Balcani, una polveriera ai confini dell’Italia
di Salvo Ardizzone - 02/11/2026

Fonte: Italicum
La tragedia del CH-47 caduto in Bosnia ha riportato l’attenzione sullo spazio che fu Jugoslavia, un buco nero irrisolto ai confini italiani su cui i governi che si sono succeduti a Roma hanno riversato risorse per decenni senza mai definire una strategia. Un fascio di crisi spazzate sotto il tappeto che stanno montando senza che nessuno se ne ponga seriamente il problema.
La recente condanna per crimini di guerra dell’ex presidente kosovaro Hashin Taçi, da parte del Tribunale dell’Aja, ha riaperto ferite mai rimarginate: il Kosovo l’ha vissuta come un affronto, la Serbia come una conferma d’aver subito un torto insieme a un’amputazione del territorio nazionale, la Croazia con l’inquietudine che si possa riaprire la discussione sul suo operato in Bosnia al tempo della guerra, in particolare sulle modalità della controversa Operazione Tempesta. È stato un detonatore che ha riportato alla ribalta tensioni e rivalità mai elaborate, confermando che a quelle latitudini la Storia non passa e che la stabilità è apparente quanto fasulla, perché si regge su conflitti congelati pronti a riesplodere.
Spicca, più che la mancata comprensione, la rimozione di una situazione che scivola al peggio, con Stati Uniti, Russia e Cina che vi competono, mentre i paesi europei, al solito, si perdono in sterili minuetti. Semplificando – molto - un quadro assai complesso, la scena ha un perno sulla Serbia, con la sua proiezione identitaria in Montenegro e nella Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina (la Srpska) che ha dietro gli interessi russi. E ciò a prescindere dagli ultimi sviluppi elettorali, che hanno visto la sconfitta dell’ex presidente Vucic e del suo blocco di potere. A ciò risponde un perno croato, che contende alla Serbia l’influenza su Balcani e Adriatico, facendosi pedina di Stati Uniti e UE. E per darsi spessore, ha siglato un’alleanza militare con Albania e Kosovo, applaudito dalla NATO, per contendere a Belgrado la Bosnia-Erzegovina e sbarrarle la strada nel Kosovo, i due maggiori poli d’instabilità dell’ex Jugoslavia.
Il Kosovo è una creatura di Washington e Bruxelles; al di là della narrazione ufficiale, è l’area più povera d’Europa che ha però un’altissima concentrazione di proprietà e beni di lusso, contraddizione che svela un’economia che dire opaca è eufemismo, un’entità in mano a reti criminali che ne hanno fatto la propria Tortuga. Ma, invece di tenere un profilo basso, per mantenere un vasto sostegno popolare dal 2022 i suoi governi hanno battuto sul tasto del nazionalismo, intraprendendo una serie d’azioni unilaterali che hanno scatenato un’inconcludente escalation con la Serbia, con ciò ponendo la dirigenza kosovara in rotta di collisione con NATO, UE e loro emanazioni, interessate invece a depotenziare le crisi. In tal modo dimostrandosi un incontrollato fattore destabilizzante agli occhi dei suoi stessi protettori. E, errore imperdonabile, non tenendo conto di Russia e Cina.
Mosca è attore fondamentale per la crisi kosovara: nel 2008, il riconoscimento unilaterale dell’indipendenza dell’ex provincia serba da parte dell’Occidente, è stato sì uno schiaffo alla Russia ma ha costituito un precedente che essa ha poi utilizzato nello stesso anno in Georgia, nel 2014 in Crimea e poi nel Donbass; se l’Occidente poteva intervenire militarmente e riconoscere uno stato creato con la forza contro il parere del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, beh, poteva farlo anche Mosca. Ergo: qualsiasi soluzione definitiva della crisi (ammesso sia possibile) dovrà coinvolgere anche i russi pagando a loro un prezzo. A non parlare dei cinesi.
Pechino considera il Kosovo il simbolo di ciò che non vuole: un’entità secessionista riconosciuta unilateralmente dall’Occidente, trasposto nel Mar Cinese si legge Taiwan. Per cui la Cina s’opporrà alla formalizzazione dell’indipendenza con ogni veto e ogni mezzo a meno che non ci sia uno scambio fra sicurezza nei Balcani e nell’Asia Orientale. In realtà, vista l’assai diversa dimensione della posta fra Taiwan e Kosovo, assai difficile che accada.
Peggiore è la situazione in Bosnia-Erzegovina, emblematico fallimento d’un tentativo d’imporre dall’esterno una stabilizzazione estranea ai territori. Gli Accordi di Dayton hanno congelato un conflitto senza affrontare nessuna delle sue cause, creando l’ectoplasma di uno stato condannato nella migliore delle ipotesi alla paralisi, assai più probabilmente a un nuovo conflitto. Con l’aggravante che l’area è il nodo strategico da cui si controllano i territori circostanti, l’accesso al mare e la Dalmazia. Ergo: senza la sua stabilità non c’è stabilità per gli altri. Cosa assai difficile da realizzare in un sistema bloccato, diviso fra tre popolazioni (serba, croata e bosgnacca), con tre culture e religioni diverse, frantumate fra due entità statali forzatamente federate e dieci cantoni. Per cui oggi la Bosnia è un protettorato dipendente da un’indefinita autorità internazionale che l’autorità non ha più nel nuovo contesto planetario.
Dayton va rinegoziato dalle basi, riconoscendo la realtà e, una volta tanto, la reale autodeterminazione dei popoli. Peccato che sia un trattato internazionale e come tale anche qui serva l’avallo della Russia che quegli Accordi ha sottoscritto. Per cui c’è un paradosso: per salvare il collasso dell’area si deve riscrivere un trattato che fu ideato per tener fuori la Russia, ma per riscriverlo serve che la Russia sia d’accordo, ovvero, che venga accettata la sua influenza sulla regione. Quanto meno che abbia solide contropartite negli altri dossier aperti, Ucraina in testa.
Se a questi due primari fattori di crisi – Kosovo e Bosnia – s’aggiunge la rivalità che monta fra il primo ministro kosovaro Albin Curti e l’omologo albanese Edy Rama per il controllo di quell’etnia nei Balcani, con un sotterraneo progetto di Grande Albania; le difficoltà macedoni con Grecia, Bulgaria e ora con la minoranza albanese in fermento; il Montenegro in bilico fra Serbia e Croazia; la Slovenia divisa fra Mosca e Occidente e con contrasti crescenti con la Croazia per la delimitazione del suo sbocco al mare, otteniamo una polveriera ai confini dell’Italia. Rimanendo così le cose, la domanda non è se, ma quando esploderà.
Il punto è che, malgrado i Balcani siano da trentacinque anni il principale teatro d’impiego di risorse e contingenti militari italiani, l’Italia non ha ancora deciso che strategia adottare oltre a impegnarsi per dubbi progetti altrui. È un fatto che laggiù l’economia non basta; oltre a idee chiare sugli interessi nazionali da perseguire (ad oggi assenti) serve una visione, come quella che lì forniscono i turchi; o un approccio pragmatico funzionale a un programma complessivo, come quello messo in atto nei Balcani dai cinesi; o toccare le corde di una narrazione, come fanno i russi. L’Italia non offre nulla di ciò e sembra attendere che tutto vada in malora; al meglio, ma proprio al meglio, d’essere tagliata fuori scegliendo di non scegliere, di non aver alcuna strategia.


