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Attacco colonialista, ma al buio

di Pino Arlacchi - 04/01/2026

Attacco colonialista, ma al buio

Fonte: Il Fatto Quotidiano

È difficile, in situazioni come questa, ragionare con la testa e non con altre parti del corpo, come fanno Trump e il codazzo politico-mediatico che approva il suo tentato cambio di regime in Venezuela. Dico “tentato” perché fino ad adesso non ci sono gli elementi essenziali di un colpo di Stato, eccetto il sequestro e il rapimento del presidente di uno Stato sovrano. Avvenuto a quanto sembra grazie a qualche classico tradimento di guardie del corpo, e non come espressione di una rete di congiura e di malcontento interni.
Un cambio di regime è la sostituzione di un governo con un altro grazie a un piano, che consiste molto spesso nella combinazione di un attacco esterno e una cospirazione intestina, politico e soprattutto militare. Si rovescia un assetto di governo e ci si presenta al popolo come titolari di un potere sovrano alternativo. Ma è proprio questo che finora non è accaduto a Caracas.
Dov’è il nuovo esecutivo che nel corso di un vero colpo di Stato si installa a palazzo Miraflores nelle stesse ore delle bombe? Dove sono i militari ribelli che si impadroniscono dei mezzi di informazione, delle sedi di Parlamento, Corti costituzionali e ministeri? Da nessuna parte. Esecutivo e forze armate del Venezuela sono rimasti compatti al loro posto, senza la minima smagliatura, e senza che apparisse sulla scena alcun governo provvisorio già formato, e sostenuto da alcuna forza reale di opposizione.
Nessuno sta prendendo sul serio i deliri presidenzialisti della Machado, neppure gli Stati Uniti. L’operazione è interamente predatoria, coloniale vecchio stile. Trump ha dichiarato che saranno gli Usa a reggere direttamente il Venezuela e a decidere dell’uso delle sue risorse. E, visto che già si trovava in argomento, ha minacciato di nuovo Colombia e Messico di subire la stessa sorte.
Lo stile coloniale di tutta la vicenda si è rivelato nella dinamica dei bombardamenti, che hanno accuratamente evitato le raffinerie di petrolio, e nelle dichiarazioni del segretario di Stato e di quello della Difesa che hanno vantato la supremazia assoluta della forza armata americana senza riconoscere alcun concorso ad alleati interni, a quinte colonne pronte a prendere il potere.
L’operazione golpe in Venezuela, perciò, è riuscita finora a metà, oppure è fallita. Molto dipende dai punti di vista, e da ciò che accadrà nei prossimi giorni. Se le forze armate resteranno al fianco del governo, come è probabile, e se non si verificherà, com’è altrettanto probabile, alcun movimento di giubilo anti-chavista che spazzi via l’esecutivo in carica, sarà l’attuale esecutivo che continuerà a governare il Venezuela, sotto la guida della vicepresidente esecutiva Delcy Rodriguez.
È molto difficile che si verifichi una capitolazione. A norma di Costituzione, la vicepresidente dovrebbe convocare entro un mese le elezioni, che si svolgerebbero all’insegna di un patriottismo favorevole alla causa chavista.
Trump potrebbe prendere atto di questo sviluppo, dichiarare come al solito una vittoria immaginaria e riportare a casa le truppe, come già accennato da Rubio. Altrimenti dovrà lanciare un’invasione e/o una guerra vera e propria, mettendosi contro, oltre al deep State che non ha alcuna voglia di esporsi a un alto rischio di sconfitta, la stragrande maggioranza dei suoi elettori che è contraria a nuove guerre.
Il Venezuela diventerebbe un campo di battaglia tra una milizia popolare di 5-6 milioni di chavisti armati e addestrati, guidati da militari professionisti in possesso di droni e missili da un lato, contro soldati americani agli ordini di generali che hanno ben presente il verdetto del Vietnam e dell’Afghanistan. E dotati di armamenti obsoleti, impotenti nel corso di un conflitto asimmetrico.
È anche possibile che si arrivi a una trattativa secondo la quale il Venezuela, in cambio di una sovranità limitata e sorvegliata, riconosce agli Stati Uniti una sorta di diritto di prelazione a prezzi stracciati sul suo petrolio a scapito del maggiore acquirente attuale, che è la Cina. Pechino potrebbe non sollevare forti obiezioni alla proposta dato che il petrolio venezuelano incide per pochi punti sul suo fabbisogno, ma in questo caso il governo Rodriguez rischierebbe di soccombere alla prima tornata elettorale di fronte al malcontento della sua base politica che vedrebbe tradito il progetto socialista.
Non dovremo attendere a lungo l’esito di questa partita.