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Chi piange aspetta la verità. Chi piagnucola l'aveva già scritta

di Frank Merenda - 21/07/2026

Chi piange aspetta la verità. Chi piagnucola l'aveva già scritta

Fonte: Frank Merenda

Ieri mattina al Pilastro di Bologna è morto un uomo.
Si chiamava Abderrahim Fakir. 42 anni, marocchino, regolare, sposato, titolare di una piccola impresa di facchinaggio. Viveva a Sasso Marconi ed era andato a trovare dei parenti.
A un certo punto, nello spazio dei garage, ha dato in escandescenze. Urlava, ha preso a colpi una volante. Sono stati i residenti del palazzo a chiamare il 113, spaventati. La polizia è arrivata, il 118 era presente, lo hanno bloccato a terra. Poco dopo era morto.
La procura ha ordinato l'autopsia. Le bodycam degli agenti sono già in mano ai magistrati. Emergono una cardiopatia e l'asma. Malore? Crisi psichiatrica? Contenimento sbagliato? Concause?
Nessuno oggi sa di cosa sia morto quell'uomo. Nessuno. Io per primo.
E qui finiscono i fatti.
Adesso parliamo di quello che è successo dopo. Perché quello che è successo dopo, invece, lo conoscevate già prima ancora che succedesse.
Partiamo da una distinzione che per me vale sempre, in ogni vicenda di cronaca: la vittima si riconosce dalle lacrime, il colpevole dal piagnisteo.
La sorella di Fakir ha detto che non si darà pace. Il fratello ha calmato la folla che si stava scaldando sotto casa. Quella famiglia ha perso un uomo e ha il diritto di dire qualsiasi cosa, anche la più dura, anche la più ingiusta.
Le lacrime di chi ha perso un fratello, un marito, un padre, sono sacre. In questo pezzo non le tocco e chiunque le usi per farsi il proprio comizio dovrebbe vergognarsi.
Il mio problema non è la famiglia.
Il mio problema è il coro che si è formato INTORNO alla famiglia nel giro di due ore. Gente che non conosceva Fakir, che non era al Pilastro, che non ha visto niente, che non ha letto un atto, e che alle tre del pomeriggio aveva già emesso la sentenza: assassini. La polizia ammazza. Lo Stato uccide.
Due ore. L'autopsia non era nemmeno stata fissata. E qui viene la domanda interessante: come fai a emettere un verdetto in due ore?
Risposta: non puoi. A meno che il verdetto non fosse già scritto PRIMA.
Ed è esattamente così. Il format è pronto da anni, collaudato, oliato. Cambia solo il nome della vittima da inserire nel modulo. Il copione prevede: il video virale tagliato al secondo giusto, l'hashtag, il corteo, il politico di quartiere col megafono, l'editorialista che evoca i casi precedenti come se fossero tutti la stessa storia, e la condanna preventiva di chiunque indossi una divisa.
Notate una cosa: in questo copione l'autopsia non serve. I fatti non servono. Le bodycam non servono. Perché il giudizio non dipende dai fatti. Il giudizio precede i fatti.
E quando un giudizio precede sistematicamente i fatti, non è un giudizio. È un'ideologia.
Vi spiego da dove viene, perché ha un pedigree preciso e nessuno ve lo dice mai: c'è una scuola di pensiero, figlia diretta del marxismo, che ha prodotto la criminologia con cui è cresciuta tutta l'intellighenzia italiana e i lettori di Repubblica in primis.
Il ragionamento è questo: L'uomo non è mai l'autore delle sue azioni: è sempre il prodotto di qualcosa.
Chi devia e delinque non sceglie di delinquere: è la società capitalista che lo produce, lo emargina, lo schiaccia e infine lo costringe. Il criminale quindi non è mai davvero colpevole. È un poverino. Un ultimo. Una vittima del sistema.
Corollario automatico: se il criminale è sempre vittima, chi rappresenta l'ordine è sempre carnefice. Il poliziotto, il carabiniere, il giudice che condanna, il cittadino che denuncia, il negoziante che si difende.
Tutti colpevoli.
Non di qualcosa che hanno fatto: colpevoli di POSIZIONE. Stanno dalla parte sbagliata della lavagna, e quindi qualunque cosa facciano è violenza.
Ecco perché il verdetto arriva in due ore. Non stanno giudicando un fatto di Bologna. Stanno recitando un catechismo scritto un secolo fa.
E funziona in entrambe le direzioni, sempre: quando il fermato muore, la polizia lo ha ammazzato. Quando la polizia non interviene e ci scappa il morto, lo Stato ha abbandonato le periferie.
Qualunque cosa accada, la conclusione è identica. Un sistema di pensiero che arriva alla stessa conclusione con qualunque input non sta pensando. Sta pregando.
Adesso vi dico la cosa che il coro non vuole sentire.
Questo schema del "poverino", spacciato per compassione, è la forma più profonda di disprezzo che esista verso le persone che dice di difendere.
Seguitemi. Un uomo che non è mai responsabile delle proprie azioni non è un uomo. È un oggetto. Una pallina mossa da forze esterne. Quando dite che chi delinque "in fondo non può farci niente, è la società", non lo state difendendo: gli state togliendo l'unica cosa che lo rende un essere umano adulto, cioè la capacità di scegliere.
Lo state trattando come si tratta un minore, un animale o un incapace. Per sempre.
E il rispetto vero per Abderrahim Fakir, per la sua famiglia, per la verità, oggi ha un solo nome: AUTOPSIA. Accertamento. Bodycam esaminate fotogramma per fotogramma da un magistrato. Se qualcuno ha sbagliato, che paghi. Questo è rispetto.
Il corteo che urla assassini prima dei risultati non è rispetto. È l'uso di un morto come carburante. E chi usa un morto come carburante per la propria battaglia ideologica sta commettendo, verso quel morto, l'oscenità che finge di denunciare.
Poi c'è il discorso che mi sta più a cuore, perché riguarda il mondo in cui vivremo domani: le società funzionano come pacchetti. Non puoi comprare i pezzi che ti piacciono e lasciare sullo scaffale quelli che ti scocciano. Compri il pacchetto intero.
Se il messaggio che passa da questa vicenda è "il poliziotto che interviene su un uomo in escandescenze rischia la gogna a prescindere dall'esito", allora sappiate cosa contiene il pacchetto che state comprando.
Contiene l'agente che la prossima volta arriva, guarda, e aspetta. Perché intervenire è diventato un rischio personale e aspettare no.
Contiene la signora del piano terra che le manate sul cofano la prossima volta le prende in faccia, perché nessuno si è mosso.
Contiene il prossimo uomo in crisi, magari un altro Fakir, che muore da solo in un garage perché ormai il protocollo non scritto è: non toccare nessuno, non rischiare, lascia fare.
E contiene un dettaglio che il coro ha rimosso in fretta: a chiamare il 113, ieri, sono stati i residenti del Pilastro. Gente del quartiere, quella vera, non quella dei comunicati. Avevano paura e hanno chiesto aiuto allo Stato, tanto che alcuni di loro hanno fattivamente aiutato i poliziotti nella immobilizzazione.
Il coro che oggi urla assassini sta condannando l'intervento che i loro stessi vicini avevano invocato. Riflettete su questo cortocircuito, perché dice tutto.
E adesso la parte che mi rende diverso dal coro, e che vi chiedo di leggere con attenzione perché è il cuore di tutto.
Io non assolvo nessuno. Lo Stato detiene il monopolio della forza. È un potere enorme, ed enorme deve essere il rigore con cui lo esercita. La forza va usata nella misura minima necessaria, né un grammo di più né un grammo di meno.
Se dall'autopsia e dalle bodycam emergerà che il contenimento è stato tecnicamente sbagliato, che qualcuno ha ignorato segnali che doveva cogliere, che i sanitari presenti dovevano intervenire e sono rimasti a guardare, allora chi ha sbagliato deve risponderne fino in fondo.
Proprio perché indossa una divisa, non nonostante la divisa. Uno Stato che pretende il rispetto delle regole deve essere il primo a rispettarle, sennò diventa una banda come le altre.
Ma c'è una differenza abissale tra processare un eventuale ERRORE nell'intervento e processare l'intervento in quanto tale.
Il primo processo è sacrosanto e lo farà un magistrato con le carte in mano.
Il secondo processo è quello che il coro sta celebrando in piazza, ed è la richiesta, nemmeno tanto mascherata, di una città dove la polizia non ferma più nessuno. Chiedetevi chi paga il conto di una città così.
Ve lo dico io: lo pagano per primi i quartieri come il Pilastro, cioè esattamente le persone che il coro sostiene di difendere. Chi ha la villa con il cancello e la vigilanza privata se la cava sempre. È il vecchio trucco: predicare per gli ultimi, presentare il conto agli ultimi.
Chiudo tornando all'inizio: la famiglia di Fakir piange, e ha diritto a una cosa sola: la verità, tutta, qualunque essa sia. Io aspetto l'autopsia insieme a loro. Se dirà che è stato commesso un errore, lo scriverò senza sconti. Se dirà che gli agenti hanno fatto il possibile davanti a una tragedia, lo scriverò uguale.
Il coro invece non aspetta niente, perché non gli serve. Il loro verdetto era pronto prima che Fakir nascesse. Gli mancava solo il nome da inserire.
Ed è questa, alla fine, la differenza che vi invito a guardare bene ogni volta che succede un fatto del genere.
Chi piange aspetta la verità. Chi piagnucola l'aveva già scritta.