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Cinetica della guerra di resistenza iraniana

di Filippo Bovo - 21/03/2026

Cinetica della guerra di resistenza iraniana

Fonte: Filippo Bovo

Siamo ormai a tre settimane esatte dall'inizio della "guerra all'Iran", nel frattempo allargatasi a sempre più fronti ed attori.

Un importante quotidiano di Dubai, Khaleej Times, in un editoriale apparso oggi critica la chiara assenza di una strategia nell'odierno conflitto, giunto ormai alla terza settimana; avvisando che, mentre Teheran non denota alcun segno di sbandamento o cedimento, la prosecuzione delle ostilità può soltanto infliggere danni sempre più gravi ad entrambi le parti, in una situazione che definirei di vero e proprio "stallo distruttivo". In effetti abbiamo visto, solo nelle ultime 48 ore, come i bombardamenti israeliani sul giacimento iraniano South Pars abbiano causato una reazione sul North Field qatarino (South Pars e North Field sono di fatto lo stesso giacimento, che i due paesi sfruttano separatamente, ciascuno attraverso le proprie compagnie), col bombardamento del prezioso e strategico sito di Ras Laffan. Erano serviti 14 anni e 70 miliardi per costruirlo, e ora ne serviranno, secondo i calcoli più ottimistici, almeno tre o quattro, con una spesa non inferiore ai 25-30 miliardi per ricostruirlo; Qatar Energy ha nel frattempo avvisato che, per cause di forza maggiore, l'esportazione di gas dovrà essere sospesa, sospendendo contratti a lungo termine, quinquennali, con clienti come Italia, Belgio, Corea e Cina. Anche l'India, che è sempre stata un forte importatore del gas qatarino, per tale novità si ritrova sempre più in cattive acque: proprio ieri, per dare un esempio, è stata diramata la notizia che centinaia d'aziende del solo Gujarat dovranno chiudere o fermare le loro attività, in particolare in settori come la ceramica. Per inciso, l'India da anni faceva ormai un sempre maggior uso del gas pure per la cremazione dei suoi defunti, e la scarsità delle forniture si rivelerà un problema anche sotto quest'aspetto.
Come vediamo, dunque, i danni del conflitto non ricadono soltanto sulle due parti, ma anche sul resto del mondo. La guerra coinvolge, come detto più volte, le varie catene del valore, a partire proprio da Hormuz (mentre gli Houthi sono ormai pronti a sciogliere le riserve a loro volta, rendendo più insicuro anche Bab el-Mandeb oltre che l'area del Mar Arabico, già oggi non esente da turbolenze), con tutto ciò che vi vedono passare: non soltanto gas o petrolio, a cui i più sono portati a pensare, ma anche fertilizzanti, urea, zolfo, potassio, ammoniaca, fosfati (essenziali per l'agricoltura, destinata a subire aumenti nei costi operativi di tutto rispetto, tra scarsità e relativo aumento dei prezzi sia dei carburanti che dei fertilizzanti, data la loro minore reperibilità), e l'elio (essenziale invece per l'elettronica, soprattutto l'industria dei microcircuiti e dei semiconduttori). Per alcuni paesi, come Taiwan, è sicuramente una brutta notizia, visto che le scorte interne di petrolio, elio e fertilizzanti sono ormai agli sgoccioli (Pechino, a cui per diritto internazionale l'Isola appartiene, da giorni vi ha già schierato intorno 7 navi e 26 aerei, potenziando nel frattempo anche la presenza navale nel Mar Cinese Orientale; fatto che avviene in concomitanza con l'indebolimento del "fianco pacifico" da parte americana, con l'evacuazione prima dei THAAD dalla Corea del Sud e dei Marines del 31° MOU dal Giappone per dirottarli in Medio Oriente; tra l'altro quest'ultimi sono l'unica unità dei Marines in dispiegamento attivo effettivamente disponibile per Washington, dunque un "asset militare" oltremodo prezioso; per Pechino, una volta che Taiwan sarà tornata alla Madrepatria, anche la guerra mediorientale finirà).
Ma che sia una guerra alle catene del valore lo si denota anche dal fatto che, a venir colpiti, siano stati porti e terminal petroliferi nella Penisola Arabica come Fujiarah e Yanbu: il primo rappresenta per gli EAU l'unica possibilità d'aggirare un blocco di Hormuz, essendo il suo solo emirato affacciato sul Mar Arabico; mentre il secondo è il terminale sul Mar Rosso, poco sotto il Sinai, del lungo oleodotto che, dipartendo da Abqaib, affacciato su Hormuz, consente anche all'Arabia Saudita un'analoga alternativa alla chiusura dello Stretto. Entrambi sono stati colpiti (il primo aveva già "conosciuto visite" nei giorni scorsi), e costretti a sospendere le loro operazioni, con droni e missili il cui valore è solo una modestissima frazione di quello di tali impianti, e soprattutto dei dispositivi d'arma che, posti in loco, avrebbero dovuto intercettarli ed abbatterli. Insomma, anche tutte le alternative in mano ai paesi del Golfo per aggirare la chiusura o l'impraticabilità di Hormuz sono state rese inoperative (insieme ad altre come Salalah, in Oman, colpita già giorni fa da un intervento di natura oscura: stando agli stessi omaniti, una false flag israeliana).
Tuttavia, è anche guerra economica, infrastrutturale, e non solo, ad Israele, che ha visto in questi giorni e soprattutto nell'ultima notte "fuoco e fiamme" da parte iraniana, e in senso letterale e non solo metaforico; e così pure agli Stati Uniti, ai loro interessi e alla loro presenza nell'area: ma di questo parlerò, per non divagare e non incorrere in un'eccessiva lunghezza, nel prossimo stato. 

Come detto anche in altre occasioni, non è più soltanto una guerra economica, ma pure infrastrutturale, alla logistica; e con duri colpi reciproci. La risposta iraniana al bombardamento del South Pars, s'è vista nella 65esima ondata dell'Operazione True Promise, col lancio dei nuovi missili con testata a grappolo Nasrallah sulle centrali elettriche di Haifa e Ashdod. Il buio è calato su tutto il nord di Israele, certo con beneficio per le operazioni di Hezbollah, che ormai per Israele non si configura più soltanto come un "problema settentrionale". I suoi lanci penetrano infatti fino in profondità nel territorio israeliano, a 200 km, raggiungendo Ashdod, al punto da risultare ormai persino più temibile della stessa Teheran. Il confronto con Hezbollah non pare infatti arridere all'IDF, vista ad esempio la perdita di circa 38 carri armati Merkhava solo nelle ultime 32 ore (stando a dati della scorsa notte, nel frattempo probabilmente saliti). Non sorprende, allora, scoprire che nelle fila dell'IDF sfiducia e malumore inizino a serpeggiare sempre più, con notizie di primi ammutinamenti tra i militari inviati sul fronte libanese.
Ad aggravare la situazione, rendendo ancor più insostenibile una guerra su più fronti, il bombardamento iraniano sui vari corridoi logistici del paese, a partire dalla strategica stazione ferroviaria di Tel Aviv. Con la circolazione interna spezzata in più parti, ancor più tra tronco settentrionale e meridionale, Israele si sta trasformando in un vero e proprio "inferno logistico" dove, ad esempio, non è più tanto facile spostare le truppe e i rifornimenti da un punto all'altro, dalle basi al fronte, e viceversa. Per non parlar poi dell'aeroporto di Tel Aviv e del porto di Haifa: senza piste e banchine praticabili, per via dei lanci missilistici, aerei e navi non possono avvicinarsi alla terraferma; e infatti ieri notte gli aerei con le preziose forniture per Israele volavano sui cieli di Tel Aviv senza poter atterrare. Quanto vediamo, in pratica, è sempre più una guerra infrastrutturale, diretta alla logistica del nemico; e non diversamente avviene anche negli altri paesi della regione.
Colpire aeroporti, basi aeree e depositi di carburante nei paesi del Golfo, da Ali Saleem in Kuwait ad Al Dafra negli EAU, fino a Prince Salman in Arabia Saudita, significa lasciare l'aviazione americana "a piedi" e "a secco" in un sol colpo: gran parte di loro provengono da fuori regione, dalla portaerei Lincoln a 1000 km dallo Stretto, da basi inglesi come Diego Garcia nell'Oceano Indiano o Fairford nel Gloucestershire, o addirittura direttamente dagli Stati Uniti, come nel caso dei bombardieri stealth B-2. Per il resto, in Medio Oriente, rimangono ormai soltanto poche basi peraltro solo parzialmente operative, come Al-Udeid, Al Dhafra, Muwaffaq (Giordania), oltre a quelle israeliane di Ovda, Nevatim, Tel Nof e Hatzerim, soggette a continui bombardamenti che giorno per giorno le rendono sempre meno fruibili. Allungare i voli per continuare le incursioni intorno ai cieli iraniani comporta maggiori spese di carburante, rendendo di conseguenza obbligatori i rifornimenti in volo, oltre ad aggravare i costi del conflitto al nemico. Ma se missili e droni fanno saltare i depositi di carburante nella regione, rifornire gli aerei in volo non è più possibile; e se poi, insieme a quelli, tanto per andar sul sicuro colpiscono pure quegli stessi aerei da rifornimento, come capitato proprio ieri con ben cinque velivoli in Arabia Saudita (e non sono neppure i primi), allora il danno alla catena logistica militare è presto detto.
Ad ogni modo, non sono soltanto gli aerei da rifornimento, come i KC-35, a venire colpiti: nel lungo inventario di mezzi danneggiati in pista o abbattuti in volo, ormai figurano anche nomi illustri come un F-18 o addirittura ben due F-35, identificati col nuovo sistema di puntamento termico Majid, frutto come tanti altri dispositivi nelle mani dell'IRGC della cooperazione sino-iraniana. L'umiliazione che l'apparato militar-industriale americano prova dinanzi a tali notizie, che ne denunciano il declino storico e sistemico, è ben percepibile, e trova ad esempio prove nelle vaghe ed imbarazzate smentite dei comandi, a partire dai bollettini CENTCOM: dove le omissioni si mescolano ai finti successi, magari con le medesime immagini e riprese radar ripubblicate a distanza di giorni, o ad altre prodotte con l'AI. Il tutto, mentre poco o nulla si dice dei danni riportati, o delle perdite tra morti e feriti: ma, d'altronde, se s'è disposti a mentire su questo, a maggior ragione si può mentire anche su tutto il resto.