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La coalizione di Eisenkot e lo "Stato profondo" israeliano

di Filippo Bovo - 02/11/2026

La coalizione di Eisenkot e lo "Stato profondo" israeliano

Fonte: Filippo Bovo

L'apertura delle forze arabe alla prospettiva di un appoggio esterno ad un governo guidato da Eisenkot è un'ottima mossa politica. La coalizione di Eisenkot si trova così letteralmente presa in ostaggio dalla prospettiva di poter governare al posto di Netanyahu, ma solo a condizione di rispettare le volontà degli eventuali alleati esterni arabi che difficilmente accetteranno quanto da sempre dichiarato dal suo candidato (fare di più, militarmente parlando, di Netanyahu così da finire prima). Nel contesto attuale, significherebbe dar vita ad un governo paralizzato nell'azione militare, che costringerebbe il paese ad una rapida uscita dal conflitto su più fronti attualmente in corso.

Si tratta di un'offerta alquanto irricevibile per Israele e il suo "Stato profondo", e infatti l'appello del presidente Herzog ad avviare al più presto le consultazioni trova proprio nel tentativo di disinnescarla la sua più ovvia spiegazione. Il presidente, dinanzi alla difficoltà di un nuovo governo basato sulla maggioranza uscente, vede come migliore ipotesi un governo della larghe intese, formato dai partiti più bellicisti delle due coalizioni, in modo che tutto possa andare avanti come prima. Peraltro, proprio questa sarà verosimilmente l'ipotesi che al termine delle consultazioni si verrà a formare, con uno spezzatino delle due vecchie coalizioni che, in base al caso, potrà produrre un governo persino più determinato e bellicista del precedente, con la consueta conventio ad excludendum dei partiti arabi sullo sfondo.

Tuttavia, è anche vero che a quel punto il re sarà nudo agli occhi di tutti, ovvero sarà molto più difficile portare avanti il solito alibi che, scindendo Israele da Netanyahu, mira a salvare l'immagine politica del primo condannando il secondo. Una volta che vi sarà un nuovo governo delle larghe intese, tale da risultare persino più oltranzista del precedente, non si potrà più attribuire soltanto a Netanyahu, nel frattempo non più premier, la condotta per molti qui impresentabile o quantomeno imbarazzante di Israele. Dopotutto tanti, soprattutto in Europa e in Occidente, credono che non veder più Netanyahu gli toglierebbe le castagne dal fuoco, visto che a quel punto sarebbe assai più facile tornare a sostenere apertamente Israele (in termini politici, mediatici e materiali) proprio com'era stato nei primi giorni del dopo-7 ottobre, quando la vicinanza a Tel Aviv era ai massimi livelli. Credono inoltre che, sempre per il medesimo motivo, anche le proteste nei loro paesi in parte si sgonfierebbero. Ma, come già abbiamo visto, è un calcolo davvero di corto respiro.

La coalizione di Eisenkot è un'amalgama di formazioni eterogenee, unitesi unicamente per sostituire Netanyahu: la sua fragilità appare evidente, e le consultazioni non tarderanno a dimostrarlo. Tuttavia, oggi è stretta tra due scelte: o governare, con un appoggio esterno che la costringerà ad abdicare a molti dei suoi propositi bellicisti, o spezzarsi rinnegando la sua volontà di costituire un'alternativa al premier uscente, senz'altro oggi malvisto anche da molta destra, ma al tempo stesso ancora in grado d'imporsi al suo paese come una sorta di "condanna", di "indispensabile" od "insostituibile". E' una tragedia molto più che biblica, se consideriamo che, tra l'altro, qualsiasi nuovo leader al suo posto avrebbe pure il "complesso", o il "mandato morale", di dover riuscire dove questi ha invece fallito, ovvero garantire la piena "sicurezza" di Israele con l'eliminazione e il disarmo di tutti i rivali regionali, cominciando dai più vicini come Hamas ed Hezbollah fino ai più lontani come l'Iran, ed imporre il paese come prima ed indiscussa potenza nella regione. Per Israele non c'è, realisticamente, un'alternativa a Netanyahu se non in un altro Netanyahu ancor peggiore, di là dall'avere un altro nome ed un altro volto.

Una possibile scappatoia potrebbe essere costituita da un rifiuto degli approcci militari perseguiti da Netanyahu, che hanno finito col trascinare il paese in conflitti permanenti e superiori alle sue capacità di tenuta. In effetti, Eisenkot è tra i massimi fautori della Dottrina Dayhiya, che prevede l'impiego di una forza volutamente massiccia e sproporzionata sulle infrastrutture usate dal nemico per accelerarne il collasso; ma anche in questo caso, come già visto in questi mesi di conflitti regionali, anche il ricorso a simili approcci non ha affatto sortito facili o rapidi risultati, vincolando comunque Israele alla guerra permanente. Inoltre, il terreno su cui s'andrebbe ad "operare", oggi, è altamente "sensibilizzato" ovunque, e anche piccole azioni mirate incontrerebbero reazioni violente e difficili da controllare. Non a caso, oggi la guerra con Teheran di nuovo incombe. E' sempre molto difficile veder scappatoie, in ciò che si sa di poter iniziare ma non di poter finire.