I due pesi su Afghanistan e Usa
di Massimo Fini - 27/08/2026

Fonte: Massimo Fini
In un recente reportage di Euronews si legge che, secondo una valutazione delle Nazioni Unite pubblicata a marzo 2024, l’Afghanistan, sotto i talebani, è diventato il Paese più repressivo al mondo per le donne. Strano, secondo un reportage de Linkiesta del 30.11.2025 in Afghanistan esistono ristoranti gestiti da sole donne. Non risulta che in Arabia Saudita, stretta alleata degli Stati Uniti in funzione anti iraniana, ci siano ristoranti del genere.
Nel settembre del 2021 una poliziotta afgana è stata uccisa da uomini dell’Isis. Si è così scoperto che nel solo comparto giudiziario lavorano duecento donne afgane in posizioni apicali. Mi sembra quindi difficile sostenere che le donne afgane non hanno accesso al lavoro.
Nemmeno il diritto allo studio è stato mai negato, in linea di principio, alle donne. Un editto della “polizia morale” all’epoca del Mullah Omar recita: “…Nel caso che sia necessario che le donne escano di casa per scopi di istruzione, esigenze sociali, o servizi sociali devono coprirsi concordemente alle norme della sharia islamica…”. Sempre all’epoca del Mullah Omar gli edifici dove studiavano i ragazzi dovevano essere separati da quelli dove studiavano le ragazze. I talebani, nella loro indubbia sexofobia, pretendevano che gli edifici fossero molto distanti fra di loro, ma stretti nella morsa della lotta contro gli occidentali e l’Isis non ebbero il modo e il tempo di costruire, a debita distanza, questi edifici. Avevano altre priorità e lo si può capire. Cosa che del resto, anche se in una forma un po’ diversa, accadeva anche da noi in Italia dove c’erano classi frequentate e frequentabili solo da studenti maschi e, per converso, altre solo da studentesse.
Questa rigida separazione, sia pure in una forma meno cogente, è esistita anche in Italia, per lo meno sino alla fine degli anni Cinquanta, quando il movimento hippie (“La Grande Olanda” di Neeskens e Cruijff) ci liberò da queste stronzate. Le classi miste erano un’eccezione. Eri tu, studente, che decidevi in che classe preferivi andare? No, erano i tuoi genitori. Un po’ come, forzando un po’ il tema, tuttora in Pakistan ci sono genitori, la famiglia, a scegliere la futura sposa.
Non si può capire la cultura afgana, o se si preferisce, afgano talebana o qualsiasi altra cultura, se si resta trincerati nella nostra, dimenticando il dritto all’autodeterminazione dei popoli sancito a Helsinki in un Trattato sottoscritto da quasi tutti gli Stati del mondo. Cioè un popolo può evoluire, o anche non evoluire, a seconda della propria storia, delle proprie tradizioni, dei propri costumi. Faceva notare Zaeef, uno dei più stretti collaboratori del Mullah Omar, in My life with the Taliban: “Noi non abbiamo mai preteso che gli occidentali vestissero alla maniera islamica”.
Più che altro l’atteggiamento della Corte Penale Internazionale sembra un tentativo di separare i presunti crimini commessi dagli afgano talebani, che in fondo difendevano il proprio territorio occupato illegittimamente, da quelli certi degli stati occupanti, Stati Uniti in testa. Lo afferma a chiare lettere Shaharzad Akbar, ex presidente della Commissione indipendente per i diritti umani dell’Afghanistan e oggi ricercatrice al Wolfson College di Oxford. E’ il tentativo di fare di tutta l’erba un fascio nascondendo in un grande calderone i crimini, torture comprese, degli occupanti usa. Ancora oggi, a Guantanámo, ci sono ex combattenti talebani trattati nel peggiore dei modi, ai limiti, e forse oltre, la tortura. Si nega loro la qualità di combattenti e li si considera criminali di diritto comune. Questo avviene a Guantanámo, paradossalmente territorio cubano, perché la tortura è ufficialmente proibita negli Stati Uniti, secondo un’ipocrisia molto yankee. Afferma ancora la Akbar: “…è allarmante sentire che le prepotenze, le intimidazioni e gli attacchi degli Stati Uniti contro la Corte influenzano le decisioni sulle indagini”. Akbar ha inoltre spiegato che le organizzazioni della società civile afgana “hanno ripetutamente chiesto alla CPI indagini complete su tutte le accuse che rientrano nel suo mandato”, comprese quelle contro le forze statunitensi e ha definito il comportamento di Washington nei confronti della Corte per tutta la durata dell’inchiesta “scioccante e vergognoso”. Insomma, il bullo di Washington, un ottantenne fuori di testa, sospettato anche di pedofilia, vuole piegare pure la CPI ai propri voleri. Del resto gli Stati Uniti, come la Russia, come l’Ucraina, come Israele, non hanno mai riconosciuto l’autorità e la legittimità della CPI. E anche quando questa potrebbe essere fatta valere contro i “criminali di guerra, negando loro la libera circolazione aldilà dei confini dei propri stati, ci pensano i servi degli yankee. E’ il caso, solo per fare un esempio, di Netanyahu che non potrebbe calpestare il suolo italiano, ma Matteo Salvini si è affrettato ad affermare che, se questo avvenisse, accoglierebbe festosamente il criminale di guerra a Roma.
Aveva ragione il colonnello Muammar Gheddafi quando in un’assemblea delle Nazioni Unite affermò che non era affatto vero che tutti gli stati sono uguali, ma che ce ne sono alcuni più uguali degli altri. I rappresentanti del Consiglio di Sicurezza con diritto di veto (Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina) possono violare tutti i principi di quello che un tempo si chiamava “diritto internazionale”, sbeffeggiando l’Onu, e persino le sue organizzazioni umanitarie (vedi ciò che sta avvenendo in Palestina ad opera di Israele dove si spara contro la Croce rossa e la Mezzaluna rossa, cosa che non è avvenuta nemmeno nell’ultima Guerra mondiale dove anche la Germania di Hitler rispettò la neutralità di questi organismi). Gheddafi osò anche affermare che l’aggressione all’Afghanistan del 2001 andava rivista. E infatti Gheddafi è stato assassinato, nel modo sconcio che conosciamo, dai militari francesi che volevano svellere i rapporti privilegiati che l’Italia aveva col Colonnello, e dell’Italia stessa, che sotto il governo Berlusconi si appecoronò, contro i suoi stessi interessi, agli yankee. Il Presidente del consiglio era allora Berlusconi, per l’anagrafe morto nel 2023, ma il berlusconismo continua a imperversare in Italia grazie ai suoi sgherri, da Meloni a Tajani. Di Gheddafi non si sa nemmeno dove sia sepolto, o se sia stato sepolto, o piuttosto se il suo corpo sia stato dato in pasto alle iene del deserto. Giustizia fatta.
Ma che cosa significa il reportage di Euronews totalmente negativo nei confronti dei “new Talebans”? Che, nonostante il disastroso precedente, c’è qualcuno negli States, e magari anche in Europa, che vuole attaccare nuovamente l’Afghanistan, anche se i costumi di quel popolo sono ormai molto lontani da quelli che vigevano ai tempi del Mullah Omar.
Negli ultimi due secoli l’Afghanistan è stato oggetto delle mire delle grandi potenze: Gran Bretagna, Russia, Stati Uniti, non tanto per motivi ideologici (questi hanno riguardato soprattutto gli americani, ma solo dopo che si era affacciato il movimento talebano) ma perché l’Afghanistan ha una posizione geograficamente strategica in Asia centrale (si legga Caos Asia di Ahmed Rashid, il giornalista pachistano che è forse il maggiore esperto della situazione in quell’area). L'Afghanistan a sud e a est confina con il Pakistan, a ovest il confine è con l'Iran, mentre a nord si affacciano Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan. Mettere le mani sull’Afghanistan significa quindi controllare e determinare le politiche di molti Paesi di quell’area. Ma l’interesse, chiamiamolo così, per l’Afghanistan di oggi ha motivi molto più solidi, direi più ragionevoli di quelli ideologici e geopolitici di un tempo. Si è scoperto infatti che il sottosuolo afgano è ricco di quelle “terre rare” il cui possesso è oggi determinante e all’origine di vari conflitti, per esempio quello fra Russia e Ucraina; fra le “terre rare” c’è il litio, indispensabile in tutto il processo digitale. Se ne è accorta la Cina, l’unico grande Paese che, pur confinante, non abbia aggredito l’Afghanistan. Per estrarre il litio l’Afghanistan ha bisogno di una tecnologia che non possiede, quella cinese, in quanto alla Cina non ha il suo sottosuolo e riserve di litio sufficienti. La coincidenza di interessi è quindi evidente, altro che appannarsi sul fatto se oggi in Afghanistan ci siano ristoranti gestiti da sole donne. Insomma la Cina, che non fa guerre guerreggiate, ma solo economiche, o al massimo ibride, come questa, è arrivata per prima. Dell’ importanza di questo mondo immenso, e a tutt’oggi ancora non del tutto esplorato, si era reso conto il Presidente americano Richard Nixon che fu il primo ad iniziare a percorrere una sorta di “via della seta”. Ma Nixon aveva un brutto grugno, non era, a differenza di John Fitzgerald Kennedy, “bello e di gentile aspetto”, non aveva una moglie fica e fu affossato con uno scandalo risibile, il Watergate, nel 1972. La palla ritornò di fatto nelle mani del suo predecessore, Kennedy appunto, il quale dopo la breve presidenza di Johnson continuò la disastrosa guerra contro il Vietnam, la prima sconfitta degli americani all’indomani della Seconda guerra mondiale. Poi verrà quella, forse ancora più bruciante, contro i talebani del Mullah Omar, più bruciante perché i vietnamiti avevano alle spalle la Russia, i talebani nessuno, avevano anzi contro tutta la cosiddetta ‘comunità internazionale’, Paesi sudamericani esclusi. Il che dimostra che quando un popolo vuole davvero la propria indipendenza prima o poi la conquista o, per lo meno, la conserva. Come è per l’Iran di oggi. Aggiungiamo che Kennedy aveva rapporti ambigui con la mafia italo americana (Sam Giancana che fu sospettato anche per l’assassinio di Marilyn Monroe. Una torbida vicenda su cui non si è mai fatto chiarezza). Insomma Kennedy è rimasto una stella polare per il mondo occidentale, anche per le modalità ambigue del suo assassinio. In quanto a Richard Nixon è rimasto sempre, e per sempre, “Nⴕxon boia”, come si scriveva sull’asfalto delle maggiori città italiane. E’ stata la vittoria dell’apparire sull’essere nella quale siamo oggi tutti coinvolti.
