Frontiera
di Antonello Cresti - 28/08/2026

Fonte: Antonello Cresti
La difesa dei confini non è la negazione dell’altro. È, al contrario, la premessa per poterlo riconoscere.
Come ha osservato Régis Debray, il «senzafrontierismo» rischia di trasformarsi in una sorta di colonialismo sublimato: cancellando ogni limite, si finisce per rendere universale un unico modello, una sola misura, una sola idea di mondo. Anche Frank Furedi ha mostrato quanto l’ossessione contemporanea per l’abbattimento dei confini finisca spesso per produrre non più libertà, ma sradicamento.
La frontiera, invece, non è necessariamente un muro. È una linea che permette di distinguere un «noi» da un «voi», senza per questo stabilire che uno dei due valga più dell’altro. Anzi: solo se riconosco l’altro come altro posso riconoscerne pienamente la pari dignità.
La frontiera obbliga all’incontro. Dove esiste un limite, esiste la necessità di negoziare, mediare, trovare un equilibrio. La frontiera diventa così un luogo di scambio: non soltanto ciò che divide, ma ciò che permette di condividere.
Forse dobbiamo dunque tornare a pensare la frontiera non come una vergogna da cancellare, ma come un luogo capace contemporaneamente di dividere e di unire.
Perché senza confini non necessariamente scompare il conflitto. A volte scompare semplicemente lo spazio nel quale è possibile affrontarlo.
