Jung il visionario
di Luca Leonello Rimbotti - 16/07/2026

Fonte: Italicum
Nel novembre del 1932 il già famoso Carl Gustav Jung, una volta collaboratore di Freud, dal quale si era distaccato per divergenze scientifiche ed ideologiche, tenne una conferenza proprio a Vienna, dal titolo La voce interiore. Non fu che una delle tante occasioni in cui lo studioso ebbe modo di precisare la sua considerazione della psiche umana in quanto riserva di valore identitario occulto, collocato nella sfera inconscia, come fosse un bacino di raccolta di memorie ancestrali, destinate a riemergere in particolari condizioni non solo personali, ma anche storiche e sociali. A differenza di Freud, Jung pose l’accento non sull’individuo di per sé, e non sulla pratica materiale della ricostruzione mentale affidata al ricordo, ma sull’edificazione del carattere individuale quale espressione di un’appartenenza psichica comunitaria. L’inconscio collettivo di Jung guarda al rapporto fra l’uomo e le sue derivazioni genealogiche, a ciò che costituisce il bagaglio di conoscenze acquisite o potenziali che la maturazione del carattere umano comporta. Di qui, perviene a definire l’importanza degli aspetti simbolici e culturali che qualificano una struttura psichica. Diversamente dal monotematico programma freudiano, fisso alla verifica delle disfunzioni psichiche legate alla repressione sessuale, registrate col metodo empirico dell’analisi dei comportamenti mentali dei ceti benestanti nella Vienna belle époque, Jung estese il suo sguardo verso le profondità delle identità culturali, viste come fonti di condizionamento del giudizio critico e della sfera immaginale, che agiscono su vaste masse di popolo.
In quella conferenza viennese egli ribadì la sua concezione irrazionalistico-medianica, per cui vi sono determinati individui che innestano la propria esistenza su un presentimento intimo – appunto la voce interiore – che li guida oltre gli avvenimenti della normalità quotidiana, verso mète a volte solo vagamente percepite, altre volte lucidamente perseguite. Jung faceva l’esempio del Cristo, esemplare apparizione della vocazione carismatica alla guida. Ma il momento storico in cui Jung faceva questo genere di considerazioni era quello che era: e la sua diagnosi venne immediatamente associata agli avvenimenti in corso nell’Europa centrale, dove un’apparizione di altro tipo pareva attagliarsi alla perfezione alla sintomatologia da lui descritta. Dalla prognosi egli passò ben presto alla diagnosi e da questa, secondo la sua indole medianica, alla profezia:
Ci minacciano guerre e rivoluzioni di proporzioni spaventose, che altro non sono che epidemie psichiche. In qualunque momento alcuni milioni di persone possono essere colti da una follia, e allora noi abbiamo di nuovo una guerra mondiale o una distruttiva rivoluzione. Invece di essere esposto agli animali feroci, alle frane, alle inondazioni, l’uomo oggi è esposto alle sue forze elementari psichiche. La psiche è una grande potenza, che supera di gran lunga tutte le potenze della terra.
Queste parole, naturalmente, erano riferite al fenomeno politico e antropologico culturale in corso nel mondo tedesco, di cui la Svizzera in cui viveva Jung faceva parte, e preparavano il terreno alla nota lettura che Jung fece del nazionalsocialismo quale esito della riemersione dell’archetipo wotanico dai penetrali dell’inconscio germanico, secondo quanto ne scrisse nel 1936. Il suo giudizio era passato dall’analisi dell’individuo all’analisi di un popolo, come macro-individuo collettivo. Per la verità, quelle parole da veggente, buone per quell’epoca, ci appaiono adatte a descrivere anche altre situazioni storiche equivalenti, per cui, secondo metodi diversi e peculiari, ad un certo punto si creano i presupposti per un “incantamento” di massa. La nostra epoca, ad esempio. La quale, non meno di quella in cui Jung scriveva le parole riportate, ci appare caratterizzata dal dispiegarsi di una rovesciata energia tentacolare, in grado di padroneggiare la psicologia di massa con espedienti di natura intimidatoria (del tipo della cosiddetta “emergenza pandemica” escogitata nel 2020-21) e insieme seduttiva, con gli incentivi consumistici, con esiti più unici che rari nella storia. Infatti, avviene che l’esplosione di guerre a ripetizione, gli etnocidi a viso aperto, le rivoluzioni più distruttive, come le emigrazioni coatte di milioni di uomini al fine di annientare i tradizionali contesti sociali tanto degli autoctoni quanto degli allogeni, a certe narcotizzate opinioni pubbliche possano apparire per lo più come fatti ineluttabili, forse – incredibilmente - anche positivi e magari assecondabili.
Quando Jung, al fine di spiegare certi accadimenti politici e sociali, faceva ricorso all’elemento irrazionale e arcano della potenza psichica, sapeva ciò che diceva. Tutta la sua preparazione culturale lo aveva portato alla riconsiderazione della componente “magica” della realtà, in quanto elemento essenziale della conoscenza.
Sin da giovane, oltre agli studi di medicina, Jung si era abbeverato alle fonti dell’irrazionalismo europeo, spaziando da Swedenborg a Mesmer, dal teosofo de Saint-Martin all’esoterista ed esperto di magnetismo animale Justinus Korner. Tutte figure che si contrapposero all’epoca in cui vissero, quella illuministico-scientista, così come può dirsi che Jung si sia opposto al meccanicismo sperimentale freudiano attraverso il rilancio del pensiero mitico-simbolico. Jung era un sensitivo, viveva sogni “mercuriali”, sperimentava la via ermetica come un essere posseduto dai segni e dai simboli. Basta considerare uno dei suoi studi più partecipati, Psicologia e alchimia, risalente agli anni 1943-44, per verificare in che misura Jung non solo teorizzasse la dimensione “sottile” di una psiche trasmutante, ma la vivesse, sia con l’esperienza personale diretta del visionario, sia con lo studio. La via dell’alchimista comprende la partecipazione dell’artefice all’opera di compimento spirituale, stabilendo i nessi che vigono in natura tra gli elementi consimili che si attraggono. Tutta questa materia relativa alle aggregazioni tra potenze magnetizzanti va interpretata come il retroterra degli studi psicanalitici: la mente occulta trae origine e forza dalla materia nascosta. Il segreto alchemico-ermetico consisterà allora nella capacità della condizione spirituale e sapienziale di agire sulla materia. La pietra trattiene il suono, il metallo racchiude il fuoco dell’anima. L’inorganico vive, forse pensa. Il simbolo racchiude il sacro. A maggior ragione, la materia fisica del corpo è intelligenza. Tutto si combina. La stessa dialettica junghiana tra l’animus virile e l’anima femminile non è che una rappresentazione delle nozze mistiche e filosofali tra l’uranico ed il tellurico, ciò che gli antichi alchimisti – a fondo indagati da Jung – esprimevano con la formula della conjunctio oppositorum.
L’inconscio collettivo è dunque la risultante psichica dell’interagire di queste figure archetipiche, che passano alla dimensione sociale, e persino a quella politica, non per le vie della considerazione raziocinante, ma per quelle dell’arcana forza che ricompone come un magnete l’unità delle due metà separate: il maschile e il femminile, oppure l’uno e i molti. La psiche agisce, in questo modo, tanto sul terreno del presentimento spirituale, quanto su quello della manifestazione reale nella vita vissuta, nel politico, nel comunitario: «Il miracolo compiuto dal destino è consistito nel fatto che io ho trovato voi, e voi avete trovato me», affermò un giorno l’Anticristo, cioè a dire il mistico artefice del moderno invasamento di massa.
In questo senso, sono sintomatici certi studi portati avanti da Jung, ad esempio quelli relativi all’addomesticamento dell’uomo, da lui verificato nell’avvento del cristianesimo e della sua costante opera di distanziamento dell’uomo dalla natura e di «sottomissione degli istinti», come si espresse lo studioso svizzero con vocabolario prettamente nicciano. Quanto prodotto, in termini di mutazionismo genetico della mente umana da parte dell’imposizione cristiana, veniva da Jung commisurato con l’arcaica devozione nei confronti della natura di per sé, quella che comprende il grande e il piccolo, il bene e il male, tutto racchiudendo entro un’istintiva sensibilità per l’ulteriore. Ciò che Jung definiva i termini della scellerata coazione della libido, intendendo con tale termine – come si sa – semplicemente l’energia vitale, la potenza dispiegata dall’uomo in tutti i suoi aspetti anìmici, e non solo in quelli di mera natura sessuale, come accade in Freud.
Il disastro antropologico prodotto da una fredda e impartecipe interpretazione del sacro abbandonò l’uomo alle derive della solitudine della mente scissa, quella che non sapeva più nulla della «libido sfrenata che attraversava la Roma dei Cesari». L’uomo civile moderno, commentava Jung, sembra drammaticamente lontano da queste dimensioni di suprema potenza: egli «è semplicemente diventato nevrotico», sintetizzava nel 1912, in Trasformazioni e simboli della libido.
Citando Franz Cumont, Jung riandava alle meraviglie non solo spirituali e mistiche, ma anche sensitive e sensuali che erano nell’appartenere pre-cristiano al mondo della natura:
Quando l’iniziato si recava la sera nella sacra grotta, nascosta nella solitudine della foresta, a ogni passo nuove impressioni destavano nel suo cuore una eccitazione mistica. Le stelle che brillavano nel cielo, il vento che agitava il fogliame, la sorgente o il torrente che correvano a valle mormorando, la terra stessa che egli calpestava – tutto era divino ai suoi occhi, e l’intera natura che lo circondava destava in lui il reverente timore per le potenze infinite che operavano nell’universo.
Questa saggezza e questa disposizione plurimillenarie, dice Jung che, a un certo punto, vennero frantumate cozzando contro uno scoglio intellettualizzato e artefatto: «Lo scoglio è rappresentato dalla funesta confusione di religione e morale. Bisogna superarlo. Di questa lotta rimangono nell’anima delle tracce, che raramente mancano nell’uomo».
Viene dunque qui spiegato, con una esegesi ed una terminologia che hanno molto di Nietzsche, che larga parte del bagaglio psichico dell’uomo moderno, e in primis le sue psicopatologie, derivano da un trauma storico, che si è consumato in un’epoca ben precisa e in conseguenza di un preciso avvenimento. Un’intera civiltà, pertanto, e non più solo questa o quella collettività, sarebbe stata precipitata per gradi crescenti nella scissione coscienziale, nella schizofrenia culturale, con gli inevitabili effetti finali di una universale nevrosi di massa.
Da questa angolatura, la rammemorazione wotanista, salita allo stato di veglia cosciente in milioni di moderni individui, non sarebbe stata che la riemersione delle tracce memoriali disperse dalla scissione cristiana, fino al rango di una lucida presa di coscienza, una vera e propria Selbstbewusstsein.
Questa nuova consapevolezza veniva dunque da lontano. Era lo spirito emerso di quella lotta arcana le cui tracce Jung aveva individuato nell’intrusione della morale – di una certa morale – nel corpo vivo della fluente tradizione.
L’alchimista Jung sapeva che «nella materia vivono contenuti psichici». Il fatto che a questo complesso e affascinante studioso non di rado sia stato rimproverato «l’ambiguo e tormentato atteggiamento che tenne nei confronti del nazionalsocialismo» (come scrisse il suo biografo Gerhard Wehr), dipende tutto dalla consapevolezza che la materia apparentemente inerte è vita, spirito, voce, sogno, “amore e tremore”. Lo speciale “razzismo” di Jung – sul quale ancora oggi si interrogano i suoi biografi – non è una deriva biologista. Sono da gran tempo conosciute le sue conversazioni con Freud proprio sulla dialettica fra psiche ariana e semita, e conosciuta è anche la convinzione junghiana circa una minaccia di denazionalizzazione psicologica portata dall’ebraismo freudiano, dato «lo scopo livellante della psicologia ebraica e lo scopo denazionalizzante dell’attività politica ed economica ebraica», come scrisse nel 1997 Andrew Samuels in uno studio sui rapporti fra nazionalsocialismo e psicologia analitica. Il corpo dell’uomo, che si qualifica per appartenenze (di sesso, di cultura, di razza) non è dunque che il contenitore della realtà anìmica e psichica, un codice per decrittare la formula dell’identificazione, cioè l’identità.
Esisteva pertanto la possibilità di abbinare ogni cultura, ogni etnia, al ricordo dei propri atavismi. Jung conosceva, ad esempio, il pensiero di Bergson, la sua ipotesi circa un inconscio biologico, «in cui gli uomini possono percepire intuitivamente i ricordi del loro passato evoluzionistico». Su queste basi, Jung sviluppò la possibilità «d’uno strato pre-cristiano, mitologico della mente inconscia. Esso è arcaico e corrisponde al pensiero e soprattutto alle anime dei nostri antenati». Come ha scritto nel 1994 Richard Noll, il biografo di Jung in quanto profeta ariano, «l’Urreligion naturale degli ariani preistorici era, per Jung, l’autentica fonte di tutti i culti misterici». È su questi salienti della realtà biopsichica che va oggi commisurata la forza dell’analisi junghiana, volta alla comprensione di ciò che non appare, ma che nondimeno è l’essenza del vivente.
Specialmente in un’epoca come la nostra, in cui la razionalità hegeliana del reale è stata rovesciata nella segreta egemonia del potere anonimo, valgono le potenti intuizioni junghiane. Le sue indicazioni sono sintomi. Vere dissezioni dell’anatomia psichica. Un solo esempio: come ha riportato Giuseppe Maffei in uno studio su Jung e l’ebraismo, pubblicato nel 2001 dalla casa editrice ebraica Giuntina di Firenze, lo studioso rivelò nel 1939 al giornalista americano Hubert Knickerbocker che secondo lui Hitler era «come un uomo che ascolta con attenzione il flusso e le suggestioni presenti in una voce sussurrata da una sorgente misteriosa…Hitler ascolta e obbedisce. Il vero leader è sempre portato».
Si trattava esattamente di quella voce interiore di cui aveva parlato anni prima nella sua conferenza viennese e di cui dicevamo all’inizio: la vita psichica collettiva ai più intimi livelli, in altri termini la politica del profondo, secondo Jung non viene fatta ma intuita, presentita. Così facendo, ed entro particolari quadranti storico-sociali, questa speciale e impronosticabile politica sfugge tanto alla dialettica illuminista, quanto al gioco delle previsioni meccaniche. In altre parole: ciò che non deve accadere, alle volte è proprio ciò che accade.
