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Cinque punti chiave della guerra degli Stati Uniti e Israele contro l'Iran

di Auguste Maxime - 09/03/2026

Cinque punti chiave della guerra degli Stati Uniti e Israele contro l'Iran

Fonte: Giubbe rosse

Nel bel mezzo dei negoziati diplomatici a Ginevra tra Stati Uniti e Iran, le forze armate americane e israeliane hanno lanciato l’Operazione Epic Fury. Una delle prime azioni di questo attacco è stato l’assassinio della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei. Nell’ultima settimana, il mondo è stato travolto da un torrente di informazioni, immagini e speculazioni. Ecco cinque osservazioni che si possono già fare su questa nuova guerra in Medio Oriente.

1. Gli Stati Uniti non sono in grado di giustificare questa nuova guerra

L’amministrazione Trump non è riuscita a produrre una narrazione credibile e coerente per giustificare questa nuova guerra contro l’Iran. Nel 2003, gli Stati Uniti giustificarono l’invasione dell’Iraq citando l’esistenza di armi di distruzione di massa. Fu messa in atto una campagna di comunicazione attentamente orchestrata, basata su prove inventate. Sebbene Washington avesse mentito al mondo intero, si assicurò di presentare una giustificazione semplice e comprensibile, ripetuta instancabilmente per mobilitare l’opinione pubblica, sia nazionale che internazionale. Quando si va in guerra, è fondamentale plasmare l’opinione pubblica per ottenere sostegno al conflitto. Tuttavia, le dichiarazioni americane sono incoerenti e dilettantesche. Washington parla ancora una volta dell’Iran “in corsa verso la bomba”, nonostante gli stessi funzionari ci avessero assicurato che la guerra di 12 giorni del giugno 2025 aveva “cancellato” il programma nucleare iraniano. Il 25 marzo 2025, Tulsi Gabbard dichiarò al Congresso che, secondo l’intelligence statunitense, l’Iran non stava sviluppando un programma nucleare militare. Queste stesse affermazioni sono state appena confermate dal direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Rafael Grossi. Lunedì 2 marzo 2026, il Segretario di Stato Marco Rubio ha spiegato ai giornalisti che gli Stati Uniti avevano effettuato un attacco preventivo perché sapevano che Israele si stava preparando ad attaccare l’Iran e che questa azione avrebbe inevitabilmente innescato una rappresaglia iraniana contro le forze statunitensi nella regione. Il giorno dopo, Donald Trump ha pubblicamente contraddetto questa versione: “No. Forse ho forzato la loro mano”, sostenendo che era l’Iran, non Israele, a prepararsi a colpire per primo.

2. Senza obiettivi raggiungibili, gli Stati Uniti perderanno questa guerra

Gli obiettivi dichiarati da Washington possono essere riassunti in tre punti: provocare un cambio di regime, distruggere definitivamente le capacità nucleari e balistiche dell’Iran e recidere ogni legame con l’Asse della Resistenza (Hamas, Hezbollah, Houthi e altri gruppi). Tuttavia, praticamente tutti gli esperti militari concordano sul fatto che questi obiettivi non possano essere raggiunti solo con attacchi aerei. Questi obiettivi richiedono truppe di terra, cosa che l’amministrazione statunitense ha escluso (per ora). Nel caso dell’Iraq nel 2003, ci vollero più di sei mesi per mobilitare circa 150.000-200.000 soldati prima di lanciare l’invasione del paese. Con una superficie di 1,65 milioni di chilometri quadrati, l’Iran è molto più grande, 2,7 volte l’Ucraina. Le sue infrastrutture nucleari e militari sono ampiamente disperse, interrate e fortificate in tutto il paese, che è prevalentemente montuoso.

Il paesaggio iraniano, dominato dalle imponenti catene montuose
Zagros ed Elburz, trasforma il paese in una fortezza naturale.
 

Pur essendo notevolmente indebolito, il governo sembra in grado di sopravvivere a lungo e l’uccisione della Guida Suprema non sembra aver fratturato il regime come sperato. Al contrario, è probabile che la sua morte unisca la popolazione (effetto “raduno intorno alla bandiera”) per tutta la durata della guerra. Sebbene militarmente inferiore, Teheran sta conducendo una guerra asimmetrica: sciami di droni, missili da crociera e balistici, milizie regionali pronte ad aprire fronti multipli e incursioni marittime nello Stretto di Hormuz.

3. Quanto più a lungo il conflittosi si protrae, tanto maggiore è il rischio che si diffonda a livello globale

Situato tra l’Iran e l’Oman, lo Stretto di Hormuz è un passaggio marittimo strategico che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman. In alcuni punti, la sua larghezza minima non supera i 33 chilometri. È uno dei passaggi più critici al mondo: vi transitano circa 20-21 milioni di barili al giorno, che rappresentano quasi il 20% del consumo mondiale di petrolio, nonché quasi il 20% del gas naturale liquefatto. Interrompendo il flusso di idrocarburi attraverso questo stretto, l’Iran ha il potere di bloccare l’arteria attraverso cui scorre la linfa vitale dell’economia globale. Un aumento prolungato dei prezzi dell’energia innescherebbe una nuova ondata di inflazione, che potrebbe portare a tassi di interesse più elevati e destabilizzare i mercati finanziari. In Europa, i prezzi del gas sono già aumentati del 25-50% in pochi giorni, costringendo l’Unione Europea a convocare riunioni di emergenza sulla gestione delle scorte energetiche. Bruxelles sta inoltre esortando l’Ucraina a mantenere il transito del petrolio russo attraverso le sue infrastrutture, in particolare l’oleodotto Druzhba, mentre Vladimir Putin sta discutendo apertamente la possibilità di sospendere ciò che resta delle esportazioni di gas verso l’Unione Europea. Quanto più a lungo durerà questo conflitto con ripercussioni globali, tanto più è probabile che un numero crescente di attori sarà incoraggiato a prendervi parte. La Cina, che acquista il 90% delle esportazioni iraniane, non resterà a guardare di fronte alla perdita di un alleato dei BRICS, a pochi mesi dalla destituzione di Maduro in Venezuela.

4. La “relazione speciale” tra Stati Uniti e Israele è apertamente dibattuta

Donald Trump è stato eletto con la promessa di porre fine alle “guerre infinite”, una posizione che ha fortemente mobilitato la sua base MAGA, in gran parte dedita a una visione isolazionista degli Stati Uniti. Mentre Trump tradisce le sue promesse elettorali e il ruolo di Israele nell’innesco del conflitto diventa sempre più chiaro, molte voci si levano per denunciare l’influenza dello Stato ebraico sulla politica estera statunitense. Ricordiamo che è il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu a volere una guerra contro l’Iran e che dal 1992 lo accusa di essere sul punto di acquisire armi nucleari. Sotto un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale per il genocidio che Israele sta perpetrando a Gaza, il suo dichiarato desiderio di “liberare il popolo iraniano dal regime dei mullah” ha lasciato molti osservatori sbalorditi. Il giornalista Tucker Carlson e il politologo John Mearsheimer discutono apertamente la teoria secondo cui Israele potrebbe essere stato coinvolto nella morte di John F. Kennedy. Entrambi sottolineano che è stato l’ultimo presidente degli Stati Uniti a opporsi apertamente allo Stato ebraico quando quest’ultimo cercava di acquisire illegalmente armi nucleari. Il fatto che questa teoria sia ora discussa pubblicamente da personaggi influenti è di per sé un segno che alcuni tabù nel dibattito pubblico americano stanno crollando.

5. La NATO continua a incrinarsi

La Spagna si rifiuta categoricamente di consentire l’utilizzo delle sue basi militari per operazioni offensive contro l’Iran. Madrid denuncia gli attacchi come una violazione del diritto internazionale e chiede una de-escalation e un ritorno alla diplomazia. La Turchia, anch’essa membro della NATO e vicina dell’Iran, ha adottato una posizione ancora più critica: si rifiuta di consentire l’uso del suo spazio aereo o del suo territorio, descrive gli attacchi come “aggressione”, chiede una mediazione internazionale ed è desiderosa di preservare le sue relazioni con Teheran. Queste posizioni contrastano con il tiepido sostegno di Regno Unito, Francia e Germania. Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer hanno condannato gli attacchi iraniani come “indiscriminati e sproporzionati” contro i paesi della regione, sottolineando al contempo che i loro paesi non avevano partecipato agli attacchi offensivi USA-Israele. Hanno affermato la loro volontà di “difendere i propri interessi e quelli dei propri alleati”, anche attraverso “azioni difensive necessarie e proporzionate” volte a neutralizzare le capacità missilistiche e dei droni dell’Iran “nel punto di origine”.

Questa guerra, lanciata senza un’ampia coalizione o una chiara giustificazione, mette a nudo le debolezze strategiche degli Stati Uniti e accelera la transizione verso un ordine mondiale multipolare. I costi energetici e umani continuano ad aumentare e le fratture all’interno della NATO si stanno ampliando. Ciò che accadrà in futuro dipenderà dalla capacità di Teheran di resistere con mezzi asimmetrici e dalla volontà di Donald Trump di inasprire il conflitto o di negoziare.

forumgeopolitica.com —   Traduzione a cura di Old Hunter