Boots on the ground?
di Filippo Bovo - 11/03/2026

Fonte: Filippo Bovo
Ieri il Sen. democratico Richard Blumenthal ha parlato, con una certa preoccupazione, del pericolo che gli USA vadano verso un "boots on the ground". Non appare tanto credibile, considerando lo Stretto di Hormuz nel frattempo minato, il munizionamento ai limiti e l'impossibilità di potersi avvalere d'infrastrutture nella regione, e alle proprie spalle, gravemente danneggiate e rese inoperative dai lanci iraniani.
"Invadere" l'Iran senza poter fruire di un supporto da parte della propria marina, da Hormuz, per gli americani sarebbe piuttosto singolare: ancor più se consideriamo che, sempre negli ultimi giorni, è circolata pure la tesi di sbarcare sull'isola iraniana di Kharg, sede di un importante terminal petrolifero, indicato da vari specialisti come essenziale per l'economia iraniana. Tuttavia, non solo Kharg, ma anche altre isole iraniane potrebbero, secondo gli specialisti, venir occupate dalla forze aeronavali americani, come l'isola di Abu Musa, prossima agli EAU, e l'arcipelago delle Tunb, vicine invece alla costa iraniana. A dividere Kharg da queste altre isole ci sono oltre 450 km, un fronte marino che nelle condizioni precedentemente descritte (basi e radar "inertizzati", arsenali in riserva, Stretto di Hormuz minato), con oltretutto lanci ed attacchi costanti dall'IRGC, si tradurebbe in un'emorragia umana per le forze americane.
Dubito si possano contemplare simili prospettive, per giunta con la campagna elettorale per il voto di medio termine ormai già in atto, un dissenso interno per la guerra in continua crescita e tutte le polemiche per le perdite umane e materiali già subite (i militari caduti oltre a quelli rimasti feriti anche gravemente; i miliardi di dollari spesi inutilmente, ben 5,6 miliardi solo nei primi due giorni di conflitto; i danni riportati dalle costose infrastrutture militari nel Golfo, i mezzi colpiti, ecc). L'Amministrazione USA viene oggi sempre più accusata di nascondere i numeri reali ai propri cittadini, per il timore delle conseguenze che innescherebbe ben oltre il fronte MAGA e il partito repubblicano.
Anche un intervento mirato, con le sole forze speciali, rischierebbe di finir male, dal momento che per la sua stessa geografia, oltre alla struttura militare interna, al consenso per il governo, ecc, l'Iran si qualifica come una perfetta "trappola per topi", dove forse si può entrare con una relatività facilità (da terra), salvo poi non poterne più uscire. Non si presenta come una buona mossa in periodo elettorale. In definitiva, questa come altre sembra far parte di un insieme di dichiarazioni estemporanee, che vengono rilasciate in alcuni momenti salvo esser poi contraddette da tutt'altre subito dopo, allo scopo di coprire un sostanziale "disimpegno" militare dalla regione, che avviene senza ovviamente esser pubblicizzato per delle più che ovvie ragioni.
Dopotutto ci sono già basi che nel frattempo vengono evacuate per la loro crescente insicurezza od impraticabilità, dall'Arabia Saudita al Kuwait, dal Bahrain all'Iraq, oltre alla Siria e al Libano. Anche per il personale diplomatico americano il clima attuale non appare molto più sicuro, come attestato dalle evacuazioni in numero crescente dalle ambasciate di vari paesi della regione: oltre ad Arabia Saudita, Kuwait, Bahrain, Kuwait ed Iraq, si aggiunge pure con la Turchia, a denotare un raffreddamento delle relazioni con Washington che non sembra ormai più limitarsi solo ai paesi del Golfo.
Anche le dichiarazioni con cui l'Amministrazione USA ha accolto l'annuncio iraniano d'aver iniziato a minare lo Stretto ci forniscono degli ottimi esempi: minacce, affermazioni riguardo l'aver distrutto imbarcazioni posamine iraniane, o ancora d'averne già iniziato a rimuovere con le proprie unità navali, ecc, talvolta con tweet scritti sul social trumpiano Truth e poi prontamente rimossi, non appena erano stati smentiti. In questo caso, vien da pensare che siano soprattutto delle forme di "aggiotaggio" con cui cercar d'illudere i mercati (e l'elettorato interno), prima che la notizia di uno Stretto di Hormuz chiuso a lungo (e senza la possibilità che "nessuno", USA per primi, possa riaprirlo salvo magari la stessa Teheran) inizi ad inquietarli di nuovo.
Ancor più se consideriamo che da Hormuz non passa, come soprattutto s'è portati a pensare, soltanto il petrolio (che in ogni caso non affluirebbe tanto facilmente, visto l'annuncio della sospensione temporanea delle attività degli impianti in Qatar, Arabia Saudita, EAU, ecc), ma passano anche altre commodities essenziali l'economia, l'industria e le relative catene di fornitura di cui lo stesso Stretto è indubbiamente uno dei massimi "principi": fertilizzanti, zolfo, ammoniaca, prodotti petrolchimici, ecc, tutti a comporre una lista infinita che analogamente trova anche in Bab el-Mandeb un altro discreto protagonista (su cui gli Houthi, qualora necessario, potrebbero calare la loro "spada di Damocle").

