neoilluminista del gramscismo e dell’Intellettuale Collettivo che esercita l’egemonia culturale. Fu il priore della cultura italiana, nella perdurante dominazione dell’ideologia piemontese. Il convento dove esercitò assiduamente il suo priorato fu La Repubblica-L’Espresso, con la Bompiani che pubblicava le sue opere (passate poi con Elisabetta Sgarbi a La nave di Teseo). Resta centrale il suo ruolo di traghettatore dal comunismo alla nuova sinistra liberal, radical, venata di catto-progressismo.
Il documento storico di quel passaggio è in un saggio in due puntate che Eco dedicò nell’ottobre del 1963 alla sinistra su Rinascita, il settimanale del Pci diretto da Palmiro Togliatti (il 1963 fu anno cruciale con il gruppo ’63, la neoavanguardia letteraria italiana con Eco, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Alfredo Giuliani, Angelo Guglielmi). E’ lì in quel testo, in nuce, la svolta della sinistra che verrà, quando cadrà la subalternità all’Urss e la sinistra passerà dalla militanza parrocchiale di sezione alla più “luterana” osservanza mediatica, dal Pci al mondo radical de l’Espresso. Eco contribuì a modernizzare la sinistra, inglobare le sinistre sfuse e i cattolici progressisti, aprirsi alle culture pop, ibridando ideologie e costumi, guardando più all’America che alla Russia e sposando quelle campagne su antifascismo, antirazzismo e antisessismo.
Eco non esita a definire gramsciana la sua lettura del contemporaneo nel Superuomo di massa. E gramsciana resta la sua idea del ruolo di guida degli intellettuali in questo processo civile e intellettuale e nella critica sociale. Non intellettuali organici a un partito ma un partito d’opinione emanazione di quel clero di intellettuali; il rapporto si rovescia. “E’ fuori di dubbio – scriveva Eco in quel saggio – che la diffusione dei mezzi di massa vada analizzata e giudicata dal punto di vista ideologico”. Non solo giudicata ma anche guidata, come poi accadrà adottando il canone woke e il politically correct… Eco esortava a passare dal marxismo alla semiotica per leggere il mondo d’oggi come una nuova mitologia (citava i Miti d’oggi di Roland Barthes, uscito poco prima del suo saggio).
Ma tanto fu centrale la sua figura nei tre decenni a cavallo tra gli anni ottanta e gli anni dieci, quanto rapido è stato il suo oblio nei nostri anni. I suoi saggi sociologici, pur ricchi di intuizioni, sono legati a un’epoca che non è più la nostra; la sua indagine sulla videocrazia e sul ruolo della tv aveva ancora un senso fino al berlusconismo ma è ormai superata nell’epoca dello smartphone e dei nuovi social.
Eco non ha lasciato opere memorabili sul piano teorico, filosofico e semiologico, a cui tornare e riferirsi. Difficile indicare il suo capolavoro a distanza di anni. Sul piano narrativo il Nome della rosa resta uno straordinario successo internazionale, un ben riuscito best seller, non più ripetuto nelle sue opere successive; ma non si può dire che sia entrato nei classici della letteratura e tra le opere più durature; un libro ingegnoso, congegnato con maestria editoriale, in modo efficace e incalzante ma non paragonabile alle grandi opere letterarie; anche quelle, per fare un esempio assai vicino alle idee e al mondo di Eco, di un Italo Calvino. Eco non parla al cuore e all’anima del lettore ma al cervello, non è coinvolgente né memorabile, non delinea un nuovo stile. C’è grande tecnica, non ispirazione artistica. Sicché nel definire Eco non viene spontaneo ricordarlo come scrittore, e nemmeno come studioso, filosofo, ma più genericamente come intellettuale; di prima grandezza, ma un intellettuale. O per restare nel suo medioevo, priore del convento degli intellettuali progressisti. Alla fine dell’ultimo Eco è rimasto un lascito ideologico: si pensi ai suoi scritti sull’Ur-fascismo, ovvero sull’elevazione del fascismo a fenomeno perenne, categoria permanente, demonizzato in saecula saeculorum, al di là della sua storia.
Eco fu l’ideologo nell’epoca in cui tramontano le ideologie. Il nemico ideologico di Eco è la tradizione, i valori religiosi, nazionali e famigliari, concepita tutt’uno con il fascismo, che sarebbe la sua proiezione reazionaria di massa e la sua traduzione politica autoritaria nell’epoca della modernizzazione e della mobilitazione nazionale. È anche grazie al suo pensiero che l’anticapitalismo fu sostituito a sinistra dall’antifascismo e il nemico non fu più la classe padronale ma la società tradizionale. Insomma l’eredità di Eco non è affidata alle sue opere ma al ruolo che esercitò a cavallo tra i media e la cultura. Quell’Eco ancora risuona…

