Il vicolo cieco della nostra idea di Stato
di Andrea Zhok - 22/07/2026

Fonte: Andrea Zhok
Nelle intense discussioni che hanno avuto luogo in questi giorni sul tema “sicurezza” una delle questioni che rimane insidiosamente sotto traccia è la questione del ruolo dello Stato.
Nel formato neoliberale lo stato interviene ben oltre il perimetro dello stato minimo (stato sentinella fatto di ordine pubblico e difesa militare), ma lo fa con un’agenda dettata dagli interessi dei mercati (e dei maggiorenti sui mercati). Dunque lo stato neo liberale può essere assai intrusivo, purché questa intrusività esprima gli interessi dei mercati.
La sinistra si è fatta piacere lo stato neoliberale facendo proprio il dogma liberale che il mercato è libertà e che i “servizi pubblici” possono essere erogati efficacemente servendo interessi privati (esternalizzazioni dei servizi, intramoenia per i sanitari, ecc.). Le libertà individuali vengono sempre più chiaramente assimilate all’idea classica dell’arbitrio, al “fare quello che ti pare”, con l’unica limitazione che ciò non danneggi direttamente altri individui (ma può serenamente danneggiare la società). La libertà a sinistra è così diventata senza resti la libertà individuale del liberalismo.
La destra si è fatta piacere lo stato neoliberale perché la rimanente pervasività dello stato è comunque di fatto privatizzata. Così nel nome della “salute pubblica” si possono avviare campagne vaccinali inutili, nel nome della “difesa nazionale” si possono spendere risorse dell’erario in commesse alle aziende della difesa, ecc.
Sia la destra che la sinistra accettano che lo stato rimanga in esistenza al di là di polizia, giudici ed esercito, purché lo stato funzioni in modo coerente con i meccanismi di mercato: per la destra è comunque una vittoria perché premia chi già detiene il potere, per la sinistra è una vittoria perché vissuto come trionfo della libertà individuale come libertà di scelta.
Nella cornice dello stato neoliberale richiedere “più stato” non significa di solito richiedere “più sfera pubblica”, perché lo stato tende a servire interessi privatizzati.
Ma similmente, nella cornice neoliberale, richiedere “meno stato” non significa ampliare i margini di libertà personale, perché in assenza della mediazione dello stato rimangono in piedi tutte le forme di coercizione privata e ricatto economico.
Siamo così arrivati all’impasse odierna, dove sembra che ogni soluzione sia un vicolo cieco.
Se lo stato è più presente lo sarà in una forma oppressiva, forte con i deboli e debole con i forti.
Se lo stato è meno presente, saranno direttamente i forti ad opprimere i deboli, i ricchi a ricattare i poveri, ecc.
Di qui tutti i cortocircuiti cui abbiamo assistito in questi giorni, dove chiedere PIÙ STATO NELLA SICUREZZA veniva interpretato come “sbirri a servizio dei benestanti che picchiano i poveracci”, e dove chiedere PIÙ LIBERTÀ NELLA SICUREZZA veniva interpretato o come libertà di farsi giustizia da sé o come lassismo verso i piccoli crimini “perché tanto i problemi sono altri”.
L’oscillazione mentale odierna è dunque la seguente (tagliando a fette grosse):
A sinistra la libertà individuale è pensata su un modello para-anarchico, rousseauiano, dove l’uomo senza interferenza del potere si comporterà naturalmente bene. Quando non lo fa è perché è traviato da influenze culturali perniciose che bisogna spezzare attraverso regolamenti dettagliati, procedure, controlli.
A sinistra l’intervento statale è perciò pensato come garante di diritti naturali, individualmente premiale, non sanzionatorio, e neppure educativo (sarebbe paternalismo). Ma si giustifica l’intervento statale attivo, anche pesantemente attivo, quando produce regolamenti “nel nome del bene” (laddove questo bene è di solito il momentaneo consenso raggiunto nella cultura di sinistra).
A destra la libertà individuale è pensata su un modello anarco-capitalista, con una spruzzatina di darwinismo sociale, in cui chi ha più potere per definizione se lo è meritato e dunque basta lasciar fare al mercato. Quando tuttavia la mano invisibile del mercato produce mostri (es.: immigrazione incontrollata, free rider, ecc.) e questi mostri creano problemi al mercato stesso, allora si ritorna all’originario concetto hobbesiano dell’uomo naturalmente cattivo, che deve essere tenuto in riga a mazzate. E qui lo stato può intervenire somministrando mazzate a chi disturba il mercato (e solo a quelli), oppure delegando ai privati di somministrare mazzate a proprie spese.
Incidentalmente nessuno prende in considerazione un modello dei rapporti tra libertà individuale e ruolo dello stato che proviene dalla tradizione socialista e da quella della dottrina sociale della chiesa, e che è incarnata con grande precisione nella NOSTRA COSTITUZIONE.
In quel modello lo stato assumeva come suo compito l’esatto opposto del modello neoliberale: esso deve essere mosso dall’interesse pubblico. Così, l’attività economica è sì libera, ma “non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.” Al contempo la Repubblica ha a cuore “il pieno sviluppo della persona umana” e il lavoro non è soltanto un diritto, ma è anche un dovere: il “dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”
Nella Costituzione italiana non c’è traccia dell’opposizione astratta tra uno stato come formalismo esteriore (iper-regolamentatore o erogatore di mazzate ai morti di fame), e una libertà individuale come arbitrio privo di doveri (la Prima parte si intitola: “Diritti e DOVERI dei cittadini”).
Ma proprio quella opposizione astratta viene oggi assunta come se fosse una realtà di natura, da cui non riusciamo a sfuggire prima di tutto mentalmente.

