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Asini

di Andrea Zhok - 29/08/2026

Asini

Fonte: Andrea Zhok

Ieri Stefano Bonaccini (ex presidente del PD) ha esternato come segue:
«Il voto al primo e al secondo Trump, il voto per la Brexit - qualche anno fa - il voto in Germania a destra, quello alla Le Pen, quello in Italia, a Meloni e prima a Salvini e oggi forse a Vannacci - è un voto che vede in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città e, come dice la Meloni, chi sta peggio economicamente».
Tutti a indignarsi perché un parlamentare PD dice cose da PD.
È un errore. Bonaccini ci sta dicendo con schiettezza un paio di cose sostanzialmente corrette.
Lo scandalo è il non-detto, di cui egli non sembra avvedersi.
La prima cosa che dice B. è semplice ed è un’onesta notazione di classe.
Le politiche della sinistra parlamentare oggi sono commisurate agli interessi dell'alta borghesia dei centri storici nelle grandi città (quella parte di popolazione che si rivolge all'armocromista, per intenderci).
Non c’è alcun dubbio che quella fetta di popolazione, che tradizionalmente era tutelata dalla destra liberale, oggi sia in gran parte conquistata al voto della sinistra di governo.
Che oggi gli interessi dei Parioli o di San Babila siano tutelati non solo dalla destra liberale ma ancor meglio dal PD è oggettivamente vero.
Se questo meriti una medaglia al valore politico, lo lasciamo valutare a Bonaccini.
La seconda cosa è il riferimento alla “cultura di fondo” di chi “ha poco studiato e vive nelle aree interne o nelle periferie delle città”.
Il problema non è quello che dice la Meloni, che dal suo punto di vista si limita a schiacciare la palla che Bonaccini le ha alzato, facendo l’offesa (“come si permette a dire che chi vota a destra è ignorante!”)
Il problema è che questa cosa, pur essendo in buona parte vera, implica qualcosa di molto diverso da quel che la sinistra “studiata” pensa.
È vero che i libri servono (i BUONI libri), e che chi ha un titolo di studio superiore TALVOLTA ha una maggiore frequentazione di buoni libri.
Ma la mera frequentazione scolastica e universitaria dei libri, ciò che garantisce un titolo di studio superiore, può essere tanto un fattore di illuminazione che un fattore di ottundimento.
I libri servono se consentono alle intuizioni della quotidianità, ai vissuti dell’esperienza di essere interpretati meglio, in maniera più comprensiva, più articolata, con più distinzioni.
Ma i libri (oggi più spesso le dispensine, gli appuntini in cui devi ripetere ciò che il docente vuole sentirsi ripetere) possono essere anche un modo per OBLITERARE quelle intuizioni e quei vissuti, per RIMUOVERE la propria esperienza sostituendola con una rappresentazione finzionale, con un’immagine compiacente.
Alla miopia dell’ignorante, che generalizza in maniera esagerata la propria esperienza, si può contrapporre la semplice astrazione di chi la propria esperienza la rimpiazza con un immaginario libresco.
Decidere quale dei due approcci faccia più danni è una bella sfida.
Chi non vede più di uno spicchio di mondo e vuole trarne conclusioni universali è miope, limitato, ma comunque qualcosa VEDE.
Chi però non ha INTEGRATO l’esperienza con l’astrazione, ma ha SOSTITUITO l’astrazione all’esperienza può rendersi del tutto impermeabile alla realtà.
Ed è così che oggi un idraulico, un agricoltore, un negoziante di periferia possono aver registrato che nell’ultimo quarto di secolo lavorano di più guadagnando di meno, che la pensione si allontana, che intere aree della città sono diventate insicure, che il medico di famiglia è sparito e che se vuoi curarti devi pagarti la visita privata, che fare benzina o scaldarsi d’inverno è diventato un salasso ingestibile, ecc. possono registrare tutto questo e possono anche cadere in interpretazioni semplificatorie promosse dalla destra.
Solo che è ben difficile che possa accadere niente di diverso se i progressisti studiati ti spiegano che il problema è che non c’è abbastanza mercato, che non abbiamo “razionalizzato” il mercato del lavoro, che la colpa è nostra, che non abbiamo fatto abbastanza austerity, che non siamo stati abbastanza aperti verso chi ci raccoglie i pomodori e ci paga la pensione, che non c’è abbastanza Europa, che non ci siamo internazionalizzati abbastanza, e che, in fondo, è comunque tutto un problema di percezione.
E dunque, che bisogna insistere con più mercato, più austerity, più Europa, più mobilità di merci, capitali e forza-lavoro. E più ore di educazione civica dedicate a “correggere la percezione”. 
Che bisogna insomma insistere con la stessa ricetta, con la stessa interpretazione libresca, solo con più intensità, perché se la realtà non corrisponde ai libri che erano in programma tanto peggio per la realtà.