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Comunismo. Un'altra storia

di Gennaro Scala - 17/07/2026

Comunismo. Un'altra storia

Fonte: Italicum

L'eredità del comunismo storico. Riflessioni a partire dal libro di Luciano Canfora, Comunismo. Un'altra storia

Il comunismo storico novecentesco appartiene alla sfera del rimosso, non fa più parte del nostro presente, ma neanche possiamo dirlo veramente consegnato al passato, poiché non è stato sostituito da forme politiche e ideologiche che rispondano alle cause da cui era nato, ancora presenti. Per questo non posso che dirmi in totale accordo con quanto scrive Canfora nell’Introduzione:

«È una storia proteiforme che prosegue. E proseguirà, mutati i nomi e i miti di riferimento, fino alla sconfitta, eventuale, del suprematismo “occidentale” rispetto ai miliardi di uomini che si sono “alzati in piedi” e che il “cuore” ricco del pianeta ormai stenta a dominare.»

Dopo il “crollo dell'Unione Sovietica”, il comunismo, protagonista della storia del Novecento, ideologia ufficiale di due grandi potenze in campo mondiale (della Cina lo è formalmente tuttora), e che ha coinvolto milioni di uomini, solo in Italia, fino a qualche decennio fa, è stato messo nel dimenticatoio. In Italia, la stragrande maggioranza del Partito Comunista, ha semplicemente rinnegato la propria storia, saltando sul carro del “neo-liberismo” trionfante, dando vita a partiti composti da ceti politici volti alla pura autoconservazione, proni ai dettami dell'élites dominanti, mentre una ristretta minoranza si è arenata in un identitarismo che ha eluso, a causa del prevalente bisogno della conservazione dell'identità, il necessario compito di fare i conti con le “risposte della storia”. Volendo, quest'ultimo è stato una forma di resistenza all'omologazione, ma senza futuro.

Davvero pochi sono stati coloro che hanno iniziato un ripensamento critico di tale esperienza storica, senza rinnegare il passato o, all’opposto, senza cadere nel nostalgismo. Quindi, ben venga un libro che riapre la discussione sul comunismo storico.

Canfora divide il suo libro in due parti corrispondenti alla divisione della storia del comunismo in due grandi fasi: la prima dominata dalla figura di Marx, la seconda da quella di Lenin. «Per dirla in modo schematico, e perciò chiaro, il “comunismo” è Marx e Lenin.» È esplicitamente una semplificazione, ma dalla cognizione della diversità qualitativa fra le due fasi bisogna partire.

La prima parte riguarda principalmente la stesura del Manifesto del partito comunista, atto di nascita del comunismo nella sua prima fase, volta a stabilire la data precisa della composizione del testo e la sua influenza nei movimenti rivoluzionari di quegli anni.

È da sottolineare che Il Manifesto apparve in un momento in cui il movimento operaio vero e proprio era ancora in fase di gestazione. «Un vero movimento operaio di ispirazione socialista era di là da venire, ancor più in Europa. Emblematico sarà, da questo punto di vista, il fallimento del moto cartista del 10 aprile 1848 a Londra: cioè dell’unica – all’epoca – realtà operaia vasta numericamente e organizzata e già con una tradizione di lotte, e conquiste, alle spalle.»

A mio parere, il movimento operaio, che inizia con il cartismo inglese, è già un’“altra storia” rispetto all’onda lunga dei movimenti rivoluzionari innescati dalla rivoluzione francese, quali furono quelli del 1848.

Il Manifesto fu espressione di un radicalismo rivoluzionario legato ai movimenti democratico-rivoluzionari del 1848, in particolare Marx ed Engels furono partecipi e protagonisti del movimento democratico tedesco. La rivoluzione francese espresse delle forme di egualitarismo radicale che andavano dalla critica di Rousseau della proprietà privata passando per Babeuf e Buonarroti. Da questa "diramazione" della rivoluzione francese prese avvio il percorso politico di Marx ed Engels. I "moti del '48" si autodefinirono “primavera dei popoli”, ma spesso gli appellativi servono per nascondersi la realtà dei fatti: essi piuttosto furono l’autunno di quei movimenti di modernizzazione e democratizzazione degli stati europei innescati dalla rivoluzione francese. (Ciò non toglie che tali processi continuassero ad es. in Italia con il Risorgimento che portò all'unificazione italiana).

Che fosse un autunno e non una primavera, lo pensava lo stesso Marx. Vi è un testo molto poco frequentato dai “marxologi”, un articolo Neue Reinesche Zeitung, in cui Marx prende atto dei fallimenti di questi movimenti storici e della vittoria strategica dell’Inghilterra, il cui capitale ha esteso il suo dominio in tutto il mondo1.

Canfora cita la «lucida diagnosi affidata a una lettera dell’ottobre 1858 sull’impossibilità di un qualche successo della rivoluzione proletaria in Europa mentre il capitale, in ascesa, ha “globalizzato” il mondo dalla California alla Cina.» La linea di pensiero che lega le analisi del 1848 con quelle del 1858 ci consente di definire il contesto politico complessivo, secondo l'idea che se ne era fatto Marx. Nei testi teorici marxiani, collocati in un alto livello di astrazione, tale contesto sembra scomparire, ma in realtà resta determinante. Proviamo a riassumere. L'Inghilterra aveva vinto, e aveva esteso il suo dominio a livello mondiale, nel 1858 è abbandonato anche il sogno di una guerra rivoluzionaria della "classe operaia francese" contro l'Inghilterra, ogni movimento europeo ristretto su base nazionale era inevitabilmente perdente. Quindi non restava che il rovesciamento dall'interno del sistema di produzione capitalistico a partire dal suo centro: sarà la "classe operaia" antagonista sistemica del Capitale a portare a termine questo compito. Come il dominio inglese è globale, così la sfida del suo antagonista dovrà essere globale. È un bene che il Capitale diffonda il suo dominio in tutto il mondo, perché crea le condizioni per una vittoria globale del comunismo.

Per Marx determinante fu il conflitto tra Inghilterra e Francia, la prima fu protagonista della restaurazione seguita alla sconfitta di Napoleone, mentre i movimenti rivoluzionari hanno il centro nella Francia, tuttavia la sconfitta di questi movimenti e la vittoria dell'Inghilterra che estende il suo dominio a livello globale è definitiva.

Con il senno di poi, possiamo dire che con la sconfitta di Napoleone l'Europa perde definitivamente il treno per l'unificazione, e inizia così la fase della sua decadenza. Tutto questo è intuito da Marx, anche se non nei termini di chi come noi guarda da una prospettiva in cui i processi storici si sono compiuti. La soluzione marxiana a questa crisi radicale della civiltà europea è la fuga in avanti utopistica e universalistica del comunismo. Il che mi ricorda il sogno della monarchia universale con cui Dante pensava di uscire dalla crisi senza via d'uscita della civiltà comunale laceratasi nei feroci conflitti tra i Comuni scatenati dalla cupidigia.

In tale contesto, viene alla luce Il Manifesto del partito comunista, “manifesto antinazionale”, come è talvolta stato definito. Si tratta di una fuga in avanti utopistica e universalistica, ma non è immotivata perché da allora inizia quell’involuzione dei movimenti nazionali che porterà ai nazionalismi di fine ottocento, e al loro ben noto ruolo nelle tragedie del Novecento. Se in Buonarroti questione nazionale e questione sociale sono strettamente intrecciate, da allora finiranno per divaricarsi per dar vita alle destre nazionaliste, e alle sinistre inter-nazionaliste.

L'anti-nazionalismo di Marx, di cui ho cercato di delineare, in modo necessariamente sommario, il contesto in cui è venne a formarsi, è in antitesi con Lenin, il quale invece recuperò la "questione nazionale", il che provocò un'accesa discussione nel movimento comunista in cui prevaleva l'anti-nazionalismo di derivazione marxiana, tra cui la lunga polemica con Rosa Luxemburg. Delle due fasi in cui Canfora divide il comunismo, quella che secondo l’autore ha un futuro è la seconda, che si innesterà, grazie a Lenin, nei grandi movimenti di decolonizzazione (che sono stati essenzialmente movimenti nazionali), mentre la prima, quella rappresentata da Marx, è chiaramente da lasciarsi alle spalle, perché con la deriva evoluzionista, che veniva da una lettura deterministica de Il Capitale, insieme alla deriva elettoralista (sostenuta dallo stesso Engels) dei partiti operai europei fu subalterna alle forze che avrebbero portato alla seconda guerra mondiale.

Scrive Canfora, in termini simili alla distinzione di Domenico Losurdo tra un comunismo occidentale e uno orientale: «L’esito del comunismo occidentale è la socialdemocrazia (da cui si era separato nel momento della grande speranza palingenetica del 1917-1921); l’esito del comunismo leninista ha un orizzonte più ampio, internazionale, ed è il processo inarrestabile e contrastato della “decolonizzazione” in lotta quotidiana contro la “ricolonizzazione” occidentale.»

L'analisi è convincente, tuttavia, ricondurre la prima fase del comunismo alla sola questione del Manifesto è decisamente riduttivo, sia nei confronti di Marx, il cui lascito più importante non è stato certo questo breve e sommario pamphlet scritto nella temperie di quegli anni. Il contributo principale di Marx, che volle essere soprattutto un teorico, anzi uno scienziato, di quella specifica scienza che è la scienza sociale, fu Il Capitale. Ma Canfora, da storico, non sembra molto amante della teoria: l’opera per cui Marx è Marx, è, a suo parere, troppo legata alle condizioni storiche specifiche in cui nacque e sarebbe «diventata vieppiù soltanto un affascinante oggetto di studio».

Decisamente, non sono d'accordo, il grande lavoro analitico di Marx è tuttora basilare per la comprensione del sistema sociale in cui viviamo che si è convenuto chiamare capitalismo (anche se non usò mai questo termine che con il suffisso - ismo lo annovera tra le ideologie, mentre per Marx si trattava soprattutto di un "modo di produzione").

La novità di questo sistema sociale la si vede bene in profondità, almeno per me è stato così, se partiamo dall'inizio, dalla Firenze di Dante, la cui Commedia è «il lungo furore circa la lupa e quel maledetto fiore del fiorino è il più grosso e robusto credo di orrore che si sia levato di fronte ai facili trionfi dei banchieri e dei mercanti fiorentini» (Edoardo Sanguineti, Dante reazionario). Alcuni passi della poesia Doglia mi reca dovrebbero essere considerati documento storico della nascita del capitalismo (debbo rimandare in merito alla II parte del mio saggio sull'Ulisse dantesco). Nella misura in cui si sviluppa il sistema dell'accumulazione capitalistica, il controllo del denaro, nelle sue varie forme, diventa sempre più determinante, al punto che i "signori" di oggi non sono più i proprietari terrieri, com'era nell'Impero romano, o nel "feudalesimo" (molti storici mettono oggi in dubbio l'esistenza di un vero e proprio sistema feudale), ma sono coloro che controllano il capitale, arrivato a livelli di concentrazione stratosferica. Chiamiamoli "i signori del capitale".

D'altronde, lo stesso Lenin collegava l'imperialismo a specifiche dinamiche di espansione dell'accumulazione capitalistica, tra cui metteva al primo posto l'esportazione dei capitali. La società del capitale è un nuovo tipo di organizzazione della produzione che vede un salto qualitativo nella capacità produttiva, e parallelamente la nascita di una nuova scienza profondamente innestata nelle dinamiche della riproduzione del capitale, una nuova forma dello Stato, una nuova forma della violenza organizzata, che ha prodotto nelle società europee-occidentali un salto qualitativo nella potenza che ne ha consentito l'espansione globale. Questo è ciò che è propriamente da chiamarsi imperialismo, non i conflitti locali tra stati, o la lotta per le zone di influenza, che appartengono alla normalità della storia.

È stato un secolare periodo di espansione globale, fin quando non è arrivata, con i tempi della storia, la reazione delle altre civiltà del mondo, e la rivoluzione sovietica ne è stata la prima fase. E ora pare che siamo alla resa dei conti di questa lunga storia del rapporto tra Europa-Occidente e il resto del mondo.

Ecco perché l'analisi marxiana, riguardante l'"accumulazione del capitale" rappresenta tuttora un punto di partenza. Ciò che oscura la rilevanza dell'analisi marxiana è l'impostazione universalistica, per cui l'analisi del modo di produzione capitalistico, ritagliata su quello inglese, diventa un modello universale, che tutte le nazioni debbono attraversare. Metodologia che è stata vista come manifestazione dell'eurocentrismo marxiano, e che trasposta nell'evoluzionismo determinista della II internazionale portò taluni esponenti socialisti di primo piano, come Kautksy, a negare la rilevanza storica della rivoluzione sovietica perché non rispettava la teoria marxiana, non essendo la Russia un paese capitalisticamente avanzato, tant'è che Gramsci scrisse che quella sovietica era una "rivoluzione contro il Capitale" .

Anche la mancanza di un'adeguata teoria dello Stato, considerato comunemente il punto più debole della teoria marxiana, è dovuta, a mio parere, all'universalismo marxiano. Piuttosto che la "verità ultima" sulla società in cui viviamo, come si voleva una volta in un comunismo che aveva assunto una fisionomia para-religiosa, quello di Marx rappresenta un punto di partenza, a cui si sono aggiunte molte analisi che hanno corretto e coadiuvato quella marxiana. Anche recentemente, post-'89. Penso ad es. alle analisi di Giovanni Arrighi che illustrano la funzione dello Stato e dell'espansionismo fin dagli albori del Capitale. Penso a Gianfranco La Grassa, per il quale l'accumulazione non è finalità ultima, ma strumento per il "conflitto strategico" nella lotta per la supremazia tra i gruppi dominanti, in genere quelli che controllano gli stati. Penso a Costanzo Preve, la cui "correzione comunitaria", di derivazione essenzialmente aristotelica, ci porta alla radice della differenziazione dell'umanità in stati e civiltà diverse, incomprensibile con le categorie marxiane. Questione non secondaria, visto che oggi tanto la Cina quanto la Russia si autodefiniscono Stati-Civiltà.

Il movimento operaio, a sua volta, non può essere ridotto al Manifesto e a Marx. Esso è stato un movimento di democratizzazione della società borghese per sua natura oligarchica (fino all’inizio del Novecento si votava per censo). Il movimento operaio nasce con il cartismo inglese, centrato sulla questione del diritto di voto, che fu una richiesta di partecipazione politica di una classe sociale che in Inghilterra svolgeva un ruolo primario nella produzione della ricchezza, fonte della potenza inglese, ma esclusa politicamente dalla società. Il movimento operaio è stato nei fatti una forma di contropotere che ha democratizzato le società europee: il primo partito di massa moderno è stato il partito socialdemocratico tedesco, a cui seguirono i partiti delle classi medie di ispirazione mazziniana, liberale, cristiana, e successivamente nazionalista. In modo solo apparentemente paradossale, proprio il successo di questa richiesta di integrazione sociale ne ha determinato la fine. L'integrazione del movimento operaio è stata la fine della sua alterità, e anche la sua fine come movimento che esercitava una forma di contropotere al di fuori dello stato.

Questo riguarda l'oggi, ma ritornando alla storia, la conclusione della prima fase del movimento operaio si ebbe con lo scoppio della prima guerra mondiale, quando i partiti socialisti tedeschi, francesi, inglesi sostennero i rispettivi governi votando i "crediti di guerra", ed ebbe inizio la nuova fase del comunismo dominato dalla figura di Lenin (secondo la divisione attuata da Canfora).

Perché non si opposero? Premesso che i partiti socialisti non vanno strettamente identificati con la classe operaia nel suo insieme, non vi fu comunque opposizione sociale, scioperi di massa contro la guerra, ecc. L'idea che il "proletariato" fosse per natura antagonista al regime borghese venne dal bisogno di Marx di trovare un sostituto a una borghesia non più rivoluzionaria, ma le vicende successive hanno dimostrato che si trattava di un'analisi errata, in quanto la classe operaia, compresa la versione marxiana che non era ristretta ai soli lavoratori manuali (come in generale finì per intendersi a partire dai partiti socialisti della II internazionale), ma comprendeva anche le "forze mentali della produzione" ("dall'ingegnere all'ultimo manovale"), era strettamente legata, condizionata e dipendente dai rapporti di produzione capitalistici, né aveva le capacità intermodali per gestire il passaggio ad un diverso sistema sociale. I tecnici della produzione, di cui Lenin conosceva l'indispensabilità, ma voleva che lavorassero con "il fucile puntato alle spalle dagli operai", piuttosto che venir a far parte della classe operaia, diventarono organici al capitale, tant'è che si è parlato di "capitalismo manageriale", prima dell'attuale capitalismo finanziario (riassumo qui molto rapidamente le analisi di Costanzo Preve e Gianfranco La Grassa, tra i pochi che hanno affrontato il necessario ripensamento critico del comunismo).

Relativamente alla subalternità alle classi dominanti europee, un ruolo importante lo ebbe anche l'eurocentrismo, che Canfora, a ragione, rileva già nel Manifesto, ma ricorda anche il significativo esempio di Labriola («marxista autorevole e convinto assertore della necessità storica del colonialismo, in particolare italiano»). Sull'eurocentrismo marxista esiste ormai in ambito accademico una abbastanza "vasta letteratura". Kevin Anderson, che pur si professa marxista, nel libro Marx at the Margins, definisce gli articoli di Marx sull'India un «supporto qualificato al colonialismo».

L'eurocentrismo rese subalterno il movimento socialista europeo al conflitto tra le potenze europee che fu un conflitto anche intorno alle colonie, ciò che rese la guerra mondiale.

Lenin mise al centro la questione dell’imperialismo, ma volle presentarla come ortodossamente marxiana, mentre Marx complessivamente fu favorevole all’espansione globale della Inghilterra, pur non nascondendone i metodi barbarici (in merito debbo rimandare al mio lavoro Per un nuovo socialismo).

In effetti, con Lenin vi fu un radicale cambiamento di paradigma nel comunismo. Tutto ciò viene rilevato da Canfora che stabilisce una netta differenziazione tra il comunismo marxiano e quello leniniano.

Condivido la periodizzazione del comunismo in due fasi distinte: una marxiana e una leniniana. Forse, oggi bisognerebbe operare una sintesi, sulla base del fatto storico che il capitale è fin dall’inizio “imperialismo”, ovvero quella nuova funzione del denaro che prende corpo inizialmente nell’Italia di Dante, strettamente connessa a uno specifico espansionismo che diverrà globale nella misura in cui tale sistema si espande da queste isole iniziali all’intera Europa, fino a coinvolgere l’intero globo terrestre (vedi in merito Giovanni Arrighi). (Firenze che per mare e per terra batte le ali, spinta dalla cupidigia è già qualcosa di molto simile a ciò che poi abbiamo chiamato imperialismo).

Tuttavia anche la seconda fase del comunismo è giunta a conclusione, ciò di cui Canfora non sembra prendere atto. L'adesione di Lenin alla "questione nazionale" fu di carattere principalmente tattico, un passaggio verso una vittoria del comunismo che doveva essere globale. La stessa rivoluzione sovietica fu pensata come una fase iniziale di una rivoluzione che si doveva estendere alle "nazioni avanzate", in particolare alla Germania. Poiché si puntava a una rivoluzione comunista in Germania, di cui non vi erano le condizioni, si commisero dei gravi errori che impedirono un'alleanza con quei settori della classe dominante tedesca, che guardavano all'Unione Sovietica per svincolarsi dal cappio imposto con il Trattato di Versailles. Ciò che forse avrebbe potuto impedire la vittoria del nazismo (debbo ancora rimandare in merito al mio Per un nuovo socialismo).

Essa si è conclusa perché il comunismo storico, essenzialmente sovietico, non è stato una valida alternativa al “liberalismo” a guida statunitense; metto tra virgolette perché questo è qualcosa di ben diverso, anche opposto, al liberalismo classico ottocentesco.

Il comunismo storico sovietico è stato una forma di universalismo alternativo a quello liberale occidentale, il quale intendeva nel secondo dopoguerra portare una sfida globale al dominio globale statunitense. In merito si rivelò funzionale il principio marxiano secondo cui il capitalismo che aveva raggiunto una estensione mondiale doveva essere sfidato a livello globale. Se inizialmente questo garantì un certo successo nella creazione in tutto il mondo di partiti che guardavano all'Unione Sovietica, l'universalismo sovietico cozzò contro il grosso scoglio dell’ascesa della Cina, alla quale la cornice sovietica stava stretta, tant'è che vi fu un grave scontro politico e ideologico tra le due potenze comuniste a partire dalla fine degli anni '50, fino a giiungere ad uno scontro militare di confine nel 1969. Successivamente la grande nazione asiatica fu portata nel campo occidentale dagli Stati Uniti, in seguito a una visita di Kissinger in Cina nel 1972, un duro colpo all'Unione Sovietica nel campo della competizione globale "geopolitica".

È necessario un nuovo universalismo che non passi dall'individuo al genere umano, saltando le "comunità intermedie", come affermava Preve, applicando al comunismo storico la critica alla rivoluzione francese di Hegel. Questo universalismo non può nascere da valori ritenuti universali (ad es. libertà, uguaglianza, democrazia) ma che sono sempre valori imposti da una parte sull'altra, ma da un campo dialogico nei rapporti tra gli Stati. Scriveva Preve in Elogio del comunitarismo:

«Il comunitarismo, così come ho cercato di delinearlo, resta la via maestra all’universalismo reale, intendendo per universalismo non un insieme di prescrizioni dogmatiche “universali”, ma un campo dialogico di confronto fra comunità unite dai caratteri essenziali del genere umano, della socialità e della razionalità. Quando si parla di universalismo, infatti, non si deve pensare a un insieme di prescrizioni, bensì a un campo dialogico costituito da dialoganti che hanno imparato a capire le lingue degli altri, anche se forse non le parlano con un accento perfetto.»

Non si tratta di meri buoni propositi. Se caliamo tali principi all'interno della competizione inevitabile tra le potenze, è evidente che tale campo dialogico, atto a formare un insieme di regole comunemente stabilite, è semplicemente indispensabile, se vogliamo evitare un conflitto frontale tra potenze nucleari. Gli Usa con la recente adozione della "strategia del pazzo", che vuol dire volontà di non rispettare nessuna regola a livello inter-nazionale, vanno nella direzione esattamente opposta.

Ritengo che la vicenda del comunismo storico si sia conclusa, ma non sono cambiate le cause da cui nacque, in breve abbiamo tuttora un "problema con il Capitale". Il periodo seguito al crollo del comunismo ci ha lasciato il pieno dominio dei “signori del capitale “, ovvero una classe sociale basata essenzialmente sulla rendita, che controlla enormi capitali con i quali, attraverso il debito, tiene per le gola interi stati, e negli Usa, dove il processo è più "avanzato", buona parte della popolazione (sulla questione del debito è indispensabile il lavoro dello studioso statunitense, di ispirazione marxista, Michael Hudson). Questa élite che ha il suo centro negli Stati Uniti, in quanto erede dell'impero coloniale inglese ed europeo, ha stabilito un dominio mondiale che si regge sulle due gambe del dominio finanziario del dollaro che serve a finanziare un sistema mondiale di basi militari, il quale a sua volta è il braccio armato del dominio finanziario. Questo sistema è entrato in rotta di collisione con l'emergere di altre potenze mondiali, che mettono in discussione il suo dominio globale. Dato il carattere strutturale del sistema del dominio globale è impossibile che se ne esca senza un cambiamento strutturale, di cui non si vede nessuna forza sociale che ne possa essere promotrice. Tale élite ha già deciso di difendere il suo dominio in crisi attraverso la guerra, sembra quasi impossibile arrestare la discesa sul piano inclinato che ci sta portando a una guerra generalizzata, anche se questo non può non essere il principale obiettivo di ogni movimento politico che voglia rispondere al principale problema del nostro tempo. Le classi popolari, sia inferiori che medie, come durante la prima e la seconda guerra mondiale, sono prive tanto della consapevolezza quanto della capacità e della volontà di opporsi alla deriva che conduce alla guerra (pesa anche la forte capacità di condizionamento del sistema mediatico ancora in fase di formazione durante la I e II guerra mondiale). Anche se stavolta il sistema sembra riuscire a conseguire soltanto una obbedienza passiva, ma non possiamo sapere come le cose si metteranno quando la guerra entrerà in una fase ancora più calda. La guerra contro la Russia, che sta causando gravi danni alle economie delle nazioni europee, ha dimostrato che anche gli interessi economici delle forze produttive hanno poco potere rispetto al dominio dell'oligarchia finanziaria.

In queste condizioni è necessario che vi sia una minoranza consapevole delle cause che ci stanno conducendo alla catastrofe, e capace di avviare un processo di ricostruzione, qualora la tragedia dovesse consumarsi. Ma è difficile non temere, date le armi che ora sono a disposizione, che dopo questo nuovo conflitto globale ci sarà poco da ricostruire. È questa un'eventualità presente, molto angosciante, inutile negarlo o nasconderselo, ma comunque non è inevitabile che l'esito sia quello più catastrofico.

Abbiamo ancora bisogno di Marx, perché abbiamo ancora un "problema con il capitale". Il dominio dell'oligarchia finanziaria con il suo carattere distruttivo anche all'interno delle società occidentali, con relativa de industrializzazione, svuotamento della democrazia di cui è rimasto solo un guscio che ricopre un'effettiva oligarchia, deriva morale nichilistica, ha trascinato le società occidentali in un profonda crisi tanto sociale quanto morale.

Dunque, se è vero che il comunismo fa parte di una storia che "prosegue, e proseguirà, mutati i nomi e i miti di riferimento", è tuttavia necessario un salto qualitativo nell'ambito del pensiero politico e non solo, che è corollario indispensabile dell'azione. Purtroppo, nonostante i tanti passi in avanti relativamente a una adeguata riflessione sulla storia del comunismo, non vi è nel libro un salto oltre quell'universalismo che ne costituisce, a mio parere, la principale tara. Canfora conclude il suo testo con la coppia oppositiva libertà-uguaglianza, rimarcando che se finora ha prevalso la libertà, l'uguaglianza come valore sta riprendendo quota. Credo che ragionare in termini di questi "valori universali" a poco ci serva.

L'epilogo del libro ha come titolo "la prima rivoluzione del terzo mondo", quale sarebbe stata la rivoluzione sovietica, dal che se ne deduce che il compito di chi si sente in continuità con la storia del comunismo sarà quello del sostegno alle lotte anti-coloniali del terzo mondo del futuro. Secondo me, questa prospettiva ci porta fuori strada, e può condurre solo alla creazione di gruppi con vocazione minoritaria. In generale, queste forme di sostegno, che vogliono essere il lato buono dell'universalismo occidentale, incidono ben poco nelle condizioni dei popoli sotto il tallone occidentale. Vedi recenti manifestazioni per la Palestina, che partono da pur comprensibili ragioni morali, ma che si sono dissolte nel nulla, perché fondate su ragioni morali e non politiche.

Quando l'Italia conservava un minimo di sovranità, e partiva dalla propria necessità di una politica mediorientale, in quanto nazione mediterranea, ma carente di risorse energetiche, l'aiuto che veniva dato alla Palestina, e anche alla Libia di Gheddafi, era molto più concreto.

Gli stati soggetti al dominio coloniale diretto hanno maggior possibilità di manovra grazie alla presenza di potenze che si oppongono agli Usa, ma questo è un portato del rapporto tra le varie civiltà-potenze che costituisce la dinamica principale. Non vi è oggi il conflitto tra Occidente e un generico "terzo mondo", ma tra la civiltà occidentale (se ancora si può definire tale) e le altre civiltà del mondo. Difficilmente i russi, e tanto meno i cinesi, direbbero di aver mai fatto parte di un “terzo mondo”, in quanto nazioni con una forte identità, per loro il loro mondo è sempre stato il primo mondo. Non hanno subito una forma diretta di dominio coloniale, piuttosto le rivoluzioni sono state delle forme di modernizzazione per far fronte all’espansionismo globale europeo-occidentale. Voglio riprendere qui un passo davvero straordinario dal libro Civiltà al paragone del grande storico Arnold Toynbee, di cui Canfora cita spesso le sue conferenze degli anni '50 riguardanti "il mondo e l'Occidente":

«I Russi hanno fatto parte non della nostra civiltà occidentale, ma di quella bizantina, una civiltà consorella, dello stesso ceppo greco-romano della nostra, ma nondimeno distinta e diversa dalla nostra. I membri russi di questa famiglia bizantina hanno sempre opposto una forte resistenza alle minacce di sopraffazione da parte del nostro mondo occidentale, e in questa resistenza continuano ancora oggi.

Per salvarsi dall'essere conquistati e assimilati con la forza dall'Occidente, essi sono stati costretti ripetute volte a impadronirsi della tecnica occidentale. Almeno due volte nella storia russa, questo «tour de force» è stato portato a compimento; una prima volta da Pietro il Grande, indi ancora dai bolscevichi.»

Per me si tratta dell'analisi più illuminante del significato storico della rivoluzione sovietica, scritta per giunta negli anni '50, quando ancora non si era vista la scomparsa dell'Unione Sovietica, e il ritorno, in pochi decenni, della Russia come potenza di prim'ordine sulla scena mondiale. Secondo la costante storica dell'eterogenesi dei fini, la rivoluzione sovietica voleva essere una "rivoluzione comunista", ma è stata il primo atto del "mondo multipolare".

La civiltà occidentale è oggi nel mondo il "grande malato", e dobbiamo trovare il modo di curare questa malattia.

«Per tutti quanti si interessano al mondo odierno, e ancor più per quanti desiderano prendere parte attiva al suo sviluppo, "conviene" imparare a leggere sulla cartina geografica del mondo quali sono le civiltà oggi esistenti, a definirne i confini, i rispettivi centri e periferie, le loro province e quale aria vi si respiri, le "condizioni" generali e particolari esistenti al loro interno. In caso contrario, potrebbero conseguirne degli errori di prospettiva assolutamente catastrofici!» (F. Braudel, Scritti sulla storia)

Dobbiamo introdurre nel lessico politico questa la nozione del concetto di civiltà. Dobbiamo imparare che esistono nel mondo diverse civiltà che debbono necessariamente convivere. Prendendo davvero atto di ciò (superando il concetto inscritto nel nostro DNA che esiste una sola vera civiltà, la nostra), potremmo assumere quello sguardo su noi stessi necessario per curare la nostra malattia.

Dobbiamo ripartire da noi stessi, innanzitutto le nazioni occidentali dovrebbero imparare a considerarsi come parti di una civiltà tra le altre, capaci di inserirsi nei rapporti molteplici tra le varie potenze mondiali. Non osservare questo principio, come si sta facendo, porterà al declino accelerato che a sua volta potrebbe portare al colpo di testa(ta) atomica per “risolvere” la situazione.

Il superamento del vecchio universalismo è lo scoglio più difficile per gli intellettuali occidentali di sinistra. Il contributo in questo senso da parte di Costanzo Preve, a mio parere, tra i più rilevanti, gli costò i più incredibili equivoci, diffamazioni, e il "vergognoso ostracismo" (Carlo Formenti) da parte degli ex-compagni di strada. Invece, ci è indispensabile la sua "correzione comunitaria" , che è la strada per un diverso universalismo. Tra l'individuo e il genere umano ci sono le "comunità intermedie", che sono i gruppi umani specifici accomunati da obiettivi e qualità in comune: la famiglia, che ha in comune la gestione della casa e la crescita dei figli, le classi sociali che hanno in comune la condizione lavorativa, gli stati che hanno in comune la presenza su un territorio delimitato da confini, retto da leggi e da un'amministrazione comune, ecc., infine le civiltà accomunate da una cultura condivisa solitamente espressa da una specifica religione (storicamente la religione è stata un elemento costitutivo delle civiltà, compresa la civiltà europea). Russia, Cina, India, Iran, Turchia sono eredi di grandi civiltà storiche. La persistenza di quella forma di identità di lungo periodo che chiamiamo civiltà ci indica che ci troviamo di fronte a un fenomeno radicato nella natura umana, che ha lunghe radici, anteriori all'apparizione di ciò che chiamiamo capitalismo, per cui dobbiamo tornare ad Aristotele che definiva l'essere umano zoon politikon (che vuol dire insieme animale sociale, politico e comunitario).

È assurdo definire di per sé fascista la riflessione sulla dimensione comunitaria della socialità umana, perché il nazismo si proclamava difensore "comunità nazionale", declinata in termini razziali, fenomeno che Preve annoverava tra le "patologie" del comunitarismo. Stalin, che sconfisse il nazismo, definì lo Stato una forma di comunità, e la comprensione di questa dimensione gli consentì l'appello alla comune civiltà russa nella lotta contro l'invasore nazista.

Certo, la presenza di gruppi umani distinti può condurre alla contrapposizione, al conflitto e infine alla guerra, ma non necessariamente, invece l'idea di un'unificazione del genere umano oltre che impossibile è anche non desiderabile, per l'appiattimento che ne deriverebbe. L'imposizione di regole, proclamate universali dall'Occidente, è la modalità con cui si presenta oggi l'imperialismo. Come abbiamo visto a partire dagli anni '90, un discorso formalmente universalistico è stato utilizzato per distruggere i popoli: la guerra per l’esportazione della democrazia, per i diritti umani, i bombardamenti umanitari.

Più che un generico "terzo mondo" che si oppone all’Occidente, oggi vediamo in campo il ritorno delle grandi civiltà storiche (generalmente in precedenza sotto forma di imperi) che si sono sottoposte a un accelerato processo di modernizzazione in tutti i campi, dallo stato, all'economia, alla cultura, spinto dalla necessità di far fronte all’espansionismo occidentale (non sono più i vecchi imperi). Esemplare in questo senso la lotta dell'Iran contro l'aggressione statunitense, che ha dimostrato di essere un'autentica comunità, in cui l'intera collettività, dalla massima guida religiosa, alla popolazione che manifestava sotto i bombardamenti, è stata disposta a mettere in gioco la propria vita per difendere quella che è la propria comunità di appartenenza, il proprio modo di vivere, la propria civiltà.

Certo, tale conflitto globale apre nuove possibilità anche per gli stati direttamente sottoposti al dominio coloniale, che non è scomparso, anzi si sono viste dopo la fine dell'Unione Sovietica, varie forme di ricolonizzazione. Già la lotta globale innescata dalla guerra in Ucraina ha portato al cambiamento di molti equilibri in Africa, grazie al sostegno militare russo, di cui ne ha fatto le spese la Francia (fatto a cui accenna anche Canfora).

La terza guerra dell'Europa-Occidente contro la Russia ha mostrato, a chiunque voglia vedere, lo stato di decadenza in cui versa l'occidente, di cui la diagnosi di Emmanuel Todd è stata la più precisa e impietosa. Quale sarà il futuro della civiltà in cui pur sempre viviamo? Sarà possibile ricostruirla su nuove basi che non la portino in rotta di collisione con le altre civiltà globali dotate di esteso armamento atomico?

Se è vero, com'è vero, che, secondo Canfora, il movimento comunista ha avuto "due inizi", oggi siamo di fronte alla necessità di un "terzo inizio" che, data la situazione storica, dovrebbe essere un inizio ancora più radicale, che vada alle radici della civiltà europea-occidentale, e alla questione della sua espansione globale che le altre civiltà del mondo non intendono più subire.

Credo che l'idea del comunismo vada abbandonata, in quanto utopia universalistica incompatibile con le diversità culturali tra le diverse civiltà. Resta il problema del socialismo, ovvero di uno stato che tenga sotto controllo le dinamiche del Capitale che lasciate a stesse sono distruttive tanto verso l'interno quanto verso l'esterno. Ma dato il potere acquisito nelle società occidentali dai "signori del capitale", e dato che al momento non è all’orizzonte nessun movimento politico che possa solo inpensierirli, questo non sarà facile, anche se è possibile che, nella loro lotta che hanno intrapreso contro il resto del mondo, costoro finiscano per sconfiggere se stessi.

Ma si tratta di una situazione estremamente rischiosa. Non possiamo nasconderci che nel crepuscolo ci approssimiamo ad una nuova notte del mondo, da cui al momento non si riesce a intravvedere come potremo uscirne.

 1 «Il paese che trasforma intere nazioni in suoi proletari, che tiene stretto tra le sue braccia gigantesche tutto il mondo, che col suo denaro ha già una volta fatto fronte alle spese della restaurazione europea, in seno al quale gli antagonismi di classe si sono spinti alla forma più marcata e più sfrontata, l’Inghilterra insomma, sembra lo scoglio contro cui s’infrangono le onde della rivoluzione, fa morir di fame la nuova società già nel grembo materno.

L’Inghilterra domina il mercato mondiale. Un sovvertimento della situazione politico- economica in ogni paese del continente europeo, su tutto il continente europeo, senza l’Inghilterra, è una tempesta in un bicchier d’acqua. La situazione dell’industria e del commercio all’interno di ogni nazione sono dominate dal commercio con le altre nazioni, sono condizionate dal loro rapporto col mercato mondiale Ma l’Inghilterra domina il mercato mondiale, e la borghesia domina l’Inghilterra.

E la vecchia Inghilterra verrà abbattuta solo da una guerra mondiale, l’unico evento che può offrire al movimento inglese organizzato dei lavoratori l’occasione per riuscire a ribellarsi vittoriosamente contro i suoi giganteschi oppressori...Ogni guerra europea in cui si trova a essere coinvolta l’Inghilterra, è una guerra mondiale...La guerra europea è la prima conseguenza della vittoriosa rivoluzione operaia in Francia. Come ai tempi di Napoleone, l’Inghilterra sarà alla testa delle armate controrivoluzionarie, ma la stessa guerra la spingerà alla guida del movimento rivoluzionario, e così pagherà le sue colpe contro la rivoluzione del XVIII secolo. Insurrezione rivoluzionaria della classe lavoratrice francese, guerra mondiale: questa è la dichiarazione dell’anno 1849.»

(K. Marx, Il movimento rivoluzionario, Neue Rheinische Zeitung, 31 dicembre 1848)