Stare dalla parte giusta della storia. Ma quale storia? E chi la certifica?
di Maurizio Assalto - 17/07/2026

Fonte: Avvenire
Una delle frasi fatte più ricorrenti in questi tempi feroci e confusi è quella brandita da chi pretende di essere/stare/trovarsi “dalla parte giusta della storia”. On the right side of history , come suona la versione originale, germinata nel corso del Novecento negli ambienti progressisti d’Oltreoceano e diventata un leitmotiv dei movimenti per i diritti civili negli anni Sessanta, fino a consolidarsi come un topos identitario nella retorica dei leader democratici (è noto l’uso martellante che ne ha fatto Barack Obama). Uno slogan di indubbio impatto morale, emotivo e mobilitante, ma a lungo andare logorato dalla supponente ripetizione, dal tono predicatorio e dalla sicumera oracolare. Esprime la convinzione di essere impegnati in una causa oggettivamente buona (“Ho combattuto la giusta battaglia”, dice Paolo di Tarso) – il che è del tutto ragionevole perché soltanto una banda di irredimibili malvagi potrebbe consapevolmente perseguire una causa cattiva senza almeno prefissarsi dei vantaggi personali – ma anche implica la certezza, o l’ostentazione della certezza, che in tempi più o meno lunghi, ma abbreviabili per effetto dell’iniziativa umana, questa buona causa sia destinata a prevalere per una intrinseca necessità.
Ora, a parte l’amara constatazione che non tutte le giuste cause si sono storicamente affermate, il che comunque nulla toglie alla loro validità, si aprono due questioni non da poco. La prima riguarda appunto la causa per cui ci si impegna: chi e come ne certifica la bontà? Dato per scontato che, nell’immediato, è sempre male tutto ciò che arreca sofferenza e distruzione a popolazioni innocenti, e corrispondentemente è bene ciò che ne allevia la situazione, in una prospettiva di lungo periodo, quando entrano in gioco opzioni ideali a cui le stesse vite umane vengono subordinate, appellarsi a un tribunale del futuro che convalida determina visioni, bocciandone altre, significa ignorare la complessità e contingenza del mondo e la pluralità spesso conflittuale dei valori. Le scelte possibili sono diverse, ognuna con costi e conseguenze, come ha fatto osservare Isaiah Berlin negando che la storia sia retta dalla necessità.
La seconda questione è relativa alla concatenazione teleologica che dovrebbe condurre all’affermazione della “parte giusta”. Viene in mente la celebre sentenza di Benedetto Croce che «la storia non è mai giustiziera, ma sempre giustificatrice». Ossia non è un tribunale che distribuisce condanne e assoluzioni, e “giustifica” non nel senso che conferisca una legittimazione ex post a ciò che è accaduto, ma in quanto ne individua le ragioni, ne spiega le cause e il significato nel divenire storico: non è una giustificazione di tipo morale, ma conoscitivo. Conviene riprodurre anche il seguito del passo citato (siamo nel capitolo V, intitolato “La positività della storia”, di Teoria e storia della storiografia , 1921): «Giustiziera [la storia] non potrebbe farsi se non facendosi ingiusta, ossia confondendo il pensiero con la vita, e assumendo come giudizio del pensiero le attrazioni e le repulsioni del sentimento».
Che è precisamente quel che fanno gli adepti della “parte giusta della storia”. Condannare ciò che accade nel presente è certo legittimo e in questo presente anche doveroso, ma farlo sulla base di quel che si ritiene essere il corso necessario degli eventi, oltre che sbagliato dal punto di vista del metodo storico, è insidiosamente equivoco. Può restare una innocua formula retorica, innocuamente un po’ fanatica, ma può anche diventare altro.
Immaginarsi “dalla parte giusta della storia”, ossia dalla parte del bene contro il male, vuol dire non solo saper distinguere tra il bene e il male – il che è quanto ci si può attendere da chiunque sia dotato di un minimo senso morale – ma anche conoscere dove va la storia. E qui le cose si complicano. In primo luogo perché la storia riserva continue (per lo più sgradite) sorprese e si fa beffe di chi azzarda previsioni sulla sua direzione (incluso chi, quasi quarant’anni fa, ne aveva decretato la fine): non ha un andamento lineare, procede a zigzag, accelera e rallenta, a volte torna indietro e, al contrario della natura, fa spesso dei salti. Ma poi non è affatto detto che in questo divenire contraddittorio la storia vada univocamente nella direzione giusta, o perlomeno quella in un dato momento avvertita come tale, e sempre ammesso che si possa effettivamente parlare di una direzione coerente e non della instabile caotica risultante di conflitti, caso, scelte umane e anche fenomeni naturali.
Che la storia abbia un andamento lineare e non ciclico è la novità radicale introdotta dal cristianesimo, che l’ha interpretata come “storia della salvezza” con un principio (la creazione) e un compimento (il giudizio finale). Ma il fatto stesso che questo compimento sia immaginato come successivo a un periodo di catastrofi e disgregazione, come è narrato nell’Apocalisse, e che tra l’inizio e la fine si possano rendere necessari alcuni interventi provvidenziali di Dio (il più rilevante dei quali per interposto Figlio) suggerisce che la direzione lineare della storia non vada concepita come un incessante miglioramento.
A introdurre l’idea di un progresso ineluttabile è stata la versione secolarizzata della concezione cristiana: dapprima l’Illuminismo, e a seguire la filosofia idealistica di Hegel (che vedeva la storia come il progressivo dispiegarsi della Ragione), il materialismo dialettico di Marx e Engels (la storia come lotta di classe destinata a sfociare nella società comunista), il positivismo di Comte (la storia come processo orientato al crescente dominio scientifico sul mondo). Concezioni differenti, ma convergenti nell’idea che esista un movimento evolutivo di cui è possibile prevedere gli sviluppi, in funzione dei quali si definiscono valori e disvalori.
Questa fiducia deterministica è entrata in crisi nel corso del Novecento, in coincidenza forse non tutto casuale con le convulsioni del Secolo breve. Anche Stalin e Hitler proclamavano di servire le leggi della Storia. Il primo, in quanto si rappresentava come l’uomo incaricato di catalizzare l’esito inevitabile del processo scientificamente previsto da Marx e concretamente avviato da Lenin; il secondo, miscelando a quella storica la legge naturale che vorrebbe il predominio della razza ariana. In entrambi i casi c’è l’idea di un destino impersonale che trascende e deresponsabilizza gli atti dei singoli, autorizzando ogni nefandezza in nome della necessità. È il rischio additato, per esempio, da due pensatori filosoficamente distanti come Karl Popper e Hannah Arendt: chi pretende di sapere dove va la storia si ritiene in diritto di forzarne il divenire, e procedendo in conformità con la propria visione eretta a dogma, senza tenere conto delle contingenze, apre la via al totalitarismo con quel che ne consegue.
Non sarà quello che hanno in mente gli sbandieratori della “parte giusta della storia”, ma il rischio di deragliamenti – almeno teorico, e storicamente documentato – sotto sotto c’è. A scanso di equivoci conviene, più modestamente, più ragionevolmente, cercare di tenersi dalla parte giusta della cronaca.
